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GQ (Italy) - - Storie -

Il più ra­ro. Non ho gli en­zi­mi per di­ge­ri­re le bi­stec­che». Per re­sta­re en­tro i 60 chi­li si è con­ver­ti­to al­le bar­ret­te di ave­na, le Bo­bo’s Oat Bars, la co­sa più vi­ci­na a un dol­ce che è riu­sci­to a tro­va­re. Con una cuc­chia­ia­ta di fin­to bur­ro fat­to con l’olio: è la mor­te sua, sem­bra pen­sa­re.

Fuo­ri dal bus, e fuo­ri dai lo­ca­li e dai ca­si­nò do­ve si esi­bi­sce la band, ci so­no i fan in attesa. Quel­li che han­no pa­ga­to 100 dol­la­ri per la for­mu­la Vip Meet and Greet pri­ma del con­cer­to, che dà di­rit­to a un sa­lu­to con la star, ma an­che quan­ti aspet­ta­no (in­cau­ta­men­te) di far­gli un com­pli­men­to. So­prat­tut­to, di­ce chi ha vi­sto Bil­ly in azio­ne, non an­da­te mai a chie­de­re un au­to­gra­fo con in ma­no un dvd di Sling Bla­de, La­ma ta­glien­te, il film che ha scrit­to, di­ret­to e in­ter­pre­ta­to nel 1996. Po­treb­be ri­spon­de­re co­se del ti­po «cer­to che te lo fir­mo, e poi tu puoi tor­na­re a ca­sa e far­ti una sco­pa­ta nel­la po­si­zio­ne del mis­sio­na­rio, co­me uno che non avrà mai un’idea mi­ni­ma­men­te ori­gi­na­le nel­la sua vi­ta». Li chia­ma Su­zy e Da­le, Ti­zia e Ca­io, quan­do vuo­le ri­fe­rir­si a dei Si­gno­ri Nes­su­no. Su­zy e Da­le non han­no ca­pi­to che Bil­ly Bob Thorn­ton non ha ama­to le re­cen­sio­ni su La­ma ta­glien­te, e nem­me­no quel­le su Pas­sio­ne ri­bel­le (da Ca­val­li sel­vag­gi di Cor­mac Mccar­thy) co­sì co­me su Jay­ne Man­sfield’s Car, ma pro­prio per nien­te, e che ha de­ci­so che in fu­tu­ro re­ci­te­rà sol­tan­to, o al mas­si­mo ri­scri­ve­rà le par­ti che al­tri han­no già scrit­to per il suo per­so­nag­gio. «O ci na­sci, o non ce l’hai», di­ce, ri­fe­ren­do­si al­la ca­pa­ci­tà di crea­re. Ol­tre a lui, ce l’han­no in po­chi. «Per­ché esi­sto­no i cri­ti­ci?», si chie­de. Se­con­do lui do­vreb­be­ro par­la­re so­lo del­le co­se che han­no ama­to, e de­cli­na­re l’in­vi­to a espri­mer­si se il film non è pia­ciu­to. Un com­men­to po­si­ti­vo aiu­ta a mi­glio­ra­re. Uno ne­ga­ti­vo ali­men­ta l’odio. Con­nie An­gland, la sua se­sta mo­glie, cerca di con­so­lar­lo quan­do suc­ce­de, ri­cor­dan­do­gli la car­rie­ra con­so­li­da­ta: una tat­ti­ca che po­treb­be fun­zio­na­re, se là fuo­ri non ci fos­se­ro al­tri cri­ti­ci pron­ti a di­re la lo­ro.

Quan­do è in tour, Bil­ly e Con­nie si ve­do­no su Fa­ce­ti­me. In­sie­me han­no una fi­glia, Bel­la, 12 an­ni, che per Thorn­ton è la quar­ta dei suoi fi­gli (gli al­tri so­no Aman­da Brum­field, avu­ta da Me­lis­sa Lee Ga­tlin, e Har­ry Ja­mes e Wil­liam, avu­ti da Pie­tra Da­wn Cher­niak). Il ma­tri­mo­nio con Con­nie si è fat­to at­ten­de­re − a tutt’og­gi lui con­fer­ma con dif­fi­col­tà la no­ti­zia; sen­ten­do che si trat­ta­va fi­nal­men­te di quel­la giusta, non vo­le­va ve­der­la tra­sfor­ma­ta in un nu­me­ro. La mo­glie nu­me­ro sei. La nu­me­ro cin­que, An­ge­li­na Jo­lie, è an­co­ra pre­sen­te in due ta­tuag­gi. Uno sul­la gam­ba e uno sul brac­cio, tra­sfor­ma­to poi in un an­ge­lo. «Ma lei è an­co­ra lì, si può ve­de­re il suo no­me».

