Ste­fa­no Bal­di­ni GIÙ DI COR­SA FI­NO AL FIU­ME Ita­lia­ni Ma­iu­sco­li

D I G I OVANNI MONTANARO

GQ (Italy) - - Wardrobe -

Si gi­ra, e non li ve­de più. Qua­si non ci cre­de; sta­vol­ta è pri­mo. Ades­so non si de­ve mi­ca di­strar­re, pe­rò; de­ve vin­ce­re, og­gi, an­che se non c’è mi­ca nien­te da vin­ce­re, al mas­si­mo una fet­ta di sa­la­me in più. Ma per lui è la pri­ma vol­ta che li se­mi­na, ed è co­me trion­fa­re al­la ma­ra­to­na del­le Olim­pia­di. Ma non è che si sia per­so, in­ve­ce? Con tut­ta la neb­bia, ma­ga­ri gli al­tri si so­no fer­ma­ti. No, i pat­ti era­no chia­ri; si an­da­va a Po. E i ca­na­li son quel­li, e an­che i fag­gi, i piop­pi, e poi i cam­pi ver­di, ce­rea­li e fo­rag­gio, e l’aria umi­da, e il ver­de, l’uva, i sas­si, la ter­ra. Que­sto è il suo Ke­nya. Ste­fa­no Bal­di­ni è emo­zio­na­to, sod­di­sfat­to. No, non si ve­do­no, Pie­tro, Giu­sep­pe e Mar­co. È di­ven­ta­to il più for­te del­la fa­mi­glia. A pa­ri con­di­zio­ni di al­le­na­men­to, quin­di; stes­se stra­de, e poi lat­te dal­la stal­la, car­ne di be­stie che sai co­me le al­le­vi, ver­du­ra e frut­ta dell’or­to, uo­va del­le gal­li­ne per fa­re la pa­sta in ca­sa. Ma lui ha qual­co­sa in più. Co­me a tut­ti i ra­gaz­zi­ni, gli pa­re pas­sa­ta un’eter­ni­tà da quan­do era bam­bi­no. Pri­ma gli scat­ti, da un ca­pan­no­ne all’al­tro del pa­pà, a Ca­stel­no­vo ne’ Mon­ti, do­ve si fa il lat­te per il Par­mi­gia­no Reg­gia­no. È che la ve­lo­ci­tà non fa­ce­va per lui; al­la pri­ma ga­ra pul­ci­ni, a no­ve an­ni, sui 50 me­tri, è ar­ri­va­to ul­ti­mo. Lui de­ve fa­re fa­ti­ca. E co­sì ha in­si­sti­to per al­le­nar­si coi fra­tel­li più gran­di, che già cor­re­va­no for­te. Han­no die­ci, cin­que an­ni più di lui. All’ini­zio, gli sta­va die­tro cen­to me­tri ap­pe­na, poi un chi­lo­me­tro, poi tut­to l’al­le­na­men­to. Ades­so, an­ni do­po, li ha stac­ca­ti. Non ve­de l’ora che ar­ri­vi la ce­na, per rac­con­ta­re che co­sa è suc­ces­so, an­che se non è det­to che gli dia­no tan­ta at­ten­zio­ne; so­no in tre­di­ci a man­gia­re, mam­ma, pa­pà e un­di­ci fra­tel­li. E poi, a dir­la tut­ta, i suoi pen­sa­no sì, che cor­re­re fa be­ne, ma non so­no mi­ca d’ac­cor­do che fac­cia l’atle­ta. Di si­cu­ro, che non si fac­cia stra­ne idee, do­vrà fi­ni­re il Ber­trand Rus­sell a Gua­stal­la, e di­ven­ta­re ra­gio­nie­re. Poi, al mas­si­mo, po­trà an­da­re a Ru­bie­ra, ver­so Mo­de­na, do­ve si di­ce che la Cal­ce­struz­zi Cor­ra­di­ni agli atle­ti mi­glio­ri del­la sua squa­dra gli fa fa­re il part-ti­me nell’uf­fi­cio am­mi­ni­stra­zio­ne. E do­vrà da­re una ma­no in ca­sa, che per le muc­che non esi­sto­no la do­me­ni­ca e le fe­ste. Lui, in real­tà, è d’ac­cor­do.

A cor­re­re tan­to si im­pa­ra a sta­re coi pie­di per ter­ra. A ve­de­re le pian­te, le be­stie, si im­pa­ra il tem­po, che c’è da aspet­ta­re il pro­prio, di mo­men­to, che ma­ga­ri non ar­ri­va mi­ca su­bi­to, pri­ma bi­so­gna cre­sce­re. Ec­co­lo lì, Bal­di­ni, fe­li­ce, la ca­not­tie­ra, i ca­pel­li bion­di, sem­pre in or­di­ne, gli oc­chi chia­ri, par­la­re quel che ser­ve, la fac­cia qua­dra­ta, con­cen­tra­ta, che pa­re un po­co l’abi­tan­te di un bo­sco, di una fa­vo­la, e poi in­ve­ce un se­con­do do­po no, ti sem­bra uno nor­ma­le, che hai vi­sto og­gi in ascen­so­re, e non ci hai nean­che fat­to ca­so. Co­min­cia a in­tra­ve­de­re il fiu­me, que­sto gran­de suo fiu­me che non l’ave­va mai vi­sto ar­ri­va­re per pri­mo. È bel­lo ar­ri­va­re al tra­guar­do. È che non ca­pi­sce per­ché, cer­te vol­te, que­sta gran fa­ti­ca, lui vor­reb­be che non fi­nis­se mai.

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