Ven­ti­cin­que pas­si

Il pri­mo fu nel­la me­tà cam­po dell’in­ghil­ter­ra, l’ul­ti­mo un tuf­fo ver­so la me­ta de­gli All Blacks. Un ca­po­la­vo­ro di agi­li­tà e po­ten­za, di mu­sco­li e ar­mo­nia, che lan­ciò nel­la leg­gen­da e cam­biò il rugby per sem­pre.

GQ (Italy) - - News -

Il pri­mo pas­so è nel­la me­tà cam­po dell’in­ghil­ter­ra, a cir­ca 35 me­tri dal­la li­nea di me­ta, sul­la si­ni­stra. Sono pas­sa­ti cen­to­ven­ti­tré se­con­di dal cal­cio d’ini­zio e l’equi­li­brio del­la par­ti­ta si è già rot­to.

È il 18 giu­gno 1995. È la ter­za edi­zio­ne del­la Cop­pa del mon­do. Ed è Su­da­fri­ca. Quel­la tra Nuo­va Ze­lan­da e In­ghil­ter­ra, al New­lands Sta­dium di Cit­tà del Ca­po, esau­ri­to, 51.000 spet­ta­to­ri, è la se­con­da se­mi­fi­na­le.

Il kick-off, il cal­cio che dà ini­zio, co­me un se­gno del­la cro­ce, al­la li­tur­gia di tut­te le par­ti­te di rugby, spet­ta agli All Blacks. Pal­lo­ne nell’al­to dei cie­li e guer­ra in ter­ra agli uo­mi­ni di buo­na vo­lon­tà: obiet­ti­vo, la con­qui­sta del pri­mo pos­ses­so dell’ova­le. Tan­to per far ca­pi­re co­me gi­ra la gior­na­ta, la par­ti­ta, la squa­dra. A sor­pre­sa, gli All Blacks scel­go­no di non cal­cia­re dal­la par­te, quel­la al­la lo­ro de­stra, do­ve si sono piaz­za­ti gli avan­ti neo­ze­lan­de­si e in­gle­si, ma dall’al­tra, quel­la al­la lo­ro si­ni­stra, do­ve si sono schie­ra­ti i tre­quar­ti. È la par­te che il rugby de­fi­ni­sce aper­ta: aper­ta al gio­co, ai pas­sag­gi, al­la cor­sa, al­la fan­ta­sia, dun­que all’esplo­ra­zio­ne e all’av­ven­tu­ra. La par­te aper­ta è quel­la do­mi­na­ta dal­lo spa­zio, la par­te chiu­sa è quel­la abi­ta­ta dal tem­po.

La par­te aper­ta è an­che la par­te do­ve il neo­ze­lan­de­se Jonah Lomu si ag­gi­ra, co­me una pan­te­ra ne­ra, in ag­gua­to, e do­ve gli in­gle­si Will Car­ling e To­ny Un­der­wood, per ec­ces­so di con­cen­tra­zio­ne, o di ten­sio­ne, o di emo­zio­ne, nel ten­ta­ti­vo di con­qui­sta­re il pal­lo­ne cal­cia­to dal me­dia­no di aper­tu­ra neo­ze­lan­de­se An­dy Mehr­tens, si scon­tra­no co­me due bam­bi­ni. Ca­sti­gan­do l’in­cer­tez­za de­gli in­gle­si, il pal­lo­ne vie­ne cat­tu­ra­to da­gli All Blacks.

C’è un pri­mo rag­grup­pa­men­to sul­la de­stra, un se­con­do rag­grup­pa­men­to più al cen­tro, il pal­lo­ne schiz­za fuo­ri ra­pi­do, e men­tre il pri­mo cen­tro neo­ze­lan­de­se Wal­ter Lit­tle sem­bra pro­teg­ge­re que­sto avam­po­sto of­fen­si­vo, Grae­me Ba­chop, il me­dia­no di mi­schia, sal­ta l’estre­mo Glen Osbor­ne, in­se­ri­to­si nel­la li­nea dei tre­quar­ti, e pas­sa il pal­lo­ne di­ret­ta­men­te a Lomu. Non è un pas­sag­gio te­so e pre­ci­so, ma pa­ra­bo­li­co e lun­go. Tan­to lun­go che il pal­lo­ne rim­bal­za ad­di­rit­tu­ra ol­tre Lomu. E quan­do Lomu se ne im­pa­dro­ni­sce, a due ma­ni, ha il pie­de de­stro an­co­ra­to a ter­ra, ma ca­ri­co e fu­man­te. For­se, sul cam­po, a cer­ca­re be­ne, esi­ste an­co­ra la sua im­pron­ta. E que­sto è il suo pri­mo pas­so.

