Nooo, ma vac­ci tu a re­mi in Ame­ri­ca

Tre­mi­la mi­glia nau­ti­che, pia­ghe e so­li­tu­di­ne: la Ta­li­sker Whi­sky Atlan­tic Chal­len­ge è la ga­ra di ca­not­tag­gio più du­ra al mon­do. E MAT­TEO PE­RUC­CHI­NI è il pri­mo ita­lia­no a ten­tar­la ( con gli au­gu­ri di Alex Bel­li­ni)

GQ (Italy) - - Pura Vida - Te­sto di CRI­STI­NA D’AN­TO­NIO

Il 15 di­cem­bre è par­ti­ta dal­le Ca­na­rie la Ta­li­sker Whi­sky Atlan­tic Chal­len­ge. Ci vor­ran­no da 42 a 100 gior­ni per ar­ri­va­re a de­sti­na­zio­ne, ad An­ti­gua. A re­mi, in to­ta­le au­to­no­mia. Po­che ore pri­ma del via ab­bia­mo in­con­tra­to Mat­teo Pe­ruc­chi­ni, 34 an­ni, di ori­gi­ni va­re­si­ne, pri­mo ita­lia­no a ten­tar­la, pe­ral­tro in so­li­ta­ria.

«Uno de­gli osta­co­li più dif­fi­ci­li in una ga­ra-li­mi­te co­me que­sta è pro­prio ar­ri­va­re al­la par­ten­za», ci di­ce su­bi­to. «Ci vo­glio­no mi­glia­ia di ore di pre­pa­ra­zio­ne per es­ser pron­ti a li­vel­lo tec­ni­co, fi­si­co e men­ta­le».

Hai mai pen­sa­to “ma chi me l’ha fat­to fa­re”?

«No, an­che se ho un la­vo­ro che non la­scia mol­to spa­zio al­la pre­pa­ra­zio­ne di una sfi­da co­me que­sta. Mi so­no al­le­na­to men­tre il re­sto del mon­do dor­mi­va. Mol­te not­ti le ho de­di­ca­te al­la bar­ca. Ma di gior­no do­ve­vo es­se­re in uf­fi­cio, o in ae­ro­por­to per in­con­tra­re un clien­te».

Per quan­to tem­po e in che mo­do ti sei al­le­na­to?

«Que­sta ga­ra è un so­gno che col­ti­vo da die­ci an­ni, e per il qua­le mi pre­pa­ro da due. Mi segue An­drew Midd­le­broo­ke, che pre­pa­ra an­che gli esplo­ra­to­ri in mis­sio­ne in An­tar­ti­co. Ol­tre all’al­le­na­men­to sul re­moer­go­me­tro e in bar­ca, ho fat­to Cros­sfit qua­si tut­ti i gior­ni, più una ses­sio­ne set­ti­ma­na­le con un trainer di boxe e MMA. I mu­sco­li di sup­por­to so­no es­sen­zia­li du­ran­te la tra­ver­sa­ta, quan­do le on­de ren­do­no la re­ma­ta asim­me­tri­ca e sol­le­ci­ta­no la mu­sco­la­tu­ra in ma­nie­ra ano­ma­la. E poi, c’è sta­ta la pre­pa­ra­zio­ne psi­co­lo­gi­ca: per que­sta ho scel­to yoga e me­di­ta­zio­ne».

È ve­ro che hai de­ci­so di par­te­ci­pa­re do­po 36 ore di la­vo­ro non stop in tra­sfer­ta a Sin­ga­po­re?

«Sì, la­vo­ran­do co­me ma­na­ge­ment con­sul­tant le ore so­no mol­to lun­ghe e spes­so si con­fon­de il gior­no con la not­te. I rit­mi a Sin­ga­po­re era­no mas­sa­cran­ti, an­che peg­gio­ri di quel­li di Lon­dra, la mia se­de prin­ci­pa­le. È lì che ho ca­pi­to: se non aves­si avu­to il co­rag­gio di in­se­gui­re il mio so­gno, non lo avrei mai rea­liz­za­to».

Par­te­ci­pa­re a ga­re co­sì estre­me va­le quan­to quat­tro se­du­te di te­ra­pia freu­dia­na a set­ti­ma­na?

«È una sfi­da spor­ti­va e nel­lo stes­so tem­po un per­cor­so in­te­rio­re, che spin­ge ai li­mi­ti del­la re­si­sten­za fi­si­ca e men­ta­le. At­tra­ver­sa­re un ocea­no a re­mi in so­li­ta­ria mi cam­bie­rà, ne so­no cer­to: tre me­si di iso­la­men­to mi fa­ran­no ri­pren­de­re con­tat­to con me stes­so, o per lo me­no mi fa­ran­no co­no­sce­re un me stes­so sot­to una lu­ce nuo­va».

