E an­che que­sta è an­da­ta

Pri­ma le po­le­mi­che sul­la scel­ta del pro­ta­go­ni­sta, poi l’at­tac­co de­gli hac­ker nor­d­co­rea­ni al­la So­ny. Sem­bra­va im­pos­si­bi­le, ma il 21 gen­na­io Ste­ve Jobs ar­ri­va al ci­ne­ma. E AA­RON SOR­KIN, il re de­gli sce­neg­gia­to­ri, che am­met­te di aver scrit­to il suo film pi

GQ (Italy) - - Storie - Te­sto di JEN­NI­FER M. WOOD Fo­to di MI­CHAEL FRIBERG

Se vo­le­te ave­re una di­scus­sio­ne ap­pro­fon­di­ta su­gli al­go­rit­mi o su Fa­ce­ti­me, vi con­vie­ne de­pen­na­re Aa­ron Sor­kin dall’elen­co dei po­ten­zia­li in­ter­lo­cu­to­ri. Ma se cer­ca­te uno sce­neg­gia­to­re pre­mio Oscar che sap­pia rac­con­ta­re il mon­do del­la tec­no­lo­gia al di là dei so­li­ti cli­ché sul ge­nio di­sa­dat­ta­to, è l’uo­mo che fa al caso vo­stro.

Per quan­to lui giu­ri di non sa­pe­re co­me ha fat­to a di­ven­ta­re il «pun­to di ri­fe­ri­men­to per il si­ste­ma bi­na­rio» a Hol­ly­wood, so­lo ne­gli ul­ti­mi cin­que an­ni Sor­kin ha vin­to un Oscar per la sce­neg­gia­tu­ra di The So­cial Net­work di Da­vid Fin­cher (sul­la sto­ria dei fon­da­to­ri di Fa­ce­book), ha ri­ce­vu­to una no­mi­na­tion per L’ar­te di vin­ce­re di Ben­nett Mil­ler, e ha sfor­na­to tre sta­gio­ni del­la se­rie The New­sroom in cui i so­cial me­dia han­no avu­to un ruo­lo cen­tra­le. Ora, con Ste­ve Jobs, è ar­ri­va­to do­ve mol­ti al­tri scrit­to­ri era­no giun­ti pri­ma: si trat­ta, in­fat­ti, dell’ul­ti­mo di una buo­na doz­zi­na di film sul de­fun­to, leg­gen­da­rio co­fon­da­to­re di Ap­ple (e il ter­zo in usci­ta so­lo ne­gli ul­ti­mi 12 me­si).

«Per Hol­ly­wood so­no or­mai esper­to del si­ste­ma bi­na­rio»

Con­ce­pi­to in tre at­ti di­stin­ti − cia­scu­no dei qua­li si svol­ge die­tro le quin­te del lan­cio di un pro­dot­to (il Ma­cin­to­sh nel 1984, NEXT nell’88, l’imac nel ’98) − il film è l’adat­ta­men­to del­la bio­gra­fia di Wal­ter Isaac­son, au­to­riz­za­ta dal­lo stes­so Jobs. «Quel li­bro do­ve­va oc­cu­par­si dei fat­ti, es­se­re in­som­ma un’ope­ra gior­na­li­sti­ca», di­ce Sor­kin. «Nel mio la­vo­ro, in­ve­ce, è ri­chie­sta una com­po­nen­te sog­get­ti­va: è la dif­fe­ren­za tra una fo­to­gra­fia e un di­pin­to». E non sem­pre è un bel ri­trat­to.

Com’è na­to il pro­get­to?

« Ave­vo ap­pe­na fat­to The So­cial Net­work e L’ar te di vin­ce­re per la So­ny, con Scott Ru­din in ve­ste di pro­dut­to­re. Amy Pa­scal, che all’epo­ca era co-pre­si­den­te, mi ha chia­ma­to di­cen­do: “Vor­rem­mo che adat­tas­si il li­bro di Isaac­son”, e io mi so­no mes­so a tre­ma­re. Scott è bra­vis­si­mo nel con­vin­cer­mi a fa­re co­se che mi pre­oc­cu­pa­no».

