Il fan­ta­sma del Gran­de “Me­lo”

Lo spet­tro di un ti­to­lo che non ar­ri­va mai con­ti­nua ad aleg­gia­re su New York. NBA a par­te, pe­rò, CAR­ME­LO AN­THO­NY sa come con­so­lar­si: com­pra squa­dre di cal­cio per fa­re un re­ga­lo al pa­dre, in­con­tra leg­gen­de vi­ven­ti del­lo sport. E vuo­le so­lo “co­se bel­le”

GQ (Italy) - - Storie - Te­sto di GIAN­MA­RIA VA­CIR­CA Fo­to di MAT­TIA BALSAMINI

«It’s a Gho­st». Con la G maiuscola, come si con­vie­ne per le co­se im­por­tan­ti. Ab­bia­mo ap­pe­na fi­ni­to di par­la­re con Car­me­lo An­tho­ny del ti­to­lo NBA che i Gol­den Sta­te War­riors han­no vin­to a 40 an­ni esat­ti dall’ul­ti­mo al Cow Pa­la­ce, e il di­scor­so non può non ca­de­re sui suoi New York Knicks, che aspet­ta­no quel ti­to­lo ad­di­rit­tu­ra dal 1973. «It’s a Gho­st» (è un Fan­ta­sma), dice, ed è la sua ri­spo­sta mi­glio­re del po­me­rig­gio in cui lo in­con­tria­mo, per­ché ar­ri­va d’istin­to, dal­la pan­cia, in una chiac­chie­ra­ta che sem­bra qua­si un viag­gio, tra leg­gen­de e ico­ne per­so­na­li, non so­lo spor­ti­ve.

«Mi pia­ce mi­xa­re e ve­de­re come la­vo­ra­no gli ar­ti­gia­ni»

“Me­lo”, fuo­ri dai cam­pi di ba­sket, è fi­ghis­si­mo. La sua col­le­zio­ne di cap­pel­li ha rag­giun­to nu­me­ri im­pres­sio­nan­ti; per gli abi­ti ha scel­to Ze­gna, per le au­to Ma­se­ra­ti, e per par­la­re di ba­sket c’è tem­po. Di mezzo ci so­no i fan­ta­smi, ap­pun­to, due an­na­te de­lu­den­ti, una squa­dra che non de­col­la, un film sul fa­mo­so “at­tac­co trian­go­lo” rea­liz­za­to da Spi­ke Lee che non ha an­co­ra vi­sto, e un mer­ca­to dei free agent che non ha por­ta­to un so­lo gio­ca­to­re im­por­tan­te a New York. Si pro­spet­ta, in­som­ma, un’al­tra sta­gio­ne di tran­si­zio­ne e, quin­di, di di­scus­sio­ni su di lui: una stel­la di pri­ma gran­dez­za, un fuo­ri­clas­se con­tro­ver­so − ris­se, ma­ri­jua­na, gui­da in sta­to d’eb­brez­za −, con la pas­sio­ne per le “co­se bel­le” (lo dice, di­ver­ti­to, in ita­lia­no), da­gli abi­ti ai pro­fu­mi al ber­ga­mot­to, e per chi le sa fa­re.

«Mi pia­ce an­da­re a ve­de­re i po­sti in cui ven­go­no pro­dot­te, toc­car­le con ma­no e se­le­zio­nar­le. Scel­go so­lo ca­pi e ac­ces­so­ri che si adat­ti­no al mio sti­le: mi pia­ce mi­xa­re, es­se­re ele­gan­te ma an­che ca­sual. Un tem­po si di­ce­va che que­sto ti­po di mi­xing fos­se esclu­si­va­men­te per le si­gno­re, og­gi va­le an­che per gli uo­mi­ni. I miei cap­pel­li? Cre­do di es­se­re il più gran­de col­le­zio­ni­sta al mon­do».

