IO SO­NO UN FALEGNAME

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Non era an­co­ra mag­gio­ren­ne, ma si era già in­na­mo­ra­to per la vi­ta. Pri­ma di iscri­ver­si al Po­li­tec­ni­co, men­tre la­vo­ra­va nel la­bo­ra­to­rio di un ami­co di fa­mi­glia, Gia­co­mo Moor ave­va ca­pi­to: avreb­be spe­so la sua vi­ta die­tro al le­gno. Og­gi ha 34 an­ni, una mo­glie, tre fi­gli, no­ve per­so­ne che la­vo­ra­no a Mi­la­no con lui. «So­no un pro­get­ti­sta che sa do­ve met­te­re le ma­ni», rias­su­me. Un falegname ca­pa­ce di di­se­gna­re. La ve­ri­tà è pe­rò più ar­ti­co­la­ta. Gli han­no de­di­ca­to gran­di at­ten­zio­ni Wall­pa­per* e la Louis Vuit­ton Ci­ty Gui­de, tan­to per ci­ta­re gli stra­nie­ri. «L’80% del­le com­mis­sio­ni ar­ri­va dai pri­va­ti, il 20% che re­sta è la­vo­ro da de­si­gner pu­ro», di­ce. Par­la del­le col­la­bo­ra­zio­ni con le gal­le­rie, co­me lo stu­dio sul bam­bù per Pro­jectb Gal­le­ry. «So­no sem­pre bel­le sfi­de, che por­ta­no a esplo­ra­re ter­ri­to­ri sco­no­sciu­ti». La pros­si­ma? Top se­cret, a par­te la da­ta − 2017 − e la tec­ni­ca che ver­rà uti­liz­za­ta: la cur­va­tu­ra del le­gno a va­po­re, co­me usa­va­no Mi­chael Tho­net e i suoi fra­tel­li.

Fi­ni­ti i gior­ni in cui tor­na­va dai bo­schi con i ra­mi sot­to brac­cio («Uno è di­ven­ta­to la cio­to­la su cui ho co­strui­to la te­si di lau­rea»), Moor è un uo­mo che sa la­sciar­si in­can­ta­re. Dal­le es­sen­ze, ov­via­men­te: «Nel­la mia te­sta que­sto è il mo­men­to del fras­si­no oli­va­to, con le sue ve­ne scu­re. Ma la­vo­ro mol­to an­che con l’ol­mo fos­si­le: la man­can­za di os­si­ge­no lo ha re­so na­tu­ral­men­te gri­gio, il co­lo­re che ora pia­ce di più». Par­la dal la­bo­ra­to­rio, pro­get­ta­to con Mat­teo Pe­truc­ci, do­ve si è tra­sfe­ri­to a di­cem­bre. Per chi è av­vez­zo, si tro­va a No­lo, il nuo­vo no­me (fur­be­sca­men­te cool) del­la zo­na a Nord di piaz­za­le Lo­re­to. Ri­de. «Eti­chet­te. Ci sto per­ché da un pun­to di vi­sta lo­gi­sti­co è la scel­ta giu­sta. Che poi sia una pe­ri­fe­ria vi­bran­te, tan­to me­glio». Do­po­tut­to, il Duo­mo è a 10 mi­nu­ti di me­tro­po­li­ta­na. Il tem­po ne­ces­sa­rio, in sen­so stei­ne­ria­no, per co­strui­re la ri­vo­lu­zio­ne. _ (Cri­sti­na D’an­to­nio)

«Tra po­co mio fi­glio Roc­co si lau­rea in In­ge­gne­ria a Lon­dra. Per la­vo­ra­re, ogni an­no do­vrà fa­re un esa­me e di­mo­stra­re di es­se­re ag­gior­na­to. Og­gi se non sei con­nes­so, e quin­di con­sa­pe­vo­le, la vi­ta ti ab­ban­do­na. La mia ge­ne­ra­zio­ne po­te­va so­gna­re di la­scia­re il la­vo­ro per vi­ve­re nel­la ca­sa sull’al­be­ro. Og­gi è l’esat­to con­tra­rio: si è co­stret­ti a in­se­gui­re, al­tri­men­ti un gior­no qual­cu­no ti di­rà che quel­lo che fai non è bel­lo o brut­to, ma sem­pli­ce­men­te non ser­ve più, in­di­pen­den­te­men­te dal­le tue ca­pa­ci­tà. Io vi­vo pri­gio­nie­ro del web. Va­do a dor­mi­re sa­pen­do che quel­lo che ave­vo la­scia­to al mat­ti­no è an­da­to di­strut­to. E de­vo ri­co­min­cia­re da ca­po. È la mia gin­na­sti­ca men­ta­le, l’an­da­men­to co­stan­te­men­te mo­ni­to­ra­to di quel­lo che pub­bli­co mi spro­na. Ec­co per­ché con le pri­me tre pun­ta­te di Da­go in the Sky ho rac­con­ta­to la Re­te».

«Tim Ber­ners-lee, che nel 1989 ha in­ven­ta­to il World Wi­de Web, è ri­vo­lu­zio­na­rio co­me Jo­han­nes Gu­ten­berg, che nel 1455 creò la tec­ni­ca ti­po­gra­fi­ca di stam­pa. La Bib­bia, al­lo­ra, fu la chia­ve di ac­ces­so al­la cul­tu­ra co­mu­ne; il mon­do uscì dal Me­dioe­vo per en­tra­re nel Ri­na­sci­men­to. Ci vol­le un se­co­lo. Noi sia­mo a me­tà stra­da. La pol­ve­re del­la di­stru­zio­ne che chia­mia­mo cri­si non si è an­co­ra po­sa­ta. Non ve­dia­mo i con­tor­ni del nuo­vo mon­do. Ma la cul­tu­ra del web è la nuo­va Bib­bia che det­ta i co­di­ci com­por­ta­men­ta­li e scuo­te le co­scien­ze. I gio­va­ni ap­pren­do­no, i vec­chi si co­strui­sco­no un’al­tra iden­ti­tà con i so­cial. Per que­sto ne par­lo, sen­za cat­te­dre: dal­la fic­tion di se stes­si, il sel­fie, all’in­du­stria dell’eros che è al­la ba­se del mer­ca­to di com­pu­ter, vi­deo­ca­me­re, smart­pho­ne. Sem­pre più ve­lo­ci, sem­pre più con­nes­si». _ (Gio­van­ni Au­dif­fre­di)

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