Set a cie­lo aper­to.

GQ (Italy) - - Cover story -

Sul re­tro di una mac­chi­na che si fa len­ta­men­te stra­da ne­gli equi­vo­ci di Ro­ma, Matt Dil­lon giu­ra che non so­no sta­ti 53 an­ni da mar­cia­pie­de: «Po­li­ti­ci, at­to­ri e re­gi­sti men­to­no per ruo­lo e de­fi­ni­zio­ne, ma pur fa­cen­do par­te di al­me­no due del­le ca­te­go­rie, sen­to di non es­ser­mi mai ven­du­to». Se è fi­ni­to a ter­ra – uc­ci­so dal­la po­li­zia di Tul­sa ne I ra­gaz­zi del­la 56ª stra­da di Fran­cis Ford Cop­po­la, per poi scam­biar­si par­te, one­ri e ono­ri nell’idea­le se­gui­to, Ru­sty il sel­vag­gio (in cui a mo­ri­re, sem­pre in Okla­ho­ma e per ma­no di un agen­te, è Mic­key Rour­ke) – è sta­to so­lo per esi­gen­ze di co­pio­ne. «Ci si rial­za, il pro­ble­ma è riu­sci­re a sta­re in pie­di. Cop­po­la lo ha fat­to da gran­de gio­ca­to­re d’az­zar­do. Uno che gi­ra Il pa­dri­no e poi fa il se­quel, quan­te pos­si­bi­li­tà ha che il se­con­do ca­pi­to­lo sia me­glio dell’ori­gi­na­le? Lui è riu­sci­to nel mi­ra­co­lo, per­ché era Dio o al­me­no noi lo con­si­de­ra­va­mo ta­le: che si po­sas­se sul­la ma­fia o sul Viet­nam, ci la­scia­va ogni vol­ta a boc­ca aper­ta. Quan­do ar­ri­vai a la­vo­ra­re con lui era già una leg­gen­da. Nel­le due set­ti­ma­ne pre­ce­den­ti al film ti fa­ce­va la­vo­ra­re an­che tut­ti i gior­ni per 12 ore, ma ave­va ca­pi­to una co­sa fon­da­men­ta­le: che i film giu­sti so­no sem­pre sul­le per­so­ne, sul­le re­la­zio­ni e sui rap­por­ti uma­ni. Scol­pi­va i per­so­nag­gi e poi li le­vi­ga­va, fi­no a far­li di­ven­ta­re in­di­men­ti­ca­bi­li. Mar­lon Bran­do, Al Pa­ci­no, Den­nis Hop­per. Non c’è stel­la che ab­bia la­vo­ra­to con Cop­po­la che non sia usci­ta raf­for­za­ta dall’in­con­tro».

Nel­la stes­sa piaz­za in cui c’è l’al­ber­go che ospi­ta l’at­to­re, da una por­ta usci­va la prin­ci­pes­sa Au­drey He­p­burn, per an­da­re in­con­tro al­le sue Va­can­ze ro­ma­ne con Gre­go­ry Peck. Era più di ses­sant’an­ni fa, ma sul­la ter­raz­za scel­ta per i pri­mi scat­ti, do­ve lo sguar­do ar­ri­va fi­no al Va­ti­ca­no e ol­tre, a Matt Dil­lon sem­bra di ri­ve­de­re i suoi chi­lo­me­tri, le sue fre­na­te, le sue ac­ce­le­ra­zio­ni: «È an­da­to tut­to mol­to in fret­ta. Ho esor­di­to a 14 an­ni e a me­no di ven­ti ero già in que­sta cit­tà, a per­der­mi in mo­to­ri­no die­tro ai suoi ru­mo­ri. A Tra­ste­ve­re, dai bar, usci­va­no le vo­ci dei clien­ti an­zia­ni. Ave­va­no fac­ce an­ti­che. Uno, più lo­qua­ce de­gli al­tri, era il so­sia di Mus­so­li­ni. Si la­men­ta­va dell’oste: “Im­pa­ra­te a cu­ci­nà”». Ro­ma – di­ce – era una fe­sta: «Po­te­vi in­con­tra­re Fel­li­ni e An­to­nio­ni, e man­giar­ci in­sie­me, co­me mi ac­cad­de più di una vol­ta, e pas­sa­re gior­na­te in­te­re os­ser­van­do il set di Gin­ger e Fred ». Nel­la cit­tà di Dil­lon, New Ro­chel­le, nel­lo Sta­to di New York, la ve­ra Gin­ger Ro­gers in­ter­pre­tò La vi­ta di Ver­non e Ire­ne Ca­stle: «Fac­cia­mo un me­stie­re da dan­za­to­ri an­che noi», di­ce lui men­tre pren­de un ascen­so­re per poi bal­la­re tra un cam­bio d’abi­to e l’al­tro in una stan­za prov­vi­so­ria. «Con una so­rel­la, quat­tro fra­tel­li e una doz­zi­na di ni­po­ti, c’era e c’è rit­mo an­che a ca­sa. I miei, pe­rò, non era­no i ge­ni­to­ri al­lo sban­do dei film di Cop­po­la. Ci han­no ti­ra­ti su la­vo­ran­do du­ro, ma sen­za mai far­ci di­men­ti­ca­re i nostri so­gni». Ni­po­te del crea­to­re di Fla­sh Gor­don, Dil­lon di­ce di non cre­de­re al­le fa­vo­le: «E nean­che al­la for­tu­na».

