Il tem­po non esi­ste, in real­tà, se si co­min­cia a stu­dia­re l’or­bi­ta dei pia­ne­ti.

PRIN­CE, 2010

GQ (Italy) - - Cover Story -

VAN JO­NES: Era sfa­sa­to di sei ore ri­spet­to a chiun­que al­tro. Quan­do per voi era mez­za­not­te, per lui era­no le sei di se­ra. E quan­do per voi era­no le sei di mat­ti­na, per lui era so­lo mez­za­not­te. Quan­do si la­vo­ra­va con lui, pe­rò, il tem­po sem­bra­va fer­mar­si. All’im­prov­vi­so, al­le quat­tro del mat­ti­no, non sem­bra­va più tan­to tar­di, per­ché quel che ac­ca­de­va in­tor­no a lui tra­smet­te­va un sen­so di gran­de li­ber­tà. Pai­sley Park, se tra­la­scio un pa­io di espe­rien­ze che ho fat­to in chie­sa, è for­se il po­sto in cui, co­me afro­americano, mi so­no sen­ti­to più li­be­ro e più uma­no in vi­ta mia.

JILL WILLIS: Le te­le­fo­na­te di Prin­ce nel cuo­re del­la not­te era­no un clas­si­co. E se non ri­spon­de­vi, lui ri­chia­ ma­va. O te­le­fo­na­va a qual­cu­no che po­tes­se ve­ni­re a dir­ti che Prin­ce sta­va cer­can­do di met­ter­si in con­tat­to con te. «Ce l’hai una pen­na?» era uno dei mo­di in cui spes­so co­min­cia­va­no le con­ver­sa­zio­ni. «Non ri­cor­do più di pre­ci­so do­ve, ma in un pro­gram­ma del mat­ti­no, in tv, par­la­va­no di una don­na… Cre­do sia di Boston o da qual­che al­tra par­te in Mas­sa­chu­setts. So­no die­ci an­ni o giù di lì che cer­ca di ri­spar­mia­re per com­pra­re un po­sto do­ve dar da man­gia­re ai sen­za­tet­to. In­som­ma, pa­re che ab­bia tro­va­to il po­sto giu­sto, ma non ha ab­ba­stan­za sol­di. Vor­rei tro­var­la e dar­le i sol­di che le ser­vo­no». «Okay, ti ri­cor­di co­me si chiama?». «No». «Fa nien­te, la tro­ve­re­mo». «Fam­mi sa­pe­re. Gra­zie».

VAN JO­NES: Una del­le fon­ti da cui trae­va ispi­ra­zio­ne, ul­ti­ma­men­te, era il mo­vi­men­to Black Li­ves Mat­ter. Ave­va scrit­to una can­zo­ne, Bal­ti­mo­re, e gli ca­pi­tò di suo­na­re a Bal­ti­mo­ra po­che set­ti­ma­ne do­po i tu­mul­ti che si era­no ve­ri­fi­ca­ti in quel­la cit­tà. Ai gio­va­ni afro­ame­ri­ca­ni pre­sen­ti dis­se dal pal­co: «La pros­si­ma vol­ta che ven­go qui vo­glio al­log­gia­re in un al­ber­go di vo­stra pro­prie­tà». Il mes­sag­gio era: non di­strug­ge­te, ben­sì co­strui­te. Non pro­te­sta­te con­tro l’in­giu­sti­zia, ma crea­te giu­sti­zia. Do­po il ca­so di Tray­von Mar­tin, dis­se: «Quan­do dei ra­gaz­zi ne­ri han­no una fel­pa con il cap­puc­cio in te­sta, la gen­te pen­sa che sia­no de­lin­quen­ti; quan­do i ra­gaz­zi con fel­pa e cap­puc­cio so­no bian­chi, tut­ti pen­sa­no: “Ec­co il nuo­vo Mark Zuc­ker­berg”». Tut­ti par­la­va­no di in­giu­sti­zia raz­zia­le, e lui, in­ve­ce, con­cen­tra­va la sua at­ten­zio­ne sull’aspet­to del­lo sti­le, del­la mo­da.

AL­BERT MAGNOLI ( re­gi­sta, mon­ta­to­re e co-au­to­re di Pur­ple Rain): Ven­ni a sa­pe­re, a un cer­to pun­to, che in tut­ta la zo­na di Min­nea­po­lis, pri­ma di un tem­po­ra­le, il cie­lo as­su­me­va un in­cre­di­bi­le co­lo­re az­zur­ro­vio­let­to. È un fe­no­me­no na­tu­ra­le. Per me, dun­que, il con­cet­to di pur­ple rain (piog­gia vio­let­ta) cor­ri­spon­de­va al­la par­ti­co­la­re sen­sa­zio­ne che si pro­va­va ap­pe­na pri­ma che le nu­vo­le si apris­se­ro per la­sciar ca­de­re la piog­gia. Do­po di che, quan­do Prin­ce e io era­va­mo al la­vo­ro a Pai­sley Park, ogni vol­ta che sta­va per pio­ve­re usci­va­mo dal­lo stu­dio e re­sta­va­mo lì in­sie­me, sul pra­to, a guar­da­re il cie­lo. In at­te­sa del­la piog­gia. E il cie­lo era dav­ve­ro vio­let­to.

VAN JO­NES: Era un bam­bi­no ne­ro e po­ve­ro, de­sti­na­to a far po­ca stra­da in una sper­du­ta cit­tà bian­ca, ma quan­do si è dif­fu­sa la no­ti­zia del­la mor­te di Prin­ce, an­che se di prin­ci­pi ne esi­sto­no da die­ci­mi­la an­ni, nes­su­no ha do­man­da­to «Qua­le Prin­ce?». Il vio­let­to, co­me co­lo­re, è par­te dell’uni­ver­so co­no­sciu­to sin dal Big Bang, ep­pu­re, do­po la sua mor­te, i mo­nu­men­ti di mez­zo mon­do so­no sta­ti il­lu­mi­na­ti di vio­let­to, e nes­su­no ha chie­sto per­ché. Que­sto, dal pun­to di vi­sta raz­zia­le, dal pun­to di vi­sta di clas­se, è un gran­de ri­sul­ta­to. Prin­ce è l’unico la cui ge­nia­li­tà sia ri­co­no­sciu­ta da tut­ti gli al­tri ge­ni. È riu­sci­to in que­sta im­pre­sa, co­sì straor­di­na­ria.

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