All Blacks

Beau­den Bar­rett e l’eti­ca del rug­by

GQ (Italy) - - Sommario - Te­st odi MICHELE DALA I Il­lu­stra­zio­ni diTOMDILLyLITT LE SON

In­dos­sa la ma­glia e la­scia­la in un po­sto mi­glio­re di quel­lo in cui l’hai ri­ce­vu­ta. Se­gui que­sta sem­pli­ce re­go­la e avrai per­cor­so il pri­mo pez­zo di sa­li­ta, di quell’asce­sa ri­pi­da e se­let­ti­va che tra­sfor­ma un buon gio­ca­to­re di rug­by neo­ze­lan­de­se in uno dei quin­di­ci cu­sto­di della sto­ria e della glo­ria del Pae­se.

Gli All Blacks so­no molto più di una squa­dra, ed è pro­prio que­sta di­men­sio­ne ex­tra spor­ti­va ad ac­co­mu­nar­li a un al­tro gran­de brand dell’in­trat­te­ni­men­to e dell’in­du­stria del­lo spet­ta­co­lo, quel Bar­cel­lo­na che già dal mot­to chia­ri­sce al mon­do di es­se­re Més que un club. L’ac­co­sta­men­to è me­no ca­sua­le di quan­to si pos­sa pen­sa­re, no­no­stan­te tra il gio­co fre­ne­ti­co e ner­vo­so dei blau­gra­na e la po­ten­za pu­ra de­gli All Blacks ci sia­no più di sei gra­di di se­pa­ra­zio­ne. In en­tram­bi i ca­si non par­lia­mo più di atle­ti ma di am­ba­scia­to­ri, uo­mi­ni che co­no­sco­no la mis­sio­ne con­nes­sa al ruo­lo, il rac­con­to di tra­di­zio­ni an­ti­che e di un’idea di mon­do che esce dal cam­po e in­ve­ste ogni sfe­ra della vi­ta.

A uso e con­su­mo di tut­ti quelli che han­no tro­va­to nel rug­by la pa­na­cea di ogni ma­le del­lo sport con­tem­po­ra­neo, di­cia­mo fin da su­bi­to che gli All Blacks non so­no im­mu­ni a er­ro­ri e scan­da­li, e co­me ogni

fe­no­me­no uma­no so­no sot­to­po­sti all’usu­ra del tem­po, del­lo stress fi­si­co e men­ta­le e del­le ten­ta­zio­ni, ma le cat­ti­ve no­ti­zie che li ri­guar­da­no han­no sem­pre e co­mun­que una fac­cia uma­na, qual­co­sa di in­fan­ti­le e di ras­si­cu­ran­te.

Quel­la de­gli All Blacks è una sto­ria an­ti­ca e, co­me tut­te le nar­ra­zio­ni che viag­gia­no nel tem­po, si è ve­sti­ta di fat­ti ve­ri, ve­ro­si­mi­li e leg­gen­de me­tro­po­li­ta­ne. Al­cu­ne tra le più stram­pa­la­te ri­guar­da­no il so­pran­no­me della na­zio­na­le neo­ze­lan­de­se di rug­by a 15 ( union), che in real­tà sem­bra ri­spon­de­re a una ve­ri­tà piut­to­sto sem­pli­ce e im­me­dia­ta. Gli All Blacks so­no in ef­fet­ti tut­ti neri per­ché ne­ra è la ma­glia, con la so­la ec­ce­zio­ne della “pon­gaó, la fel­ce ar­gen­ta­ta ri­pro­dot­ta e cu­ci­ta al pet­to.

Vin­cen­ti da sem­pre, per­den­ti so­lo a vol­te e co­mun­que mai per in­ter­val­li trop­po lun­ghi, so­no uno dei po­chi si­ste­mi al mon­do ad aver man­da­to a me­mo­ria il si­gni­fi­ca­to pro­fon­do del kai­zen, la pa­ro­la giap­po­ne­se com­po­sta da due ter­mi­ni che si­gni­fi­ca­no ri­spet­ti­va­men­te cam­bia­men­to ( kai) e buo­no ( zen). Cam­bia­re in me­glio co­me me­to­do di ri­so­lu­zio­ne ra­di­ca­le del­le cri­si, an­zi co­me as­so­lu­ta pre­ven­zio­ne. Per­ché kai­zen si­gni­fi­ca met­te­re in at­to il cam­bia­men­to quan­do le co­se an­co­ra fun­zio­na­no e so­lo ap­pa­ren­te­men­te non si ve­do­no le pri­me cre­pe.