Bil­ly e An­gie han­no avu­to una re­la­zio­ne uni­ca. Pri­ma sto­ria no­ta: por­ta­va­no al col­lo, in una fia­let­ta, il san­gue uno dell’al­tra. Se­con­da sto­ria no­ta: al re­por­ter da red car­pet che ten­ta­va di strap­pa­re lo­ro una di­chia­ra­zio­ne frea­ky ri­spo­se­ro «l’ab­bia­mo fat­to in mac­chi­na, pro­prio men­tre ve­ni­va­mo qui». Il pro­ble­ma fra lo­ro, am­met­te og­gi Thorn­ton, «è che non mi so­no mai sen­ti­to ab­ba­stan­za giu­sto per lei». An­ge­li­na Jo­lie in­con­tra­va i po­li­ti­ci d’al­to ran­go per le sue cau­se, Bil­ly non sa co­me si tie­ne in ma­no una for­chet­ta. Ma, so­prat­tut­to, non gli in­te­res­sa sa­pe­re co­me si tie­ne in ma­no una for­chet­ta. «Mi pia­ce co­me so­no». Ciò det­to, i due si sen­to­no an­co­ra, di tan­to in tan­to. Quan­do lei non è oc­cu­pa­ta con uno dei suoi fi­gli e le sue vil­le.

Con Con­nie e Bel­la è un’al­tra sto­ria. Con­nie è un ti­po ca­sa­lin­go. Bel­la se­gue i suoi stu­di a ca­sa. Ed è a ca­sa che Bil­ly pre­fe­ri­sce es­se­re quan­do ar­ri­va un at­tac­co d’an­sia. Le sue fo­bie so­no va­rie­ga­te. Ha pau­ra di nuo­ta­re. Dei mo­bi­li an­ti­chi. Dei dra­ghi di Ko­mo­do. Dell’ar­gen­te­ria. E co­pre con una ma­no lo scher­mo del te­le­fo­no pri­ma di chiu­de­re una con­ver­sa­zio­ne, per­ché sul di­splay c’è la foto del­la fi­glia e lui ha una pau­ra as­sur­da, di far­le del ma­le se il cel­lu­la­re si spe­gne men­tre lui ha lo sguar­do sul vi­so di Bel­la. Thorn­ton cre­de che l’ini­zio dei suoi di­stur­bi os­ses­si­vo-com­pul­si­vi ri­sal­ga ai gior­ni dell’in­fan­zia, in Ar­kan­sas, quan­do fa­ce­va una con­ta spe­cia­le pri­ma del ri­tor­no del pa­dre, la se­ra: se fos­se riu­sci­to a con­ta­re fi­no in fon­do, il pa­dre non avreb­be pic­chia­to nes­su­no del­la fa­mi­glia. Per quel­la vol­ta, al­me­no. Sua ma­dre era una sen­si­ti­va, co­sì co­me sua non­na pri­ma di lei e il fra­tel­lo di Bil­ly, Jim­my. Le lo­ro esi­sten­ze so­no sta­te scan­di­te da pen­sie­ri che ve­ni­va­no let­ti co­me pre­mo­ni­zio­ni: Bil­ly ha vis­su­to la mor­te di Jim­my an­ni pri­ma che ac­ca­des­se, e da al­lo­ra sie­de nel­la sua ca­sa di Los An­ge­les adot­tan­do i ri­tua­li che lo sal­ve­ran­no dal­la pros­si­ma di­stru­zio­ne del mon­do. Per­ché Bil­ly Bob Thorn­ton lo sa: l’an­sia di­ce sem­pre la ve­ri­tà.

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