Pur es­sen­do­si tra­sfe­ri­to da pic­co­lo a Bal­ti­mo­ra, i ri­cor­di di Broo­klyn, dove Car­me­lo è na­to, so­no an­co­ra ni­ti­di: «La cit­tà che ho vi­sto io non esi­ste più, un sac­co di gen­te è an­da­ta a vi­ver­ci: og­gi è tut­to di­ver­so e tut­to più “fi­go”, più orien­ta­to al bu­si­ness, più tec­no­lo­gi­co». E que­sto va­le an­che per i Ne­ts, la squa­dra del “quar­tie­re” che da un pa­io di an­ni in­si­dia l’al­lu­re dei Knicks: «Non di­rei, pe­rò, che esi­sta una ve­ra ri­va­li­tà: New York è sem­pre New York, in­su­pe­ra­bi­le, an­che se i Ne­ts han­no sa­pu­to crea­re qual­co­sa di ve­ra­men­te buo­no e so­no sta­ti bra­vis­si­mi a co­mu­ni­car­lo, se­pa­ran­do­si ideal­men­te dal­la Big Ap­ple. Non si so­no po­sti come una par­te del­la cit­tà, ma come una real­tà a sé stan­te, per­ché New York è e re­ste­rà sem­pre una “Knicks To­wn”. A Broo­klyn i bam­bi­ni di og­gi, che sen­za i Ne­ts sa­reb­be­ro di­ven­ta­ti ti­fo­si dei Knicks come Spi­ke Lee, sa­ran­no la pri­ma ve­ra ge­ne­ra­zio­ne di ti­fo­si Ne­ts. Broo­klyn ha aspet­ta­to un sac­co di tem­po per un mo­men­to co­sì, ades­so l’at­te­sa è fi­ni­ta». E an­che noi avrem­mo fi­ni­to con il ba­sket, se non ci fos­se un al­tro ar­go­men­to di cui pro­prio non si può fa­re a me­no di par­la­re con una del­le stelle as­so­lu­te del­la NBA: Mi­chael Jor­dan. Un brand, ol­tre che un gio­ca­to­re im­men­so, di cui Car­me­lo An­tho­ny è te­sti­mo­nial fe­de­lis­si­mo. «So­no con lui dal pri­mo gior­no, per me Jor­dan è un men­to­re», sor­ri­de Car­me­lo. «Mi so­no di­ver­ti­to, in que­sti an­ni, a con­di­vi­de­re un po’ di idee sul­le scar­pe, sen­ten­do­mi un po’ sti­li­sta. Ben di­ver­so

ÇHO LA PIÔ I M P O R TA N T E CO L L E Z I O N E DI C AP­PEL­LI AL M ONDOÈ

è di­se­gna­re un abi­to per Ze­gna: non ne sa­rei as­so­lu­ta­men­te capace, me­glio in­dos­sar­lo e la­scia­re che a con­fe­zio­nar­lo sia il me­glio del­la sar­to­ria ita­lia­na».

E con l’abi­to buo­no, An­tho­ny si è pre­sen­ta­to, pri­ma di co­min­cia­re ad al­le­nar­si per la nuo­va sta­gio­ne NBA, all’emi­ra­tes Sta­dium di Lon­dra, dove si è pro­cla­ma­to uf­fi­cial­men­te ti­fo­so dell’ar­se­nal e ha in­con­tra­to di­ri­gen­ti e gio­ca­to­ri. Di fat­to, si è trat­ta­to di una va­can­za di la­vo­ro, se­con­do una de­fi­ni­zio­ne ca­ra ad Adria­no Gal­lia­ni: Car­me­lo, in­fat­ti, è di­ven­ta­to pro­prie­ta­rio del Puer­to Ri­co FC, la squa­dra che gio­che­rà nel­la Le­ga sta­tu­ni­ten­se di soc­cer, con­tro il Mia­mi di Pao­lo Mal- di­ni e Ales­san­dro Ne­sta. «Con Mal­di­ni ci sia­mo vi­sti ad Atlan­ta, al­la pre­sen­ta­zio­ne del­la Le­ga, e ab­bia­mo pas­sa­to un po’ di tem­po pre­zio­so in­sie­me, par­lan­do del­le ri­spet­ti­ve real­tà. A que­sto pro­get­to sto de­di­can­do dav­ve­ro mol­ta at­ten­zio­ne: vo­glio met­te­re le per­so­ne giu­ste al po­sto giu­sto e fa­re espe­rien­za. Il cal­cio avrà una gran­de cre­sci­ta ne­gli Sta­ti Uni­ti, nei pros­si­mi due an­ni di­ven­te­rà un fe­no­me­no paz­ze­sco. La Na­zio­na­le è un vei­co­lo im­por­tan­te e la gen­te ha ini­zia­to ad ap­pas­sio­nar­si se­ria­men­te. Stan­no ar­ri­van­do gran­di cam­pio­ni e non è esclu­so che pre­sto gio­chi per la mia squa­dra qual­che fuo­ri­clas­se ita­lia­no come Pirlo e Gio­vin­co».