Nel 2004 gli All Blacks af­fron­ta­ro­no uno dei po­chi mo­men­ti ter­ri­bi­li della lo­ro sto­ria pro­prio per non es­se­re sta­ti ca­pa­ci di pre­ve­de­re il di­sa­stro, per es­ser­si ada­gia­ti su al­lo­ri che im­prov­vi­sa­men­te era­no ap­pas­si­ti la­scian­do una squa­dra di cam­pio­ni e gran­di no­mi in ba­lia del pro­prio inar­re­sta­bi­le de­cli­no fi­si­co. Fu al­lo­ra che nac­que l’idea, il con­cet­to mo­der­no di All Blacks che tan­to af­fa­sci­na i ti­fo­si e gli aman­ti del rug­by quan­to emo­zio­na i sem­pli­ci cu­rio­si, grazie agli ef­fet­ti col­la­te­ra­li dell’on­da ne­ra. In quel mo­men­to en­trò in gio­co un men­tal coa­ch che tut­to­ra se­gue i gio­ca­to­ri e fa da spal­la all’al­le­na­to­re. Si chia­ma Gil­bert Eno­ka e ha mes­so in at­to una ri­vo­lu­zio­ne sem­pli­ce e un cla­sh cul­tu­ra­le di pu­ro ge­nio. Re­li­gio­ne, ri­tua­li­tà tri­ba­le e mar­ke­ting evo­lu­to si fon­do­no in un ve­ro to­tem cul­tu­ra­le, an­cor pri­ma che spor­ti­vo.

Ne­gli All Blacks con­vi­vo­no in­fat­ti l’ani­ma bri­tan­ni­ca dei co­lo­niz­za­to­ri e quel­la ir­re­den­ti­sta e ma­gi­ca dei Maˉo­ri, che con le lo­ro dan­ze e la sag­gez­za an­ti­ca han­no con­ta­mi­na­to pro­gres­si­va­men­te il gio­co e la sua ani­ma, tra­sfor­man­do il 15 neo­ze­lan­de­se in una cel­lu­la evo­lu­ti­va di una tra­di­zio­ne che ri­schia­va al­tri­men­ti di estin­guer­si. La ha­ka, la dan­za guer­rie­ra che la squa­dra met­te in sce­na pri­ma di ogni par­ti­ta, non è so­lo una se­quen­za di pa­ro­le di guer­ra e pre­ghie­re ani­mi­ste. In quei po­chi ma in­ten­si se­con­di di tran­ce col­let­ti­va c’è il ten­ta­ti­vo di dia­lo­ga­re con le ani­me dei mor­ti, la ri­chie­sta di aiu­to e l’espres­sio­ne di un ri­to emo­zio­na­le ep­pu­re molto con­trol­la­to, un bal­lo in cui ogni par­te del cor­po ha un ruo­lo: le brac­cia, le gam­be, gli oc­chi che ro­tea­no, la lin­gua mo­stra­ta non per scher­no ma co­me ele­men­to di in­ti­mi­da­zio­ne. La ha­ka, co­me scri­ve­va Alan Arm­strong, gran­de stu­dio­so di cul­tu­ra Maˉ ori, è un ve­ro e pro­prio mes­sag­gio dell’ani­ma espres­so at­tra­ver­so le pa­ro­le e gli at­teg­gia­men­ti. Per que­sto e per mol­ti al­tri mo­ti­vi chi rac­co­glie la ma­glia de­gli All Blacks, per la­sciar­la me­glio di co­me l’ha tro­va­ta, sa che il cam­mi­no sa­rà lun­go, e lo stan­dard ri­chie­sto per ri­ma­ne­re nel grup­po al­tis­si­mo.

Tut­ta que­sta teo­ria si tra­sfor­ma in pra­ti­ca, in os­ser­va­zio­ne pri­vi­le­gia­ta di un fe­no­me­no uni­co quan­do si ha la for­tu­na di in­cro­cia­re il cam­mi­no de­gli All Blacks e tra­scor­re­re del tem­po con lo­ro. A me è ca­pi­ta­to a fi­ne no­vem­bre 2017, in oc­ca­sio­ne del tour eu­ro­peo della squa­dra più for­te del pia­ne­ta, un gi­ro che li ha por­ta­ti a sfi­da­re i Bar­ba­rians (la squa­dra a in­vi­ti com­po­sta dai mi­glio­ri gio­ca­to­ri del mon­do, sen­za vin­co­li di na­zio­na­li­tà), la Fran­cia, la Sco­zia e il Gal­les.

