Già da bam­bi­no An­ders Brei­vik era col­le­ri­co, ri­gi­do. Per i vi­ci­ni era IL BIM­BO MECCANO.

GQ (Italy) - - Storie -

Sbar­ca­to dal tra­ghet­to, Brei­vik dis­se di es­se­re sta­to man­da­to dal­la po­li­zia, do­po la bom­ba di Oslo, per pro­teg­ge­re la si­cu­rez­za dei ragazzi. Chie­se che fos­se­ro ra­du­na­ti. Una pri­ma pat­tu­glia era ar­ri­va­ta in­tan­to da­van­ti all’iso­la. La cen­tra­le ave­va co­mu­ni­ca­to di an­da­re sul po­sto e “os­ser­va­re”. I due agen­ti ob­be­di­ro­no: nell’aria si sen­ti­va­no col­pi di ca­ra­bi­na.

Brei­vik pro­vò a co­sti­tuir­si chia­man­do la po­li­zia. Due vol­te. Non gli die­de­ro ret­ta. Dis­se: «Mi tro­vo a Utøya, so­no il Co­man­dan­te...». Aven­do di­men­ti­ca­to il suo, usa­va il te­le­fo­ni­no di un ra­gaz­zo da cui era pos­si­bi­le fa­re so­lo chia­ma­te d’emer­gen­za poi­ché la sche­da Sim non fun­zio­na­va. L’ope­ra­to­re non ve­de­va il nu­me­ro sul­lo scher­mo e, non po­ten­do ri­chia­mar­lo, co­me pre­vi­sto dal pro­to­col­lo, la­sciò per­de­re. Per una se­rie di di­sgui­di, la squa­dra spe­cia­le Del­ta, fi­nal­men­te vi­ci­no all’iso­la, era in mez­zo all’ac­qua su una bar­ca a re­mi of­fer­ta da un cam­peg­gia­to­re. Brei­vik, in­tan­to, spa­ra­va den­tro la bocca aper­ta del­le ra­gaz­ze.

Chie­do ad Åsne Seier­stad se la Nor­ve­gia è cam­bia­ta do­po Utøya. «No. Ed è me­glio co­sì. Do­ve­va­mo for­se cam­bia­re i no­stri va­lo­ri per un paz­zo che era tra di noi?». Qual­cu­no ha pa­ga­to per le in­ge­nui­tà e i ri­tar­di?

«No. Nes­su­no, an­che se il rap­por­to sull’ope­ra­to del­le for­ze dell’or­di­ne è mol­to pe­san­te».

Il pro­ces­so si è con­clu­so nel 2012, con la con­dan­na di Brei­vik a 21 an­ni, il mas­si­mo pre­vi­sto. Non era­no pas­sa­ti due gior­ni dal­la cat­tu­ra, che il pri­gio­nie­ro co­min­ciò a la­men­tar­si del trat­ta­men­to car­ce­ra­rio. Non ave­va la sua cre­ma idra­tan­te, per esem­pio, e non ca­pi­va co­me mai, poi­ché era abi­tua­to a quat­tro fet­te di pa­ne per co­la­zio­ne, gli des­se­ro bur­ro sol­tan­to per tre... Il pro­ces­so per “di­su­ma­ni­tà” in­ten­ta­to da Brei­vik con­tro la Nor­ve­gia si è con­clu­so po­chi gior­ni fa. Il giu­di­ce gli ha da­to ra­gio­ne. Lui, in udien­za, ave­va fat­to il sa­lu­to na­zi­sta. Pri­ma di mo­ri­re, i ragazzi han­no dav­ve­ro vi­sto le cam­pa­nu­le?

«Sì. Ho fat­to un so­pral­luo­go a Utøya, con la so­rel­li­na di una vit­ti­ma: era lì an­che lei, ma è so­prav­vis­su­ta. Ci sia­mo sdra­ia­te esat­ta­men­te do­ve la so­rel­la fu col­pi­ta, per ave­re il suo pun­to di vi­sta. Da quel­la po­si­zio­ne po­te­va ve­der­le».

Un male tal­men­te gran­de − al­cu­ni ragazzi mo­ri­ro­no con i pol­mo­ni di­strut­ti dall’iper­ven­ti­la­zio­ne pro­vo­ca­ta dal ter­ro­re − e un dia­vo­lo co­sì ba­na­le. Poi­ché gli era sta­to vie­ta­to di in­dos­sa­re l’uni­for­me, An­ders Brei­vik si la­gnò per­ché, per la de­po­si­zio­ne, po­tes­se al­me­no in­dos­sa­re la sua po­lo pre­fe­ri­ta, ros­sa. Che ora l’aspet­ta, si­cu­ra­men­te sti­ra­ta, nel ma­gaz­zi­no del car­ce­re.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.