Non un ca­pric­cio, in­som­ma, su cui but­ta­re un po’ dei 120 mi­lio­ni di dol­la­ri del quin­quen­na­le fir­ma­to l’an­no scor­so con i Knicks. «Ci ten­go mol­to, dav­ve- ro. In­tan­to per­ché, fin dal no­me del­la squa­dra, è un omag­gio a mio pa­dre: ar­ri­va da Por­to Ri­co e mi so­no sem­pre sen­ti­to mol­to le­ga­to al­la sua ter­ra. Poi, per met­te­re in pie­di la squa­dra, ho chie­sto con­si­gli an­che a Pe­lé, con il qua­le ho avu­to una con­ver­sa­zio­ne dav­ve­ro spe­cia­le. È sta­to la pri­ma gran­de leg­gen­da del cal­cio mondiale a gio­ca­re ne­gli Sta­tes, con i Co­smos ne­gli An­ni 70: ave­re il sup­por­to del­le sue idee e del­la sua visione sul cal­cio del fu­tu­ro è sta­to elet­triz­zan­te. Ma c’è an­che dell’al­tro. Da die­ci an­ni, con la mia Fon­da­zio­ne, aiu­to i gio­va­ni e fi­nan­zio del­le buo­ne cause: vo­glio dav­ve­ro fa­re qual­co­sa di bel­lo e che re­sti. Il cal­cio può es­se­re la stra­da giu­sta, an­che se non ho idea di come si scel­ga­no dei buo­ni gio­ca­to­ri».

In­som­ma, do­po aver fat­to co­strui­re tan­ti cam­pi da ba­sket, in Por­to Ri­co come nel Bro­nx, nei pros­si­mi an­ni la sua fon­da­zio­ne po­treb­be realizzare an­che cam­pi di cal­cio. O, ma­ga­ri, qual­che pa­le­stra per il pu­gi­la­to, con­si­de­ra­ta la ve­ne­ra­zio­ne che Car­me­lo nu­tre nei con­fron­ti di Mu­ham­mad Ali, come te­sti­mo­nia­no le ma­gliet­te a lui de­di­ca­te che in­dos­sa di con­ti­nuo? «Sia­mo ai li­mi­ti del fa­na­ti­smo», so­spi­ra.

«Ho in­con­tra­to Ali qual­che an­no fa, e pos­so di­re con cer­tez­za che è la per­so­na più in­cre­di­bi­le che ab­bia mai co­no­sciu­to. Ero in­sie­me a un grup­po di fan in vi­si­ta, e nes­su­no di noi era lì per par­la­re di sport, ep­pu­re lui mi ha ri­co­no­sciu­to, sa­pe­va chi ero. Fan­ta­sti­co! Come il fee­ling che si è in­stau­ra­to im­me­dia­ta­men­te tra di noi. È pro­prio The Greatest of All Ti­me».

Da Mu­ham­mad Ali è fa­ci­le pas­sa­re a Mal­colm X – un al­tro ri­fe­ri­men­to fon­da­men­ta­le per Car­me­lo An­tho­ny –, di cui ri­cor­ro­no i 90 an­ni dal­la na­sci­ta e i 50 dal­la mor­te. «Mi han­no sem­pre af­fa­sci­na­to i suoi mes­sag­gi e il mo­do in cui lui li ha tra­smes­si: ha par­la­to come un ve­ro lea­der a gran­di quan­ti­tà di per­so­ne, af­fron­tan­do ar­go­men­ti com­pli­ca­ti come la raz­za e il co­lo­re del­la pel­le. Quei mes­sag­gi so­no arrivati in tut­te le par­ti del mon­do».