Pro­prio in Gal­les, a Car­diff, gli All Blacks si so­no pre­sta­ti a una se­rie di in­con­tri con spon­sor e stam­pa, ren­den­do an­co­ra più sem­pli­ce ed evi­den­te il con­cet­to di pro­fes­sio­na­li­tà di cui so­no con­si­de­ra­ti mae­stri as­so­lu­ti. Di­spo­ni­bi­li, at­ten­ti ai det­ta­gli e im­pec­ca­bi­li fuo­ri dal cam­po, tan­to quan­to so­no te­mi­bi­li e du­ri in gio­co, i gio­ca­to­ri neo­ze­lan­de­si han­no ac­cet­ta­to di re­ga­la­re ve­ri e pro­pri tu­to­rial a rug­bi­sti ama­to­ria­li, co­sì co­me di spie­ga­re le re­go­le più ele­men­ta­ri del gio­co a chi non le co­no­sce af­fat­to e fa­ti­ca an­che sem­pli­ce­men­te a man­dar­le a me­mo­ria.

Beau­den Bar­rett è sta­to vo­ta­to per due an­ni di fi­la (l’ul­ti­ma vol­ta pro­prio a fi­ne no­vem­bre) World Rug­by Player of the Year. Cam­pio­ne del mon­do nel 2015, Bar­rett è un me­dia­no d’aper­tu­ra con un fi­si­co im­po­nen­te per il ruo­lo, e con una ca­rat­te­ri­sti­ca unica: è un atle­ta for­mi­da­bi­le, ha una fa­ci­li­tà di cor­sa che mol­te ali gli in­vi­dia­no e la se­rie­tà di un gio­ca­to­re con­su­ma­to ed esper­to no­no­stan­te i so­li 26 an­ni.

Lo in­con­tro da­van­ti al­le mac­chi­net­te del caf­fè, se­du­ti a un ta­vo­lo che fa da spar­tiac­que con la zo­na da cui qual­cu­no di tan­to in tan­to ci chie­de di pas­sa­re bic­chie­ri pie­ni di li­qui­di trop­po cal­di, trop­po an­nac­qua­ti, trop­po cat­ti­vi. A chi co­sì lo in­ter­rom­pe lui ri­spon­de con un sor­ri­so cor­te­se, nep­pu­re un’om­bra di le­sa mae­stà.

Il più for­te gio­ca­to­re del mon­do pas­sa molto be­ne la pal­la, e se la ca­va an­che con i bic­chie­ri di pla­sti­ca. In

«Va be­ne che ci iden­ti­fi­chi­no con la dan­za ha­ka, ma la gen­te de­ve ca­pi­re me­glio che non è uno scher­zo e che quel­lo che fac­cia­mo ha un sen­so pro­fon­do»

«Le par­ti­te con­tro l’ au­stra­lia spes­so so­no ter­ri­bi­li. A vol­te sem­bra che fac­cia­no di tut­to per es­se­re osti­li e man­car­ci di ri­spet­to. E que­sta co­sa non mi pia­ce af­fat­to»

