Pe­ter Ca­me­ron

La scrit­tu­ra, un la­vo­ro a 360 gra­di

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di Eleo­no­ra Bar­bie­ri Fo­to di ales­san­dro Gras­sa­ni

Quan­do lo in­con­tri pen­si su­bi­to a quel­lo slo­gan pub­bli­ci­ta­rio: “Ele­gan­ce is an at­ti­tu­de”. So­lo che Pe­ter Ca­me­ron, que­sto cin­quan­tot­ten­ne che giu­re­re­sti new­yor­che­se (ha vis­su­to al Gree­n­wi­ch Vil­la­ge per trent’an­ni, ora si è tra­sfe­ri­to vi­ci­no all’em­pi­re Sta­te Buil­ding, ma è na­to nel­la pro­vin­cia al di là dell’hud­son, Pomp­ton Plains, New Jer­sey), non è un di­vo, ben­sì uno scrit­to­re. Quel­la se­ra do­ra­ta lo ha re­so un au­to­re di cul­to, non so­lo per i cri­ti­ci, che lo ado­ra­no, ma an­che per il gran­de pub­bli­co: ca­so sin­go­la­re di ro­man­zo molto let­te­ra­rio e molto di suc­ces­so. Per­ché la ci­fra di Pe­ter Ca­me­ron è, ap­pun­to, l’ele­gan­za: nel­la scrit­tu­ra, nel­le pre­di­le­zio­ni let­te­ra­rie qua­si snob e nel­la sua se­con­da at­ti­vi­tà, quel­la di edi­to­re con la Sh­rin­king Vio­let Press, una im­pre­sa un po’ alla Vir­gi­nia Woolf e alla Nan­cy Cu­nard, eli­ta­ria, to­tal­men­te ar­ti­gia­na­le, che por­ta avan­ti da cin­que an­ni. Pe­ter Ca­me­ron è sta­to in Ita­lia (un Pae­se do­ve ven­de «be­nis­si­mo, più che ne­gli Sta­ti Uni­ti») di re­cen­te, e ha par­la­to di uno dei te­mi cen­tra­li dei suoi ro­man­zi: Un gior­no que­ste pas­sio­ni ti sa­ran­no uti­li si in­ti­to­la­va l’in­con­tro, ispi­ra­to a un al­tro dei suoi li­bri, Un gior­no que­sto do­lo­re ti sa­rà uti­le (Adel­phi). Al­lo­ra è na­tu­ra­le chie­der­gli qua­li sia­no le sue pas­sio­ni; me­no scon­ta­ta è la sua ri­spo­sta: «La let­tu­ra e i mu­si­cal». Pe­ter Ca­me­ron, la scrit­tu­ra non fa par­te della li­sta? Non pen­so alla scrit­tu­ra in quei ter­mi­ni. È qual­co­sa di trop­po es­sen­zia­le a quel­lo che so­no per es­se­re una pas­sio­ne. Co­me man­gia­re o re­spi­ra­re: è qual­co­sa che ho bi­so­gno di fa­re. C’è qual­che pas­sio­ne che l’ha spin­ta a scri­ve­re? No. Ho co­min­cia­to molto gio­va­ne, scri­ve­re era un mo­do per riu­sci­re a sen­tir­mi più a mio agio nel mon­do, per espri­mer­mi e per ca­pi­re chi fos­si man ma­no che di­ven­ta­vo adul­to. Ho ini­zia­to per­ché mi pia­ce­va e ne ave­vo bi­so­gno: non pen­sa­vo che sa­rei di­ven­ta­to uno scrit­to­re pro­fes­sio­ni­sta, non ho mai avu­to que­sto ge­ne­re di am­bi­zio­ne. Quan­do ha co­min­cia­to? A die­ci an­ni. Mi ero tra­sfe­ri­to a Lon­dra e fre­quen­ta­vo l’ame­ri­can School, che era un am­bien­te molto crea­ti­vo: molto più che le scuo­le ne­gli Sta­ti Uni­ti. Ho ini­zia­to lì. Poe­sie, rac­con­ti. E poi ho co­min­cia­to a leg­ge­re tan­to, per la mia età. Ado­ra­vo Ja­mes Mi­che­ner, un au­to­re molto po­po­la­re ne­gli an­ni Cin­quan­ta e Ses­san­ta, che scri­ve­va dei vo­lu­mo­ni. Il mio pre­fe­ri­to era Ha­waii. E poi Har­per Lee, Il buio ol­tre la sie­pe. E leg­gen­do que­sti li­bri, che rac­con­ta­va­no espe­rien­ze molto più gran­di dei miei an­ni, sen­ti­vo che im­pa­ra­vo del­le co­se. È stra­no: sei gio­va­ne, ma hai que­ste espe­rien­ze, e sei