Mi so­no av­vi­ci­na­to al­la por­ta e ho bus­sa­to. Su­bi­to, UN OMONE HA APER­TO con uno sguar­do in­ter­ro­ga­ti­vo. «Mi scu­si, mi di­spia­ce… Ma mi chie­de­vo: per ca­so È U N A LOCANDA? ».

GQ (Italy) - - Fiction -

L’uo­mo mi ha squa­dra­to. Ave­va una for­ma a fia­sco, con un ven­tre im­men­so na­sco­sto da un pul­lo­ver di pi­le mi­me­ti­co. Sot­to, dei pan­ta­lo­ni sfor­ma­ti e con il ca­val­lo bas­so. Il vol­to ru­bi­con­do era in­cor­ni­cia­to da un bar­bo­ne e una cri­nie­ra di ca­pel­li bian­chi. Gli oc­chi pic­co­li, di un blu sla­va­to e in­ten­so. «Ma Dio bo­no, per un ragazzo af­fa­ma­to c’è sem­pre qual­co­sa. En­tri!». Ave­va un vo­cio­ne gen­ti­le e un sor­ri­so esplo­si­vo, pog­gia­to su una chio­stra di den­ti stor­ti. Ho fat­to due pas­si all’in­ter­no e ho sco­per­to che era pro­prio una ta­ver­na. C’era­no una stu­fa ca­ri­ca di le­gna che pul­sa­va ca­lo­re, del­le sedie di paglia e dei ta­vo­li­ni in cui era­no se­du­ti al­tri vecchi. In un an­go­lo, un di­va­no li­so e due pol­tro­ne ac­co­mo­da­te su un tap­pe­to persiano. In quel­lo op­po­sto, un ban­co­ne, sor­mon­ta­to da bot­ti­glie, li­bri, vec­chie foto in bian­co e ne­ro. In­som­ma, un’at­mo­sfe­ra cal­da, in­vi­tan­te, as­so­lu­ta­men­te ina­spet­ta­ta per quel po­sto fuo­ri dal mon­do. «Tor­no su­bi­to… Sia­mo in tre», ho det­to uscen­do.

Ci sia­mo se­du­ti, af­fa­ma­ti, at­tor­no a un ta­vo­li­no. Dan­te, que­sto era il no­me del pro­prie­ta­rio, ci ha ac­col­to con una bot­ti­glia di ros­so e ci ha mes­so su­bi­to a no­stro agio. Ro­si­ta e Adriano Ju­lio han­no ri­pre­so co­lo­re. Dan­te ci ha por­ta­to sa­la­mi, pa­ne e for­mag­gi fat­ti in ca­sa, e noi non ci sia­mo fat­ti cer­to pre­ga­re. Gli al­tri av­ven­to­ri ci os­ser­va­va­no con il sor­ri­so sul­le lab­bra, co­me fos­si­mo ani­ma­li tro­pi­ca­li scap­pa­ti da uno zoo. Ap­pe­na fi­ni­va­no un bic­chie­re, se ne ver­sa­va­no un al­tro e lo sol­le­va­va­no al­la no­stra sa­lu­te. Dan­te si è por­ta­to uno sga­bel­lo e si è se­du­to ac­can­to a noi. «Al­lo­ra di­te­mi, che ci fa­te in que­sto po­sto? Ave­te sba­glia­to stra­da? Qui non vie­ne mai nes­su­no. Sia­mo quat­tro gat­ti e vi­via­mo nel­la pa­ce e nel­la gra­zia del Si­gno­re». L’ho guar­da­to scon­so­la­to. «Se le rac­con­tas­si co­sa ci è suc­ces­so, lei non mi cre­de­reb­be…». Dan­te mi ha fis­sa­to im­prov­vi­sa­men­te se­rio. «Par­la. Noi qui sia­mo abi­tua­ti a cre­de­re al pros­si­mo». Poi il suo vol­to si è ras­se­re­na­to. Gli ho rac­con­ta­to la di­sav­ven­tu­ra. L’er­ro­re cla­mo­ro­so di Troa­no. Men­tre rac­con­ta­vo, an­che gli al­tri si so­no av­vi­ci­na­ti con le lo­ro sedie. So­no en­tra­ti un al­tro pa­io di uo­mi­ni. C’era un mi­sto di di­ver­ti­men­to, di curiosità e di in­com­pren­sio­ne da par­te di que­gli uo­mi­ni bur­be­ri e iso­la­ti. Ma l’idea di ave­re tra lo­ro uno scrit­to­re, una in­ven­tri­ce e un at­to­re li ren­de­va eu­fo­ri­ci. Sem­bra­va ve­ra­men­te che il bo­sco fit­to e in­tri­ca­to che cin­ge­va quel­le ca­se non gli per­met­tes­se di usci­re, tan­to sem­bra­va­no po­co a co­no­scen­za di quel­lo che ac­ca­de­va nel mon­do, pra­ti­ca­men­te in re­clu­sio­ne. «E di che par­la que­sto be­ne­det­to li­bro?», mi ha fat­to a un cer­to pun­to Dan­te. Mi so­no guar­da­to in­tor­no un po’ im­ba­raz­za­to. «Be’, è un ro­man­zo… d’amo­re, di­cia­mo. Si par­la di re­la­zio­ni sen­ti­men­ta­li…», ho cer­ca­to di mi­ni­miz­za­re. Non li ve­de­vo co­sì aper­ti da dir­gli fron­tal­men­te che era un ro­man­zo ero­ti­co. «Ro­ba for­te. Ses­so», ha ag­giun­to Adriano Ju­lio che già si era fat­to una bot­ti­glia di quel vi­no tra­di­to­re. Qual­cu­no ha bat­tu­to le ma­ni al­le mie spal­le. Mi so­no vol­ta­to. Era una ra­gaz­zo­na, con un vol­to ton­do e ru­biz­zo. Una fran­get­ta ne­ra e un bel sor­ri­so. Quin­di in quel po­sto esi­ste­va­no an­che le fem­mi­ne.

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