Co­me mai? Per­ché tra la for­tu­na, che è una co­sa stra­na, e la sfor­tu­na, so­prat­tut­to se la tua avventura in sce­na du­ra tan­ti an­ni, il con­to è sem­pre in equi­li­brio. Una vol­ta ti man­ca­no i sol­di, un’al­tra ti scar­ta­no per sce­glie­re uno al tuo po­sto, un’al­tra an­co­ra ti toc­ca in sor­te il ruo­lo del­la vi­ta. So­no sta­to in al­to e in bas­so, co­no­sco il trion­fo e l’in­suc­ces­so. Quan­do ha tro­va­to un equi­li­brio? Più che tro­var­lo, al li­mi­te e per un cer­to pe­rio­do, l’ho per­so. All’ini­zio c’era un li­cea­le en­tu­sia­sta, as­sol­da­to per un film nel cor­ri­do­io di una scuo­la. Do­ve non avrei do­vu­to nean­che es­se­re. In­ve­ce c’era. Il re­gi­sta era Jo­na­than Ka­plan e il film Over the Ed­ge. Ma­ga­ri a lei non di­ce nien­te, per­ché chis­sà con qua­le ti­to­lo il film è usci­to in Ita­lia. L’al­tro gior­no par­la­vo con un ami­co di Mi­mì Me­tal­lur­gi­co e di quel ge­nio di Li­na Wert­mül­ler, ma il ti­to­lo con l’ope­ra­io di Gian­car­lo Gian­ni­ni non me lo ri­cor­da­vo pro­prio. Wert­mül­ler idea­va ti­to­li chi­lo­me­tri­ci. Nel tra­dur­re Over the Ed­ge si op­tò per Gio­va­ni guer­rie­ri... Ec­co, Gio­va­ni guer­rie­ri. Quel­li di Ka­plan era­no per­so­nag­gi scrit­ti in mo­do mol­to one­sto e ve­ri­tie­ro. Era­no cre­di­bi­li i con­flit­ti, gli scon­tri, le ten­sio­ni. An­dai a par­la­re con il ca­po del ca­sting, Vic Ra­mos, che mi ras­si­cu­rò. Tor­nai a ca­sa e con l’ar­ro­gan­za dell’in­co­scien­za an­dai drit­to da mia ma­dre, dan­do l’in­gag­gio per scon­ta­to. Non le dis­si «ho af­fron­ta­to un pro­vi­no e mi fa­ran­no sa­pe­re», ma: «Avrò que­sto ruo­lo in que­sto film». Era si­cu­ro di sé. Io non vo­le­vo fa­re l’at­to­re a ogni co­sto, vo­le­vo far­lo per qual­co­sa che va­les­se. E non ho de­ci­so di di­ven­ta­re at­to­re per la fa­ma, ma per il po­te­re. Non in­ten­do il po­te­re in sé per sé, ma il po­te­re di ave­re un im­pat­to su­gli al­tri. Quan­do ho fat­to il re­gi­sta, pas­san­do dall’al­tra par­te del­la bar­ri­ca­ta, ho cer­ca­to di ap­pli­ca­re lo stes­so prin­ci­pio a quel­lo che fa­ce­vo».