Al se­con­do pas­so, de­stro-si­ni­stro, Lomu ha già con­so­li­da­to il pos­ses­so del pal­lo­ne, cioè lo ha blin­da­to fra brac­cio, pet­to e spal­la si­ni­stri, e sta fis­san­do l’av­ver­sa­rio, il suo di­ret­to av­ver­sa­rio, To­ny Un­der­wood, lan­cia­to al plac­cag­gio.

Il ter­zo pas­so, si­ni­stro-de­stro, è un ca­po­la­vo­ro d’ar­te, fra dan­za e pit­tu­ra, co­sì leg­gia­dro e mu­sco­la­re, teo­ri­co e scul­to­reo, un pas­so in­cro­cia­to, si di- reb­be, il pie­de de­stro all’in­ter­no per fron­teg­gia­re, il pie­de si­ni­stro all’ester­no per sfug­gi­re, il pal­lo­ne pro­tet­to a si­ni­stra, il brac­cio de­stro in esten­sio­ne e la ma­no de­stra − un fron­ti­no − per re­spin­ge­re la di­fe­sa dell’in­gle­se. Che è sem­pre To­ny Un­der­wood, non il fra­tel­lo mag­gio­re Ro­ry, an­che se do­po quel fron­ti­no To­ny po­treb­be ave­re di­men­ti­ca­to il pro­prio no­me, età e iden­ti­tà.

Tre pas­si, pri­mo plac­cag­gio evi­ta­to, un se­con­do di tem­po.

A tren­ta me­tri dal­la li­nea di me­ta in­gle­se, Lomu sfrut­ta l’ener­gia del plac­ca­to­re che non lo ha plac­ca­to e con­ver­te la sua for­za di­strut­ti­va in pro­pul­si­va − co­me suc­ce­de nel ju­do − per al­lon­ta­nar­si dall’im­pat­to, dal pe­ri­co­lo. Ma uno sbi­lan­cia­men­to è ine­vi­ta­bi­le. Tant’è che il quar­to pas­so, de­stro-si­ni­stro, con il si­ni­stro a fa­re da di­ga, da ar­gi­ne, da pun­tel­lo, ser­ve per ri­tro­va­re il bi­lan­cia­men­to. Con il quin­to pas­so, si­ni­stro-de­stro, il bi­lan­cia­men­to è ri­tro­va­to. E con il se­sto pas­so, de­stro-si­ni­stro, il bi­lan­cia­men­to è per­fet­to. E la sor­te è iro­ni­ca: Lomu che vo­la e Un­der­wood, stia­mo sem­pre par­lan­do di To­ny, uf­fi­cia­le e poi pi­lo­ta del­la Royal Air For­ce, che stri­scia a ter­ra.

Set­ti­mo, ot­ta­vo, no­no pas­so. All’al­tez­za del­la li­nea dei ven­ti­due me­tri ades­so Lomu de­ve af­fron­ta­re Car­ling, se­con­do cen­tro e ca­pi­ta­no dell’in­ghil­ter­ra, spet­te­go­la­to per una mez­za sto­ria con La­dy Dia­na. Ma su Car­ling, Lomu ha al­me­no mez­zo me­tro di van­tag­gio, an­zi, mez­zo me­tro di un dop­pio van­tag­gio nel­lo spa­zio co­me di­stan­za e nel­lo spa­zio co­me di­re­zio-

ne, per­ché Car­ling è fuo­ri dai ven­ti­due e Lomu den­tro. Car­ling sa di es­se­re in ri­tar­do su Lomu per plac­car­lo, con il brac­cio a te­na­glia, co­sì si tuf­fa al­me­no per schiaf­feg­giar­lo, con la ma­no a un­ci­no. Con la ma­no de­stra, Car­ling col­pi­sce, for­se, il pie­de si­ni­stro di Lomu, ma il pie­de è in ap­pog­gio, e ri­sul­ta im­mu­ne, inat­tac­ca­bi­le, in­vul­ne­ra­bi­le. Sul­lo slan­cio Car­ling sfio­ra il pol­pac­cio de­stro di Lomu, e qui gli spez­za l’azio­ne, gli fa qua­si per­de­re il pas­so e il pe­so. Qua­si.