fon­do, uno dei suoi spon­sor ha un mot­to che si adat­ta per­fet­ta­men­te an­che a si­tua­zio­ni co­me que­sta: born to da­re, na­to per osa­re. Sei fi­glio di due atle­ti. Que­sto quan­to ha in­flui­to nel­la scel­ta di cer­ca­re una car­rie­ra da gio­ca­to­re, e quan­to ti ha spin­to a com­pe­te­re? I miei so­no sta­ti due ge­ni­to­ri ec­ce­zio­na­li pro­prio per­ché non mi han­no mai spin­to, al li­mi­te in­co­rag­gia­to. A lo­ro de­vo il rap­por­to splen­di­do che ho con la na­tu­ra, con la cor­sa e con l’eti­ca del­lo sport, ma so­prat­tut­to so­no gra­to a mia ma­dre e a mio pa­dre per non aver­mi mai im­po­sto di gio­ca­re a rug­by, né di la­sciar­lo. Po­ter sce­glie­re e sba­glia­re mi ha aiu­ta­to mol­tis­si­mo, fa­re da so­lo e sfi­da­re i miei li­mi­ti è sta­to un do­no. Tre fi­gli, tre All Blacks. Com’era­va­te da bam­bi­ni? Sem­pre in mo­vi­men­to: abi­ta­re in un ran­ch e vi­ve­re all’aria aper­ta è sta­to ma­gi­co. Quan­do mia ma­dre ve­ni­va a pren­der­mi a scuo­la, in ge­ne­re ca­ri­ca­va lo zai­no sul­la mac­chi­na e io cor­re­vo fi­no a ca­sa, a pie­di nu­di. Quan­do ci sia­mo tra­sfe­ri­ti in Ir­lan­da, sco­pri­re che a scuo­la an­da­va­no in­dos­sa­te le scar­pe, e che po­te­va fa­re molto fred­do, è sta­to un pic­co­lo trau­ma. Com’è sta­to vi­ve­re in Ir­lan­da? Ti ha ar­ric­chi­to dal pun­to di vista uma­no? Molto: mi ha fat­to ap­prez­za­re una cul­tu­ra di­ver­sa, una so­cie­tà nuo­va per me e un si­ste­ma edu­ca­ti­vo più com­ples­so, più so­fi­sti­ca­to. Con­ser­vo an­co­ra mol­ti ami­ci, per­so­ne cui vo­glio be­ne e con cui so­no re­sta­to in con­tat­to. Cre­do che ab­bia an­che in­flui­to sul mio mo­do di gio­ca­re. So­no sta­to for­tu­na­to per­ché gio­ca­va­mo pa­rec­chio a calcio e a foot­ball gae­li­co, e so­no cer­to che tut­ti quei mo­vi­men­ti ab­bia­no molto in­fluen­za­to il mio mo­do di col­pi­re il pal­lo­ne. Il so­lo fat­to di do­ver cal­cia­re con­ti­nua­men­te ha com­ple­ta­to il mio gio­co, e ne ho fat­to te­so­ro quan­do poi so­no tor­na­to in Nuo­va Ze­lan­da. Gio­chi in mo­do na­tu­ra­le, co­me se non for­zas­si mai, co­me se evi­tas­si di cer­ca­re so­lu­zio­ni com­pli­ca­te. In un mo­men­to in cui il tuo sport evol­ve e cam­bia, è una co­sa bel­la da ve­de­re, qua­si ro­man­ti­ca. Sem­bra che tu ab­bia stu­dia­to i clas­si­ci del tuo ruo­lo.