Che co­sa la pre­oc­cu­pa­va?

« Mi agi­to pri­ma di fa­re qual­sia­si co­sa. È co­me sta­re ai pie­di di una mon­ta­gna e guar­da­re ver­so la ci­ma, sen­za ave­re al­cun iti­ne­ra­rio chia­ro per ar­ri­var­ci. In que­sto caso, poi, a sco­rag­giar­mi era an­che il fat­to che non sa­pes­si gran­ché di Ste­ve Jobs».

Co­me è riu­sci­to a su­pe­ra­re que­sti ti­mo­ri?

«Io la­vo­ro con mol­ta len­tez­za. I pri­mi due me­si li pas­so a cam­mi­na­re su e giù e ad ar­ram­pi­car­mi sui mu­ri, ri­pe­ten­do­mi: “Non ho idea di co­sa de­vo fa­re, non so pro­prio co­me me la ca­ve­rò”. È sta­to in quel pe­rio­do che ho de­ci­so di non scri­ve­re un film bio­gra­fi­co».

Per­ché no?

«Quan­do fai un film bio­gra­fi­co, è mol­to dif­fi­ci­le scar­di­na­re la strut­tu­ra nar­ra­ti­va dell’ar­co di una vi­ta, a cui il pub­bli­co è abi­tua­to. La gen­te en­tre­rà in sa­la sa­pen­do che ve­drà per pri­ma co­sa un ra­gaz­zi­no insieme al pa­dre che fis­sa la ve­tri­na di un ne­go­zio di elet­tro­ni­ca, e che a quel­la se­gui­ran­no tut­te le al­tre ce­le­bri tap­pe fon­da­men­ta­li del­la vi­ta di Ste­ve Jobs. Inol­tre io non so­no esat­ta­men­te uno sce­neg­gia­to­re. So­no un au­to­re tea­tra­le che si fin­ge sce­neg­gia­to­re. Mi tro­vo più a mio agio a scri­ve­re di pe­rio­di e di spazi geo­gra­fi­ci mol­to cir­co­scrit­ti. Co­sì, leg­gen­do dei pro­ble­mi in­con­tra­ti dal­la Ap­ple per far di­re “Ciao” al Mac, du­ran­te il lan­cio del 1984, mi è ve­nu­ta un’idea. Ho scrit­to una mail a Scott di­cen­do: “Se non do­ves­si

« Q UA N D O M E

LO H A N N O

P R O P O S TO

H O I N I Z I A TO

A TRE­MA­RE»

ren­de­re con­to a nes­sun al­tro, scri­ve­rei tut­to il film in tre sce­ne che si svol­go­no cia­scu­na in tem­po rea­le, die­tro le quin­te, al­la vi­gi­lia del lan­cio di un pro­dot­to par­ti­co­la­re. In­di­vi­due­rei cin­que o sei con­flit­ti- chia­ve nel­la vi­ta di Ste­ve e li svi­lup­pe­rei in que­ste sce­ne die­tro le quin­te, lon­ta­no da­gli oc­chi del pub­bli­co».

L’idea che po­tes­se es­se­re per­ce­pi­ta un’even­tua­le so­mi­glian­za fra que­sto film e The So­cial Net­work le ha da­to da pen­sa­re?

«L’uni­ca co­sa che mi ha da­to da pen­sa­re è sta­to il pa­ra­dos­so, cioè il fat­to che io so­no tec­no­lo­gi­ca­men­te anal­fa­be­ta. Non so co­me ab­bia fat­to a di­ven­ta­re l’uo­mo di ri­fe­ri­men­to per il si­ste­ma bi­na­rio, ma non ave­vo il ti­mo­re di ri­pe­ter­mi. Sa­pe­vo che que­sto sa­reb­be sta­to un film di tutt’al­tro ge­ne­re».