«Di not­te leg­go le boz­ze dei be­st sel­ler di mia mo­glie»

Il viag­gio con Me­lo sta per fi­ni­re. Per l’ul­ti­ma fer­ma­ta si tor­na a Broo­klyn. Qui, il 25 giu­gno del 1979, da ge­ni­to­ri por­to­ri­ca­ni, è ve­nu­ta al mon­do Ala­ni Ni­co­le “La La” Vázquez, che 31 an­ni più tar­di sa­reb­be di­ven­ta­ta la si­gno­ra An­tho­ny. La La è una don­na di for­te per­so­na­li­tà – scrit­tri­ce di be­st sel­ler, at­tri­ce, stel­la del­la ra­dio e del­la tv, re­gi­na dei rea­li­ty – se­con­do cui la pri­ma re­go­la è: “In amo­re, la pal­la ce l’han­no sem­pre le si­gno­re”. «Okay, que­sto è quel­lo che dice lei», scher­za Car­me­lo. «Di­cia­mo che in ca­sa la pal­la è di­vi­sa fifty fifty, l’amo­re è un mix, come nei ve­sti­ti. Il pro­ble­ma, piut­to­sto, per me so­no le boz­ze dei suoi libri che de­vo leg­ge­re fi­no a not­te fon­da. La La tie­ne tan­tis­si­mo a ciò che pen­so e, be’... vi as­si­cu­ro che so­no lun­ghe not­ti».

«PER F ARE LA SQU ADRA H O C H I E S TO

A PE­LÉ» «Il soc­cer? Da­te­gli due an­ni e di­ven­te­rà un fe­no­me­no paz­ze­sco an­che ne­gli Sta­tes»

10 mag­gio 1973, Ga­ra 5 del­le fi­na­li NBA. Con quat­tro uo­mi­ni tra i 18 e i 23 pun­ti e un bel con­tri­bu­to di una ri­ser­va chia­ma­ta “Bones”, i New York Knic­ker­boc­kers si ag­giu­di­ca­no il se­con­do ti­to­lo del­la lo­ro sto­ria. Nes­su­no avreb­be mai po­tu­to im­ma­gi­na­re che sa­reb­be­ro do­vu­ti pas­sa­re al­me­no 15.738 gior­ni per tor­na­re a fe­steg­gia­re a cham­pa­gne.

E par­lia­mo di me­ra teo­ria, per­ché nep­pu­re Spi­ke Lee met­te­reb­be un cent sul­le pos­si­bi­li­tà che i blu-aran­cio si ag­giu­di­chi­no il ti­to­lo 2016. Già, quei 43 an­ni di at­te­sa di­ven­te­ran­no qual­co­sa di più, e non è nem­me­no il pro­ble­ma prin­ci­pa­le. Que­st’ul­ti­mo è l’as­sen­za di una lu­ce in fon­do al tun­nel che non as­so­mi­gli a un 18 ruo­te con gli ab­ba­glian­ti ac­ce­si che pro­ce­de in sen­so con­tra­rio.

Il fat­to è che, do­po le due fi­na­li gio­ca­te e per­se ne­gli An­ni 90, è ar­ri­va­to il nuo­vo mil­len­nio, fat­to di quat­tro sta­gio­ni ol­tre il 50% di suc­ces­si e una (1) se­rie di playoff vin­ta, pe­ral­tro con il fia­to­ne, con­tro i Cel­tics nel 2013. Ci ha pro­va­to un gentiluomo come Scott Lay­den, uno che a Utah ave­va co­strui­to i me­ra­vi­glio­si Jazz di Stock­ton e Ma­lo­ne: nul­la. E al­lo­ra pallino in ma­no a uno che co­no­sce i se­gre­ti del­la stra­da come Isiah Tho­mas: peg­gio che an­dar di not­te. Sot­to al­lo­ra con una leg­gen­da ri­spet­ta­tis­si­ma come Don­nie Wal­sh: spaz­za­to via pu­re lui. Ora a pro­var­ci è il tur­no di quel cen­tro di ri­ser­va che mi­se 6 pun­ti in quel­la Ga­ra 5 del ’73. Bones, il mi­to Phil Jack­son. L’uo­mo con più anel­li (13) che di­ta non può fal­li­re, dai.