an­che già un po’ adul­to. Da bam­bi­no so­gna­va di di­ven­ta­re uno scrit­to­re? No. Ven­go da una fa­mi­glia pra­ti­ca, mio pa­pà era un ban­chie­re: l’idea era di ave­re una car­rie­ra, in­fat­ti le mie so­rel­le fan­no l’av­vo­ca­to. Sa­pe­vo che scri­ve­re non era una car­rie­ra che io po­tes­si sce­glie­re. Pen­sa­vo di la­vo­ra­re nell’edi­to­ria e mi so­no pre­pa­ra­to per quel­lo. Il pri­mo la­vo­ro è sta­to nell’edi­to­ria? Sì, alla St. Mar­tin’s Press, a New York. Pe­rò du­ran­te gli ul­ti­mi an­ni al col­le­ge ave­vo scrit­to dei rac­con­ti e li ave­vo spe­di­ti al New Yor­ker. Mi ave­va­no chie­sto di ve­der­ne al­tri, e co­sì ave­vo con­ti­nua­to a scri­ve­re e a man­da­re sto­rie. Fi­no a che, a 23 an­ni, quan­do mi so­no lau­rea­to, han­no com­pra­to il pri­mo rac­con­to. E quel­la è sta­ta la pri­ma co­sa che mi sia ca­pi­ta­ta da scrit­to­re: la più ec­ci­tan­te di tut­te è ar­ri­va­ta per pri­ma. Ina­spet­ta­ta, me­ra­vi­glio­sa. Poi pe­rò, col tem­po, è tor­na­to pro­prio al suo pri­mo la­vo­ro, l’edi­to­ria. Sì. Ho una ca­sa edi­tri­ce molto pic­co­la. Ho co­min­cia­to cin­que an­ni fa. Vo­le­vo fa­re qual­co­sa con i li­bri, e crea­re an­che nei pe­rio­di in cui non scri­vo. Pas­so at­tra­ver­so lun­ghi in­ter­val­li in cui non scri­vo: è fru­stran­te, mi de­pri­mo, ma non di­pen­de da me ave­re un’idea… In­ve­ce stam­pa­re e ri­le­ga­re li­bri è qual­co­sa di crea­ti­vo che pos­so fa­re: non con la men­te ma di­pin­gen­do, con le ma­ni. Co­me pro­ce­de nel la­vo­ro? Se ho tut­to, im­pie­go un pa­io di gior­ni per cu­ci­re e ri­le­ga­re. Creo tre o quat­tro li­bri l’an­no, da die­ci co­pie cia­scu­no. Fi­no­ra ne ho fat­ti ven­ti. So­no mi­ni­se­rie da cin­que vo­lu­mi: uno co­sta 125 dol­la­ri, la se­rie da cin­que ne co­sta 500. Poi, quan­do ho esau­ri­to la pri­ma edi­zio­ne ne fac­cio una se­con­da da cen­to co­pie, più sem­pli­ci, a 35 dol­la­ri a co­pia. Ho fat­to sei li­bri del­le Me­moirs di Ja­mes Ivo­ry. Da quan­do ha di­ret­to il film trat­to da Quel­la se­ra do­ra­ta, sia­mo di­ven­ta­ti ami­ci. Co­me so­no le me­mo­rie di Ivo­ry? Me­ra­vi­glio­se, per­fet­te per me. Bre­vi. Rac­con­ta­no tut­ta la sua vi­ta, da quan­do cre­sce a quan­do ini­zia a fa­re film. Cre­do fa­re­mo al­tri due vo­lu­mi: a lui pia­ce. Le co­pie van­no esau­ri­te, no­no­stan­te il prez­zo? Di so­li­to sì. È ve­ro, so­no co­sto­se, ma a me­no ci ri­met­te­rei. Ho un pa­io di per­so­ne af­fe­zio­na­te an­che in Ita­lia, che com­pra­no uno o due li­bri l’an­no. Pub­bli­co ope­re di per­so­ne che co­no­sco o che am­mi­ro, poe­sie, ro­man­zi. Col­le­zio­no ri­trat­ti, e uno dei li­bri è la ri­pro­du­zio­ne di que­sti ri­trat­ti, cia­scu­no ac­com­pa­gna­to da una pic­co­la bio­gra­fia in­ven­ta­ta. Quel­la se­ra do­ra­ta, il suo be­st sel­ler, sem­bra con­te­sta­re la pos­si­bi­li­tà di scri­ve­re una bio­gra­fia. Ep­pu­re è un ge­ne­re che lei fre­quen­ta. Quan­do scri­vi un ro­man­zo de­vi pen­sa­re ai per­so­nag­gi, al­le lo­ro vi­te, a co­me so­no cre­sciu­ti: un ro­man­zo è co­me una se­rie di pic­co­le bio­gra­fie. Sta scri­ven­do? Sì, sto