Nei pri­mi trai­ler Ste­ve Jobs ave­va l’aria del­la rock­star. Ma nel film que­sta co­sa non c’è: si svol­ge tut­to die­tro le quin­te.

«Cre­do che la gen­te im­ma­gi­ni il film co­me un in­ter­mi­na­bi­le brin­di­si a Ste­ve Jobs. Lei l’ha vi­sto: non lo è».

Jobs era l’uo­mo del­le gran­di idee, ma mol­to di quel­lo che ve­dia­mo nel film sem­bra, più che al­tro, mo­ti­va­to dall’ego­cen­tri­smo.

«Il li­bro di Wal­ter Isaac­son su Ste­ve Jobs è una ma­gi­stra­le ope­ra gior­na­li­sti­ca. Un film non può es­ser­lo. La Guer­ra di Char­lie Wil­son, che ho fat­to insieme a Mi­ke Ni­chols, è sta­ta la pri­ma non-fic­tion che ho scrit­to. All’epo­ca, Mi­ke ri­pe­te­va sem­pre: “L’ar­te non si oc­cu­pa dei fat­ti”. È una le­zio­ne che mi è ri­ma­sta».

nag­gio se­con­da­rio. Lei si de­fi­ni­sce tec­no­lo­gi­ca­men­te anal­fa­be­ta, pe­rò tra que­sto film, The So­cial Net­work e per­fi­no L’ar­te di vin­ce­re sem­bra l’esat­to con­tra­rio.

«Que­sto film non è un mi­to del­le ori­gi­ni né la sto­ria di un’in­ven­zio­ne. Non par­la di com’è sta­to in­ven­ta­to il Mac, co­me The So­cial Net­work non par­la­va del­la tec­no­lo­gia gra­zie al­la qua­le è sta­to in­ven­ta­to Fa­ce­book. Det­to que­sto, sa­pe­vo che non sa­rei mai sta­to ca­pa­ce di scri­ve­re il film sen­za l’aiu­to di va­ri con­su­len­ti. In que­sto film ci so­no bat­tu­te che io ho scrit­to e che non ca­pi­sco».

Ste­ve Jobs di Aa­ron Sor­kin. Una re­spon­sa­bi­li­tà non da po­co.

«

In real­tà, com’è ov­vio, il film ap­par­tie­ne a tan­te per­so­ne. Pri­ma fra tut­te Dan­ny Boy­le, il re­gi­sta. Poi se do­ves­se an­dar ma­le, da­rei la col­pa a Mi­chael Fassbender, chia­ro».

Che pe­rò è fan­ta­sti­co nel ruo­lo del pro­ta­go­ni­sta.

« La ve­ri­tà è che la la­vo­ra­zio­ne di Ste­ve Jobs al­la fi­ne ha avu­to me­no in­top­pi di quel che sem­bra­va all’ini­zio. Cer­to non è sta­to fa­ci­le, spe­cie per via dell’at­tac­co a So­ny, cir­ca un an­no fa. E per le po­le­mi­che sul­la scel­ta ini­zia­le di con­tat­ta­re, per la par­te prin­ci­pa­le, Leo­nar­do Dica­prio e Ch­ri­stian Ba­le».

gliar­si una mat­ti­na e sco­pri­re che tut­te le co­mu­ni­ca­zio­ni re­la­ti­ve al film a cui si sta la­vo­ran­do da an­ni so­no a di­spo­si­zio­ne di chiun­que?