Do­di­ci pas­si, se­con­do plac­cag­gio evi­ta­to, tre se­con­di di tem­po.

Men­tre Car­ling fi­ni­sce fuo­ri dal cam­po, Lomu uti­liz­za quat­tro pas­si per re­cu­pe­ra­re l’equi­li­brio per­du­to. Si è sbi­lan­cia­to in avan­ti. Per riu­sci­re a ri­tro­va­re coor­di­na­zio­ne e li­nea, Lomu chi­na la te­sta in avan­ti e in bas­so, e al­lar­ga le brac­cia, co­me fos­se­ro le ali di un al­ba­tros.

Sul­la stra­da di Lomu ver­so la me­ta re­sta sol­tan­to l’estre­mo di­fen­so­re, Mi­ke Catt. A set­te, for­se ot­to me­tri dal­la li­nea di me­ta. Se Catt avan­zas­se, po­treb­be co­glie­re Lomu an­co­ra sbi­lan­cia­to. Ma Catt aspet­ta, pro­ba­bil­men­te in­de­ci­so se plac­ca­re Lomu di fron­te o di fian­co, più pro­ba­bil­men­te im­pie­tri­to da­van­ti a quell’ura­ga­no ne­ro. L’in­de­ci­sio­ne è fa­ta­le. Lomu ne ap­pro­fit­ta per chiu­de­re le ali da al­ba­tros, por­ta­re il pal­lo­ne al pet­to, pro­teg­ger­lo e strin­ger­lo, e tra­sfor­mar­lo in una spe­cie di cu­neo, al­za­re lo sguar­do ver­so l’in­gle­se, in­fi­ne ri­tro­va­re l’equi­li­brio pro­prio nell’at­ti­mo dell’im­pat­to. Per­ché Lomu, per su­pe­ra­re Catt, sce­glie la via più bre­ve: quel­la di­rit­ta. E al­lo­ra si av­ven­ta sull’in­gle­se, lo sfon­da, lo at­tra­ver­sa, lo ara, lo asfal­ta, lo cal­pe­sta, lo ri­bal­ta. E co­me se non ba­stas­se, con la ma­no de­stra lo al­lon­ta­na, o for­se lo be­ne­di­ce, gli im­par­ti­sce l’estre­ma un­zio­ne.

Ri­man­go­no cin­que pas­si. L’ul­ti­mo ap­pog­gio è sul pie­de si­ni­stro, a un pa­io di me­tri dal­la li­nea di me­ta. Poi Lomu si tuf­fa, de­col­la, at­ter­ra, sci­vo­la. Il pal­lo­ne an­co­ra in­cor­po­ra­to tra brac­cio e pet­to a si­ni­stra, il cor­po stri­scian­te sull’er­ba, le gam­be e i pie­di vo­lan­ti e fe­stan­ti nell’aria.

Ven­ti­cin­que pas­si, tre plac­cag­gi evi­ta­ti, set­te se­con­di. Me­ta. La me­ta di Lomu.

È il ter­zo mi­nu­to, ne man­ca­no set­tan­ta­set­te, ma la par­ti­ta è già se­gna­ta e, vi­sta ades­so, già fi­ni­ta. Gli All Blacks vin­ce­ran­no 45-29, e Lomu se­gne­rà al­tre tre me­te. Un gior­no di­rà che quel­la non è sta­ta la sua me­ta più bel­la, e nean­che la più bel­la di quel­la par­ti­ta. Ep­pu­re re­ste­rà la me­ta più am­mi­ra­ta, la più ri­cor­da­ta, la più ce­le­bra­ta. Quel­la che ha ri­vo­lu­zio­na­to Ova­lia. Quel­la che do­po non è sta­to più nulla co­me pri­ma. Quel­la dei ven­ti­cin­que pas­si. E − den­tro quei ven­ti­cin­que pas­si − c’è tut­to. Tut­to Lomu.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.