met­ten­do in­sie­me un nuo­vo ro­man­zo. E poi pub­bli­che­rò un’al­tra rac­col­ta di rac­con­ti e una di poe­sie, ma ci sto an­co­ra la­vo­ran­do. Scri­ve an­che poe­sie? Ho ini­zia­to con le poe­sie, poi ho avu­to suc­ces­so con la nar­ra­ti­va e mi so­no fer­ma­to. Cin­que an­ni fa ho com­pra­to una mac­chi­na per scri­ve­re An­ni Ven­ti, di quel­le che de­vi pre­me­re for­te sui ta­sti. E ho ri­co­min­cia­to a leg­ge­re e scri­ve­re poe­sie: ho ca­pi­to che non riu­sci­vo a scri­ve­re ver­si al com­pu­ter. Ora scri­vo let­te­re, an­che. E il nuo­vo ro­man­zo? L’ho ini­zia­to quin­di­ci an­ni fa. Rac­con­ta di una cop­pia ame­ri­ca­na che viag­gia in un Pae­se lon­ta­no del Nord per adot­ta­re un bam­bi­no. Un viag­gio e una espe­rien­za

dif­fi­ci­li. In quel pe­rio­do mio fra­tel­lo e sua mo­glie sta­va­no adot­tan­do un bam­bi­no, e il ro­man­zo era molto cu­po, co­sì ave­vo de­ci­so di fer­mar­mi. Per me pe­rò si­gni­fi­ca­va molto. Ora che il fi­glio è cre­sciu­to e l’ar­go­men­to è tran­quil­lo, pos­so con­ti­nua­re. Mio fra­tel­lo leg­ge per pri­mo tut­to quel­lo che scri­vo. Gor­don Li­sh, l’edi­tor di Ray­mond Car­ver e Ri­chard Ford, di­ce­va agli stu­den­ti: do­ve­te scri­ve­re co­me se gli al­tri fos­se­ro mor­ti. In que­sto ca­so non ho se­gui­to il suo con­si­glio. Ha una rou­ti­ne quan­do scri­ve? No. Per me scri­ve­re sta tut­to nel pen­sa­re, per­ciò so­no sem­pre con i miei li­bri, in un cer­to sen­so. E co­sì quan­do mi sie­do so già che co­sa scri­ve­rò, pe­rò tra una vol­ta e l’al­tra può pas­sa­re an­che una set­ti­ma­na. Da gio­va­ne mi di­ce­va­no: de­vi scri­ve­re ogni gior­no. Ma per me è de­le­te­rio: mi sco­rag­gio e mi de­pri­mo. Ai miei stu­den­ti ho sem­pre det­to: tro­va­te il vo­stro rit­mo. Ogni vol­ta de­ve an­che tro­va­re la sua vo­ce? Cre­do che per me sia molto im­por­tan­te non scri­ve­re sem­pre lo stes­so li­bro: vo­glio li­bri di­ver­si, e quin­di tro­va­re vo­ci di­ver­se. Mi pia­ce scri­ve­re pro­prio per­ché pos­so na­scon­de­re la mia, di vo­ce: per esem­pio, Un gior­no que­sto do­lo­re ti sa­rà uti­le è scrit­to in pri­ma per­so­na; ma è la vo­ce del pro­ta­go­ni­sta, io non ci so­no. La li­ber­tà vie­ne dal fat­to che non sto scri­ven­do di me. Non è pro­prio quel­lo il suo li­bro più au­to­bio­gra­fi­co? Lo è, per­ché mol­te del­le co­se che Ja­mes sen­te o fa so­no le stes­se che io fac­cio, o ho fat­to da gio­va­ne. Pe­rò non ero a mio agio a scri­ve­re di me, co­sì ho in­ven­ta­to Ja­mes, che ha una vi­ta to­tal­men­te di­ver­sa dalla mia: non so­no cre­sciu­to a New York Ci­ty, i miei ge­ni­to­ri non han­no di­vor­zia­to, non so­no in­tel­li­gen­te co­me lui... La non­na in­ve­ce è ispi­ra­ta alla mia, che ama­vo molto e alla qua­le ero molto vi­ci­no. Il li­bro è de­di­ca­to a lei. Dai suoi ro­man­zi spes­so le don­ne non esco­no be­ne. Pen­sa a Deir­dre, in Quel­la se­ra do­ra­ta? Era in­sop­por­ta­bi­le, lo so. Pe­rò l’ho fat­ta re­di­me­re, alla fi­ne. Qual è il po­te­re dell’ele­gan­za nel­la let­te­ra­tu­ra? È una sfi­da. Io vo­glio che la mia scrit­tu­ra sia ben co­strui­ta, raf­fi­na­ta; ma