So qua­li so­no i miei pun­ti di for­za e cer­co di ap­pli­ca­re quel­lo che ho im­pa­ra­to al mio sti­le di gio­co, sen­za sna­tu­rar­mi. Dan Car­ter è un esem­pio, ma non po­te­vo scim­miot­tar­lo e ba­sta, de­vi sem­pre ag­giun­ge­re qual­co­sa di tuo, al­tri­men­ti re­sti una co­pia. Da bam­bi­no non ero uno sprin­ter, per esem­pio. Ero più for­te sul­le di­stan­ze me­die e su quel­le lun­ghe, il che mi ha sem­pre aiu­ta­to nel cor­so della par­ti­ta, quan­do gli al­tri ca­la­no e io in­ve­ce con­ser­vo le stes­se ener­gie. Ma su­gli scat­ti ho do­vu­to la­vo­ra­re, tan­to, sen­za po­sa. La­vo­ra­re è l’unica chia­ve che co­no­sco per re­sta­re sem­pre al li­vel­lo più al­to. Sei spa­ven­ta­to dall’in­ci­den­za del­le con­cus­sion, del­le com­mo­zio­ni ce­re­bra­li e di tut­ti gli al­tri in­for­tu­ni che nell’emi­sfe­ro sud cre­sco­no con­ti­nua­men­te di nu­me­ro e di in­ten­si­tà? Sì, e al­lo stes­so tem­po so­no con­for­ta­to dal fat­to che me­di­ci e scien­za stia­no la­vo­ran­do su ri­cer­che com­ple­te e su ri­spo­ste de­fi­ni­ti­ve al­le que­stio­ni che po­ni. Ci so­no for­ti in­no­va­zio­ni nei me­to­di di re­cu­pe­ro: mi è ca­pi­ta­to di sot­to­por­mi a uno di que­sti pro­to­col­li in oc­ca­sio­ne del mio ul­ti­mo in­for­tu­nio alla te­sta e so­no fi­du­cio­so per­ché nel mio ca­so è sta­to tut­to molto na­tu­ra­le, sen­za for­za­tu­re o zone d’om­bra. Pen­si di ve­ni­re a gio­ca­re in Eu­ro­pa, più avan­ti nel­la tua car­rie­ra ( il tra­sfe­ri­men­to nel Vec­chio Con­ti­nen­te e nell’emi­sfe­ro nord chiu­de le por­te de­gli All Blacks ai gio­ca­to­ri neo­ze­lan­de­si, nda)? Sì, non so a che pun­to e nem­me­no rie­sco a im­ma­gi­na­re quan­do, ma so che è una co­sa che fa­rò. Per ora amo gio­ca­re in Nuo­va Ze­lan­da e so­no pie­no di sti­mo­li e ispi­ra­zio­ni per di­ven­ta­re un All Black an­co­ra mi­glio­re di quel­lo che so­no, il mo­men­to dell’eu­ro­pa è an­co­ra lon­ta­no. De­vo e vo­glio mi­glio­ra­re molto. Che co­sa pen­si del fat­to che la com­mer­cia­liz­za­zio­ne del mar­chio All Blacks por­ti mol­ti a con­fon­der­si e pen­sa­re di po­ter iro­niz­za­re sul­la cul­tu­ra Maˉ ori, sul­la ha­ka e sui suoi si­gni­fi­ca­ti più pro­fon­di? Non mi pia­ce que­sta co­sa. Pen­so che sia una man­can­za di ri­spet­to enor­me, e pen­so an­che che non ca­pi­sca­no quan­to sia stu­pi­do quel­lo che fan­no. Io non so­no Maˉo­ri, ese­guo l’ha­ka con la squa­dra e cre­do che que­sto ci con­net­ta pro­fon­da­men­te co­me grup­po pri­ma di ogni par­ti­ta. Ca­pi­sco be­ne che co­sa si­gni­fi­chi per i Maˉo­ri. Mi pia­ce che la gen­te ci iden­ti­fi­chi con la ha­ka, ma cre­do sia ne­ces­sa­rio che com­pren­da­no me­glio che non è uno scher­zo, e che quel­lo che fac­cia­mo ha un sen­so pro­fon­do. Quan­to pe­sa l’eredità di uno co­me Dan Car­ter? Se la con­si­de­ras­si dav­ve­ro un’eredità, se mi pa­ra­go­nas­si a Dan Car­ter, pro­ba­bil­men­te pe­se­reb­be tan­tis­si­mo. Ma Dan era il mio ido­lo ai tem­pi del li­ceo, e quan­do so­no ar­ri­va­to nel grup­po mi ha aiu­ta­to molto, mi ha in­se­gna­to quel­lo che mai avrei im­pa­ra­to da so­lo sul­la di­na­mi­ca del calcio, più mil­le al­tre co­se. Ab­bia­mo una bel­lis­si­ma re­la­zio­ne, ora più ma­tu­ra ed evo­lu­ta, sia­mo due nu­me­ri 10 e ci con­fron­tia­mo su aspet­ti del gio­co e su molto al­tro. Por­ta­re que­sta ma­glia ti ob­bli­ga a es­se­re ge­ne­ro­so con chi ver­rà do­po, per­ché è la squa­dra che con­ta, non i re­cord in­di­vi­dua­li. Se rie­sci a bat­ter­li si­gni­fi­ca che la squa­dra sta fa­cen­do be­ne. Che co­sa ti pia­ce­reb­be in­se­gna­re ai bam­bi­ni sul con­cet­to di es­se­re un All Black? Una co­sa so­pra tut­te: non ba­sta es­se­re un buon gio­ca­to­re di rug­by. Noi sia­mo e vo­glia­mo es­se­re pri­ma e so­prat­tut­to bra­ve per­so­ne, per­so­ne eti­ca­men­te re­spon­sa­bi­li, par­ti del­le no­stre co­mu­ni­tà, uo­mi­ni so­li­da­li e pre­sen­ti. So­lo al­lo­ra di­ven­ta im­por­tan­te la qua­li­tà del no­stro gio­co. Fin qui tut­to per­fet­to, ma se ti chie­des­si qual è la ri­va­li­tà che più sen­ti in cam­po? Di­plo­ma­ti­ca­men­te ti ri­spon­de­rei che tut­te le par­ti­te so­no ugua­li, ma che quan­do gio­chia­mo con­tro gli au­stra­lia­ni c’è qual­co­sa di più in­ten­so. Me­no di­plo­ma­ti­ca­men­te pos­so dir­ti che le par­ti­te con­tro l’au­stra­lia spes­so so­no ter­ri­bi­li per­ché a vol­te ho la sen­sa­zio­ne che fac­cia­no di tut­to per es­se­re osti­li e man­car­ci di ri­spet­to in cam­po, e que­sta co­sa non mi pia­ce af­fat­to.