Co­sa fa pau­ra: la pro­va fi­si­ca o quel­la men­ta­le?

«L’ocean ro­wing è una bat­ta­glia fi­na­le. Par­lia­mo di una tra­ver­sa­ta che po­treb­be du­ra­re più di 70 gior­ni: do­vrò re­ma­re 14, 16 ore al gior­no, con il mal di ma­re e in con­di­zio­ni di pri­va­zio­ne estre­ma del son­no. Ep­pu­re pen­so che sa­rà la so­li­tu­di­ne la pro­va più ar­dua. Mi chie­di se ho pau­ra? Sì. Ma la pau­ra è im­por­tan­te nel­le sfi­de: aiu­ta ad ap­prez­za­re, e a non sot­to­va­lu­ta­re, le difficoltà. Ogni equi­pag­gio è un nul­la nei con­fron­ti dell’ocea­no: es­se­re con­sa­pe­vo­li di que­sta fra­gi­li­tà ser­ve a man­te­ne­re un equi­li­brio e a ri­spet­ta­re il ma­re. La pau­ra sa­rà la mia com­pa­gna di ga­ra: me­glio in­vi­tar­la a bor­do, in­ve­ce che cer­ca­re di com­bat­ter­la».

Pri­ma di te, so­lo un ita­lia­no ha af­fron­ta­to l’ocea­no in so­li­ta­ria: Alex Bel­li­ni. L’hai mai chia­ma­to per un con­si­glio, pri­ma di par­ti­re?

«Alex è un atle­ta ec­ce­zio­na­le: è sta­to an­che gra­zie ai suoi

li­bri che ho de­ci­so di pro­var­ci. Ci sia­mo scam­bia­ti qual­che mes­sag­gio e spe­ro di in­con­trar­lo al ri­tor­no dall’atlan­ti­co».

In che co­sa sa­rà di­ver­sa la tua av­ven­tu­ra dal­le sue?

«C’è una que­stio­ne di rot­ta: la sua de­sti­na­zio­ne fi­na­le era il Bra­si­le, io at­tra­ver­se­rò l’ocea­no più a nord. E poi il fat­to che io, ol­tre a do­ver­mi con­fron­ta­re con me stes­so e con l’ocea­no, de­vo ga­reg­gia­re con­tro al­tri equi­pag­gi da tut­to il mon­do».

Com’è So­gno Atlan­ti­co, la tua im­bar­ca­zio­ne?

«L’ho pen­sa­ta per tra­spor­ta­re tut­to il ne­ces­sa­rio per i tre me­si di na­vi­ga­zio­ne: al­la par­ten­za pe­sa­va 850 chi­li, tra vi­ve­ri, stru­men­ta­zio­ni ali­men­ta­te da cin­que pan­nel­li so­la­ri, due dis­sa­la­to­ri per l’ac­qua».

Con chi l’hai pro­get­ta­ta?

«Con Ju­stin Ad­kin, uno dei mi­glio­ri di­se­gna­to­ri di bar­che per tra­ver­sa­te ocea­ni­che a re­mi. Dal De­von, In­ghil­ter­ra, So­gno Atlan­ti­co è poi ar­ri­va­ta al Can­tie­re Co­stan­ti­ni, sul la­go Mag­gio­re. E qui la pre­pa­ra­zio­ne de­fi­ni­ti­va è di­ven­ta­ta un af­fa­re di fa­mi­glia: mi han­no aiu­ta­to mio pa­dre e mio fra­tel­lo».

In caso di emergenza, qua­li at­trez­za­tu­re ti met­te­ran­no in sal­vo?

«L’epirb, il di­spo­si­ti­vo che se­gna­le­rà all’istan­te la mia po­si­zio­ne in ma­re. Poi, la zat­te­ra di sal­va­tag­gio. E il te­le­fo­no sa­tel­li­ta­re per co­mu­ni­ca­re con le uni­tà di soc­cor­so».

C’è un Wil­son, un og­get­to inu­ti­le per la ga­ra, che ti fa­rà da por­ta­for­tu­na?

«Una pic­co­la ma­scot­te di­se­gna­ta dal­la mia ra­gaz­za: non la chia­me­rò Wil­son, non vor­rei fa­ces­se la fi­ne del pal­lo­ne del film Ca­st Away... ».

Qual è il pe­ri­co­lo mag­gio­re, in tra­ver­sa­te co­sì?

«Le tem­pe­ste, le na­vi da car­go e gli squa­li so­no pe­ri­co­li rea­li, ma quel­lo mag­gio­re re­sta l’er­ro­re uma­no. È suc­ces­so che dei vo­ga­to­ri ocea­ni­ci, in pre­da ad al­lu­ci­na­zio­ni da stan­chez­za, sia­no ca­du­ti in ma­re. Per­ciò re­ste­rò sem­pre le­ga­to al­la bar­ca, gior­no e not­te».