«L’at­tac­co de­gli hac­ker mi ha tur­ba­to per va­ri mo­ti­vi. Non riu­sci­vo a ca­pa­ci­tar­mi del fat­to che gli or­ga­ni di stam­pa ri­pub­bli­cas­se­ro email ru­ba­te da ri­cat­ta­to­ri che era­no ar­ri­va­ti a mi­nac­cia­re, ad­di­rit­tu­ra, le fa­mi­glie dei di­pen­den­ti So­ny. Il peg­gio è che die­tro a tut­to que­sto c’era la Co­rea del Nord».

E pen­sa­re che tut­to è par­ti­to da The In­ter­view, una com­me­dia di Se­th Ro­gen che iro­niz­za­va sul dit­ta­to­re nor­d­co­rea­no.

«Se mi aves­se­ro det­to che Kim Jong-un avreb­be avu­to un qual­che ef­fet­to sul­la mia vi­ta, non ci avrei cre­du­to. E in­ve­ce è suc­ces­so, pro­prio men­tre era­va­mo nel bel mez­zo dei casting per Ste­ve Jobs. Li fa­ce­va­mo ne­gli uf­fi­ci del­la So­ny, e un gior­no a tut­ti è ap­par­sa sui com­pu­ter que­sta ro­ba stra­nis­si­ma, que­ste im­ma­gi­ni scon­vol­gen­ti di san­gue e di te­schi, e il gior­no se­guen­te an­co­ra peg­gio. Tut­to in tem­po rea­le».

Que­sta espe­rien­za ha cam­bia­to le sue abi­tu­di­ni? Scri­ve let­te­re a ma­no, ha im­pa­ra­to il co­di­ce Mor­se?

« Non mi pia­ce stra­vol­ge­re le mie abi­tu­di­ni per via dei cat­ti­vi. Pe­rò a vol­te non mi vie­ne da­ta scel­ta. Quan­do si sta per pre­sen­ta­re un film, gli ad­det­ti stam­pa si riu­ni­sco­no e fan­no un elen­co di ar­go­men­ti: “Mi rac­co­man­do, evi­ta­te que­sto te­ma”, o “que­sta co­sa non di­te­la pro­prio co­sì, per­ché po­treb­be es­se­re ci­ta­ta fuo­ri con­te­sto” e via di­cen­do. Da al­lo­ra si è de­ci­so che nes­su­na di que­ste con­ver­sa­zio­ni po­te­va più svol­ger­si via email. Bi­so­gna­va sem­pre di­scu­ter­ne al te­le­fo­no. An­che la co­pia fi­si­ca del­la sce­neg­gia­tu­ra era sor­ve­glia­tis­si­ma».

Quan­to la in­cu­rio­si­sce il re­spon­so del pub­bli­co mondiale sul film?

«

Al­cu­ni di­ran­no che ci sia­mo an­da­ti trop­po pe­san­te, al­tri che ci sia­mo an­da­ti trop­po leg­ge­ri. Io cre­do che ab­bia­mo fat­to un bel film, e se chie­des­si a die­ci sce­neg­gia­to­ri di scri­ve­re un film su Jobs, ti ri­tro­ve­re­sti con die­ci film che non c’en­tra­no nien­te l’uno con l’al­tro».

«NON VI

A S P E T TAT E

UN BRIN­DI­SI

AL GE­NIO DI

STE­VE JOB S»

«So­no un anal­fa­be­ta tec­no­lo­gi­co. In que­sto film ho crea­to bat­tu­te che nean­ch’io ca­pi­sco»

AA­RON SOR­KIN, 54 AN­NI, UNO DEI PIÙ GRAN­DI SCENEGGIA TO­RI AME­RI­CA­NI. DO­PO THE SO­CIAL NET­WORK ( 2010) E L’AR­TE DI VIN­CE­RE ( 2011), CON STE­VE JOBS ( RE­GIA DI DAN­NY BOY­LE) È AL TER­ZO FILM SUL MON­DO DEL­LA TEC­NO­LO­GIA

PER­FI­NO LA VE­DO­VA DI JOBS GLI SI È AC­CA­NI­TA CON­TRO

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