Il gior­no do­po la no­stra in­ter­vi­sta, gli All Blacks han­no bat­tu­to il Gal­les 33 a 18 do­po un pri­mo tem­po dif­fi­ci­le, chiuso in van­tag­gio di un so­lo pun­to. Beau­den Bar­rett ha con­ver­ti­to quat­tro del­le me­te e cor­so su un gi­noc­chio ma­lan­da­to. Non ha mai da­to l’im­pres­sio­ne pe­rò di su­bi­re la pres­sio­ne am­bien­ta­le, lo sta­dio pie­no e il ti­fo osti­le. Ha sem­pre for­ni­to ap­pog­gio ai suoi com­pa­gni e ha mos­so la pal­la co­me un ve­ro tat­ti­co, cal­cian­do­la di vol­ta in vol­ta a se­con­da della con­ve­nien­za.

Una del­le re­go­le de­gli All Blacks di­ce che i cam­pio­ni de­vo­no sem­pre fa­re qual­co­sa in più. Ma­ga­ri non di speciale, so­lo in più ri­spet­to agli al­tri ( cham­pions do ex­tra). Bar­rett lo ha fat­to, al­tri avreb­be­ro pro­ba­bil­men­te ab­ban­do­na­to la par­ti­ta pri­ma.

Un al­tro man­tra di­ce che gli All Blacks de­vo­no man­te­ne­re la te­sta sgom­bra e la lu­ci­di­tà an­che nei mo­men­ti di dif­fi­col­tà ( keep a blue head). Una co­sa a me­tà tra “quan­do il gio­co si fa du­roó e la stra­te­gia ocea­no blu, cioè la ri­cer­ca di so­lu­zio­ni che ad al­tri man­ca­no, ma­ga­ri so­lo per­ché so­no stan­chi e an­neb­bia­ti.

Guar­da­re i mo­vi­men­ti de­gli All Blacks nei mo­men­ti di mag­gio­re dif­fi­col­tà della par­ti­ta è sta­to co­me as­si­ste­re a una le­zio­ne di stra­te­gia militare, azien­da­le, po­li­ti­ca (e molto al­tro). Un mo­nu­men­to al pen­sie­ro la­te­ra­le. Pas­sa­re del tem­po con la squa­dra più for­te del mon­do è un pri­vi­le­gio che aiu­ta a ca­pi­re co­me l’ese­cu­zio­ne di re­go­le sem­pli­ci e ri­go­ro­se pos­sa ca­na­liz­za­re il ta­len­to e do­ma­re le biz­ze dei sin­go­li in no­me del suc­ces­so col­let­ti­vo.

Beau­den Bar­rett è un gio­va­ne uo­mo po­sa­to, qua­si ti­mi­do e molto gen­ti­le (an­che quan­do si trat­ta di pas­sa­re dei caf­fè), ma so­prat­tut­to è uno che sa esat­ta­men­te qual è il suo ruo­lo nel grup­po. Na­to per osa­re, sì, ma so­lo se il ri­schio è una via per il suc­ces­so de­gli al­tri 14.

Da si­ni­stra: Son­ny Bill Wil­liams (in pie­di), TJ Pe­re­na­ra, Sa­muel Whi­te­lock, Matt Todd e Je­ro­me Kai­no de­gli All Blacks con al pol­so il Black Bay Dark di Tudor. La mai­son di oro­lo­ge­ria ha si­gla­to una part­ner­ship con la World Rug­by per spon­so­riz­za­re una se­rie di even­ti le­ga­ti al­le com­pe­ti­zio­ni per squadre na­zio­na­li Tra cui la Cop­pa del Mon­do di rug­by Se­vens del 2018.

TEM­PO DI VA­LO­RI So­pra, l’he­ri­ta­ge Black Bay Dark di Tudor ha co­me am­ba­scia­to­ri gli All Blacks e Beau­den Bar­rett per la cam­pa­gna # born­to­da­re

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