Qua­li vo­ci vor­re­sti ti ac­com­pa­gnas­se­ro nel viag­gio?

«Ne­gli ul­ti­mi due an­ni il sup­por­to ri­ce­vu­to da ami­ci, fa­mi­glia­ri e per­si­no da­gli sco­no­sciu­ti è sta­to in­cre­di­bi­le: as­su­mo­no più di 8.000 ca­lo­rie al gior­no. Per­ciò ne­gli ul­ti­mi me­si ho rad­dop­pia­to il con­su­mo ca­lo­ri­co: per met­te­re su pe­so da per­de­re in ga­ra».

Sei ce­lia­co: co­me ti so­ster­rai du­ran­te il viag­gio?

«E so­no pu­re al­ler­gi­co al­le uo­va... Ho spe­ri­men­ta­to snack e in­te­gra­to­ri che pos­sa­no du­ra­re set­ti­ma­ne: il ci­bo è es­sen­zia­le per le ca­lo­rie, ma an­che per il mo­ra­le in ma­re».

Qua­le sa­rà il ge­sto quo­ti­dia­no, sem­pli­ce in ter­ra­fer­ma, a es­se­re dif­fi­ci­le in ma­re? An­da­re in ba­gno?

«In ef­fet­ti, man­te­ne­re una buo­na igie­ne per­so­na­le sa­rà du­ra. Im­ma­gi­na, do­po un tur­no di ore ai re­mi sot­to la piog­gia, che vo­glia si può ave­re di pu­li­re e me­di­ca­re pia­ghe e fe­ri­te. Ma far­lo è es­sen­zia­le: li­mi­ta il ri­schio di in­fe­zio­ni che col­pi­sco­no di nor­ma gli equi­pag­gi».

Quan­to ti è co­sta­ta tut­ta que­sta fac­cen­da?

«Da­to il co­sto del­la bar­ca, il bud­get per una tra­ver­sa­ta atlan­ti­ca a re­mi ar­ri­va an­che a 100mi­la eu­ro. Una par­te so­no sol­di miei, una par­te pre­sti­ti, una par­te spon­so­riz­za­zio­ni».

E poi, il cro­w­d­fun­ding.

«Sì, è sta­to fon­da­men­ta­le, e per i miei so­ste­ni­to­ri è sta­to un mo­do “cal­do” di par­te­ci­pa­re. Po­te­va­no of­frir­mi il ci­bo per un gior­no, op­pu­re ve­de­re il pro­prio no­me stam­pa­to sul­la bar­ca: co­sì il So­gno Atlan­ti­co è di­ven­ta­to il so­gno di quan­ti mi han­no aiu­ta­to».

Vo­ga­re per te è una que­stio­ne di fa­mi­glia: per­ché hai de­ci­so di se­gui­re tuo pa­dre nel­le sue pas­sio­ni?

«Lo sport è sem­pre sta­to im­por­tan­te per noi: ho pro­va­to di tut­to, ma a do­di­ci an­ni ho ini­zia­to a re­ma­re sul la­go Mag­gio­re. Un col­po di ful­mi­ne».

Quan­to ha con­ta­to vin­ce­re an­che dei ti­to­li?

«So­no sem­pre sta­to com­pe­ti­ti­vo, ma la co­sa più im­por­tan­te non è vin­ce­re, ma spin­ger­si fi­no e ol­tre i pro­pri li­mi­ti».

L’ul­ti­ma co­sa che fa­rai pri­ma di pren­de­re il lar­go?

«Ab­brac­cia­re tut­ti. Mam­ma, pa­pà, fra­tel­lo, fi­dan­za­ta. E ras­si­cu­rar­li, di­re che ar­ri­ve­rò ad An­ti­gua sa­no e sal­vo. Sen­za di lo­ro, sa­rei an­co­ra qui a so­gna­re so­lo sul­la car­ta».

«PIÙ DELL O S Q UA LO, È P E R I C O LOS O L’ E R R O R E UM A N O » «Nell’ocean ro­wing la pau­ra è me­glio in­vi­tar­la

a far­ti com­pa­gnia, in­ve­ce che com­bat­ter­la»

MAT­TEO PE­RUC­CHI­NI, 34 AN­NI, HA INI­ZIA TO A RE­MA­RE QUAN­DO NE AVE­VA 12. DU­RAN­TE L’UNI­VER­SI­TÀ HA VIN­TO TRE TI­TO­LI ITA­LIA­NI: DUE A SE­DI­LE FIS­SO, UNO IN COP­PIA

PE­RUC­CHI­NI E LA SUA BAR­CA ( SOGNOATLANTICO. COM). PER MET­TE­RE IN PIE­DI L’IM­PRE­SA, È RI­COR­SO AL CRO­W­D­FUN­DING

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