Nell’aria ro­ma­na pul­sa l’in­na­tu­ra­le cli­ma di me­mo­ria fla­ia­nea. Il so­le è al­to. Gli in­di­ca­no il luo­go dell’ap­pun­ta­men­to: il Bar San Ca­li­sto, in piaz­za San Ca­li­sto, a due pas­si da Santa Ma­ria in Tra­ste­ve­re. Nel far­lo sa­li­re, l’au­ti­sta lo chia­ma Mi­ster Dil­lon e lui ri­de, di­ce che no, «Mi­ster Dil­lon» è suo pa­dre, Matt è suf­fi­cien­te. Si pas­sa per via Ve­ne­to: «Ri­spet­to al mio im­ma­gi­na­rio ci­ne­ma­to­gra­fi­co, sem­bra un luo­go im­per­so­na­le, per tu­ri­sti orien­ta­li». Si con­fron­ta il ci­ne­ma ita­lia­no di og­gi e di ie­ri: «Fel­li­ni pro­nun­cia­va un in­gle­se tut­to suo, ma si fa­ce­va ca­pi­re co­mun­que e par­la­va al mon­do, pro­prio co­me og­gi fa Sor­ren­ti­no. So­lo che lo spa­zio si è ri­stret­to e quell’in­ter­na­zio­na­li­tà che all’epo­ca era dif­fu­sa è nel­le ma­ni di po­chis­si­mi».

Nuo­ve len­tez­ze, in­gor­ghi, se­ma­fo­ri. Matt Dil­lon giu­ra che pas­sa­re tra il ver­de e l’aran­cio­ne sfio­ran­do la tem­pi­sti­ca perfetta non è so­lo que­stio­ne di im­pe­gno: «Ci vo­glio­no le oc­ca­sio­ni, i mèn­to­ri e i mae­stri. Al­la scuo­la di Lee Stra­sberg ero cir­con­da­to da gen­te che, per imparare, si sa­reb­be fat­ta am­maz­za­re. Tra gli al­lie­vi c’era un cli­ma sa­cra­le, un ri­spet­to per la pro­fes­sio­ne, un de­si­de­rio di emu­la­zio­ne che in un cer­to sen­so non ho più ri­tro­va­to. Al ba­gno, so­pra il ces­so, cam­peg­gia­va una scrit­ta: “Qui ha ca­ga­to Al Pa­ci­no”. Che l’aves­se scrit­ta o me­no lui non im­por­ta­va. Non c’era uno di noi che non l’aves­se let­ta e non ci aves­se ri­flet­tu­to».

Tra­ste­ve­re è co­me ti im­ma­gi­ni che sia Tra­ste­ve­re. Ci so­no i ta­vo­li­ni all’aper­to, i per­di­gior­no, gli stu­den­ti che han­no vol­ta­to le spal­le al can­cel­lo, gli odo­ri, il gli­ci­ne sul­le in­fer­ria­te, le fo­to­gra­fie di Fal­cao e Bru­no Con­ti al­le pa­re­ti del bar. A Dil­lon il cal­cio pia­ce («Ho fat­to tut­ti gli sport»). Lo fer­ma­no in tan­ti. Non tut­ti lo ri­co­no­sco­no. Al­tri lo con­fon­do­no con qual­che col­le­ga: «Ec­co, me sem­bra­va che non era lui...». Dil­lon è al­la ma­no, ma non gli piac­cio­no le foto dei te­le­fo­ni­ni. Po­sa pe­rò con uno spaz­zi­no che nel­la pau­sa si è la­scia­to gran­di baf­fi di pan­na agli an­go­li del­la boc­ca.«ahò t’ho vi­sto ar ci­ne­ma che ave­vi vent’an­ni e mò sei ugua­le». A Ro­ma, da pre­si­den­te del­la giu­ria Tao­due («Non ero mai sta­to pre­si­den­te di nien­te, è sta­to di­ver­ten­te») è sta­to di re­cen­te e tor­ne­rà.

