«IL MIO CA R O A M I CO DAV I D »

Le can­zo­ni, lo sti­le, le co­ver crea­te in­sie­me, e quei ge­sti di­ver­si dal­le so­li­te star. Il ri­cor­do spe­cia­le di PAUL SMI­TH: «La mor­te di Bo­wie ri­guar­da la vi­ta di tut­ti noi»

GQ (Italy) - - Super ! - Te­sto di MAR­TA GAL­LI Next Day,

«Un gior­no ero al­le pre­se con il fi­glio di­ciot­ten­ne di un ami­co in uno dei miei ne­go­zi, a Lon­dra. Il ra­gaz­zo ave­va de­ci­so di com­pra­re il suo pri­mo com­ple­to da uo­mo, e io lo as­si­ste­vo nel­la scel­ta. Men­tre si os­ser­va­va al­lo spec­chio, qual­cu­no uscì dal ca­me­ri­no e, fis­san­do­lo da un al­tro spec­chio al­le sue spal­le, fe­ce: “Wow, ra­gaz­zo, stai be­nis­si­mo!”. Il gio­va­not­to ri­ma­se di stuc­co, per­ché quel qual­cu­no era Da­vid Bo­wie».

Paul Smi­th rag­gra­nel­la i ri­cor­di. Il pas­sa­to, co­me in un cor­to­cir­cui­to, si è ro­ve­scia­to sul suo pre­sen­te, spar­gen­do pez­zi che a po­co a po­co co­min­cia­no ad ave­re un sen­so. «Bo­wie era fat­to co­sì. Ar­ri­va­va in ne­go­zio sen­za pre­av­vi­so, non ave­va l’abi­tu­di­ne − ti­pi­ca del­le ce­le­bri­tà − di an­nun­ciar­si o di pre­sen­tar­si fuo­ri ora­rio. Lo ave­vo co­no­sciu­to nel 1979, pro­prio in que­sto mo­do: nean­che un pa­io

« A R R I VAVA I N N E GOZ I O

SEN­ZA P R E AV V I S O : E R A I L C AOS »

IN POR­TO Pier­re Ca­si­ra­ghi ( il pri­mo in al­to a de­stra) all’ar­ri­vo del­la 71a edi­zio­ne del­la re­ga­ta Syd­ney- Ho­bart. Ma­se­ra­ti V or 70, con lo skip­per Gio­van­ni Sol­di­ni, si è clas­si­fi­ca­ta quar­ta. Ca­si­ra­ghi è vi­ce­pre­si­den­te del­lo Y acht Club de Mo­na­co

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