Ep­pe­rò ugual­men­te i Knicks la scor­sa sta­gio­ne ne han vin­te 17, che si­gni­fi­ca che ne han per­se 65. Scar­ta­te le ipo­te­si ba­sa­te su ca­ba­la, su­per­sti­zio­ni e com­plot­ti­smo, re­sta so­lo la fred­da cro­na­ca. Quel­la che par­la di una fran­chi­gia che si è con­trad­det­ta trop­pe vol­te e trop­pe vol­te ha pa­ni­ca­to sot­to pres­sio­ne. Come quan­do ha pre­so Car­me­lo An­tho­ny, fuo­ri­clas­se as­so­lu­to, no­no­stan­te le sue ca­rat­te­ri­sti­che non si spo­sas­se­ro con quel­le dell’al­tra stel­la Stou­de­mi­re e so­prat­tut­to con quel­lo che Wal­sh e Mi­ke D’an­to­ni, con­tra­ri all’ope­ra­zio­ne, ave­va­no co­min­cia­to a fa­re.

Quan­do co­sì tan­te per­so­ne qua­li­fi­ca­te falliscono mi­se­ra­men­te, il so­spet­to è sem­pre quel­lo: che il pe­sce ema­ni cat­ti­vo odo­re dal­la cer­vi­ce. Che nel ca­so di spe­cie dal 1994 è rap­pre­sen­ta­ta da Ca­ble­vi­sion, gi­gan­te del­le te­le­co­mu­ni­ca­zio­ni fon­da­to da Char­les F. Do­lan. Og­gi a me­na­re le dan­ze è il fi­glio di Char­les, Ja­mes L., ot­ti­mo ve­li­sta e front­man dei JD & The Straight Shot, band di blues-rock che è sta­ta an­che sup­por­ter de­gli Eagles. Ba­sket? Ehm, qui si fa più com­pli­ca­ta.

Il pro­ble­ma sta nel­la te­sta. Ma quel­la del pro­prie­ta­rio

Do­po aver su­pe­ra­to se­ri pro­ble­mi di dro­ga e al­col in gio­ven­tù, Do­lan ha de­ci­so di ren­der­si inac­ces­si­bi­le ai me­dia, una mos­sa che a New York è po­po­la­re come di­chia­rar­si guer­ra­fon­dai in un con­ses­so di pa­ci­fi­sti. Per elen­ca­re tut­ti i pa­li che ha pre­so il no­stro eroe non ba­ste­reb­be la Bri­tan­ni­ca.

Per vincere nell’nba di og­gi ci vo­glio­no pa­zien­za e strut­tu­ra, pri­ma an­co­ra che gio­ca­to­ri e al­le­na­to­re. Se Phil Jack­son può pro­va­re a la­vo­ra­re sulla se­con­da, am­mes­so che non per­da la poesia pri­ma di ca­va­re un ra­gno dal bu­co, per la pri­ma non spe­ra­te nei ti­fo­si, nei me­dia e in Do­lan. Coa­ch Fi­sher è se­du­to su una pan­chi­na che scot­ta più di un bar­be­cue, e so­lo un An­tho­ny in sa­lu­te può evi­ta­re l’en­ne­si­ma im­plo­sio­ne. D’al­tron­de ci sa­rà un mo­ti­vo se far­ce­la in que­sta cit­tà è ce­le­bra­to come dif­fi­ci­lot­to in una can­zon­ci­na piut­to­sto fa­mo­sa...

E io vi di­co per­ché non vin­ce­rà mai L’ U OMO C ON PIÙ ANEL­LI CHE DIT A NON PUÒ FA L L I R E , D A I

CAR­ME­LO AN­THO­NY È NA­TO A NEW YORK NEL 1984

IN TUT­TE LE FO­TO TOT AL LOOK ER­ME­NE­GIL­DO ZE­GNA COU­TU­RE, ORO­LO­GIO PATEK PHILIPPE

“ME­LO” GIO­CA NEI NEW YORK KNICKS DAL 2011. CON LA NA­ZIO­NA­LE USA HA P ARTECIPATO A TRE OLIM­PIA­DI

Car­me­lo An­tho nu­me­ro ny è il 7 e la star in­dis dei cus­sa Knicks. Nel­la scor­sa sta­gio­ne ha 24,2 pun­ti rea­liz­za­to di me­dia a par­ti­ta

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