A vent’an­ni, lei era con­si­de­ra­to il nuo­vo Ja­mes Dean. È sta­to dif­fi­ci­le sop­por­ta­re il pe­so di tan­te aspet­ta­ti­ve? Da ragazzo non so­no mai sta­to un at­ti­mo sen­za l’at­ten­zio­ne de­gli al­tri ad­dos­so e non ho mai go­du­to del pri­vi­le­gio dell’ano­ni­ma­to, ma ho im­pa­ra­to a re­la­ti­viz­za­re pre­sto. De­vi sem­pre ana­liz­za­re le co­se mi­ni­me, che noi chia­mia­mo pro­ble­mi, in pro­spet­ti­va: che sia­no dav­ve­ro caz­za­te lo ca­pi­sci quan­do ve­di un cam­po pro­fu­ghi. Lei è sta­to a lun­go nel Sud del Su­dan.

Un gior­no cam­mi­na­vo con l’ipod e gli au­ri­co­la­ri. Mi fer­mo a ri­po­sa­re su una roc­cia e li la­scio lì. Il gior­no do­po tor­no e li ri­tro­vo al lo­ro po­sto. Se­con­do me era­no ri­ma­sti, in­tat­ti, in quel pun­to per­ché nel­le vi­te di chi abi­ta lag­giù que­gli og­get­ti non han­no al­cun va­lo­re. Lei ha vis­su­to per mol­to tem­po nei sob­bor­ghi di New York e an­che a Los An­ge­les. «Hol­ly­wood», ha det­to, «è un po­sto tri­ste». Non cre­do di aver­lo det­to, per­ché non lo pen­so. Hol­ly­wood non è tri­ste, è so­lo un po­sto di so­li­tu­di­ni in cui so­no ac­ca­du­te tan­te storie tri­sti. Ma sen­to Los An­ge­les co­me ca­sa mia. Ci ho vis­su­to a lun­go. Ne co­no­sco le contraddizioni. In Ame­ri­ca sta be­ne? Noi co­struia­mo sem­pre il no­stro ca­stel­lo di aspet­ta­ti­ve. Nel­la no­stra te­sta im­ma­gi­nia­mo co­sa sa­re­mo un gior­no e do­ve ci pia­ce­reb­be es­se­re do­ma­ni. In Cam­bo­gia an­dai per la pri­ma vol­ta nel ’93, con un ami­co. Ci so­no tor­na­to ot­to an­ni do­po per gi­rar­ci un film. E per un po’ ho pen­sa­to per­si­no di tra­sfe­rir­mi nel Laos. E poi per­ché non l’ha fat­to? Per­ché quan­do apri gli oc­chi in­con­tri sem­pre la real­tà. È un eser­ci­zio che toc­ca a tut­ti. Può es­se­re do­lo­ro­so, ma da lì de­vi pas­sa­re. De­vi tro­va­re un tuo po­sto nel mon­do, an­che se il mon­do non vuo­le far­ti spa­zio.

Nel­la ta­vo­la pre­pa­ra­ta per lui, Dil­lon sta lar­go e di­scu­te di po­li­ti­ca sta­tu­ni­ten­se. «Ho sem­pre vo­ta­to per i de­mo­cra­ti­ci», di­ce, ma ades­so ri­fiu­ta il pa­ra­go­ne tra la pau­ra pro­va­ta da­gli ame­ri­ca­ni ai tem­pi del­la pre­si­den­za Rea­gan e l’uo­mo del fa­re, il loo­ser de­si­gna­to, en­tra­to car­di­na­le e usci­to Papa: «Pri­ma di ar­ri­va­re al­la Ca­sa Bian­ca, Rea­gan ave­va ac­cu­mu­la­to un’espe­rien­za da ve­ro po­li­ti­co. Il dia­vo­lo che co­no­sci è sem­pre me­glio di quel­lo che non co­no­sci». Trump era no­to, ma non è ba­sta­to: «Quan­do si è can­di­da­to ho pen­sa­to a uno scher­zo». Ar­ri­va­no i piat­ti. Dil­lon ri­cor­da i pro­dut­to­ri, gli at­to­ri e il set di Ro­ma, «che ci di­spia­ce­va la­scia­re per­ché cer­te vol­te si crea­va un’ar­mo­nia che ti il­lu­de­vi fos­se eter­na. Non era ve­ro. C’era sem­pre una va­li­gia da fa­re». Si è fat­to tar­di. L’olio scor­re sul piat­to. Bi­so­gna sa­per sci­vo­la­re leg­ge­ri per non far­si ma­le.

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