che tut­to que­sto non met­ta in om­bra il li­bro: il let­to­re do­vreb­be pen­sa­re al li­bro, non alla scrit­tu­ra. Per­ciò ser­ve un equi­li­brio. Per me il pia­ce­re è leg­ge­re li­bri ben scrit­ti: quel­lo che mi at­trae so­no uno sti­le o un mo­do bril­lan­te di co­strui­re una fra­se, più che la trama. E lo hu­mor è molto im­por­tan­te, so­prat­tut­to per­ché spes­so rac­con­to di per­so­ne de­pres­se: se lo fai in mo­do di­ver­ten­te, per me puoi scri­ve­re an­che di co­se cu­pe e se­rie. E l’amo­re, il pro­ta­go­ni­sta dei suoi ro­man­zi? È la ve­ra que­stio­ne, per tut­ti. Gran par­te della no­stra fe­li­ci­tà e del no­stro be­nes­se­re di­pen­de dall’amo­re, pe­rò è dif­fi­ci­le da tro­va­re, da so­ste­ne­re, e poi si può per­de­re. E la fe­li­ci­tà? Leg­go ro­man­zi per­ché ri­ve­la­no la ve­ri­tà del­le per­so­ne: quel­lo che pen­sa­no e sen­to­no. Gli at­to­ri li guar­di co­mun­que dall’ester­no, in un ro­man­zo i per­so­nag­gi li guar­di dall’in­ter­no. E le per­so­ne che non sof­fro­no, che non so­no mai in­fe­li­ci, non so­no in­te­res­san­ti. È que­sta espe­rien­za che ti fa cre­sce­re. Ha del­le pau­re? Di­cia­mo che so­no fa­ta­li­sta: quel­lo che suc­ce­de è quel­lo che è pre­vi­sto ac­ca­da. Spes­so le co­se brut­te ci por­ta­no qual­co­sa di buo­no. Non pen­so di ave­re trop­pe pau­re: per me è fa­ci­le sta­re da so­lo, tra­scor­ro molto tem­po in so­li­tu­di­ne. Mi pia­ce per­ché so­no in­di­pen­den­te, pe­rò sen­to an­che che mi man­ca un’espe­rien­za che la mag­gior par­te del­le per­so­ne ha, quel­la di es­se­re con­nes­so ad al­tri, per esem­pio un part­ner. Le man­ca, ma non ab­ba­stan­za, evi­den­te­men­te. Ci pro­vo, a vol­te. Ma nel­le re­la­zio­ni che ho avu­to vo­le­vo sta­re trop­po da so­lo per es­se­re un buon com­pa­gno. Co­me mai è co­sì ap­pas­sio­na­to di scrit­tri­ci in­gle­si? I li­bri che amo so­no quelli in­cen­tra­ti sul­le re­la­zio­ni, le per­so­ne, le vi­te pri­va­te, e ben scrit­ti: co­me quelli di Dia­na Athill, Eli­za­be­th Bo­wen, Bar­ba­ra Pym, Eli­za­be­th Bi­shop, Nan­cy Mit­ford. Gli uo­mi­ni della lo­ro epo­ca scri­vo­no di po­li­ti­ca e di guer­ra: quei ro­man­zi per me non so­no in­te­res­san­ti. Lo­ro in­ve­ce scri­vo­no della vi­ta do­me­sti­ca, pri­va­ta: non del gran­de mon­do ma del­le co­se “me­no im­por­tan­ti”, quel­le fra le per­so­ne. Leg­ge an­che let­te­ra­tu­ra con­tem­po­ra­nea? Sì, ma non mol­ta. So­lo se è qual­cu­no che co­no­sco, o che mi pia­ce. Per l’80 per cen­to leg­go ro­man­zi scrit­ti pri­ma del 1950. Ho un blog, Ex­tre­me­le­gi­bi­li­ty.ty­pe­pad. com, do­ve scri­vo dei li­bri che leg­go, al­tri­men­ti me li di­men­ti­co. E so­no qua­si tut­ti li­bri vec­chi. Le pia­ce viag­gia­re? Sì. Mi pia­ce men­tre lo fac­cio, ma pri­ma di par­ti­re mi sem­bra un pe­so. So­no con­ten­to di sta­re a ca­sa, do­ve ho an­che due ca­ni di cui pren­der­mi cu­ra. Sul suo si­to c’è una li­sta di “al­tri Pe­ter Ca­me­ron”. So­mi­glia a qual­cu­no di lo­ro? Qual­cu­no in Ita­lia mi ha scam­bia­to con il ma­te­ma­ti­co. È una li­sta molto eclet­ti­ca: ci so­no an­che un ven­di­to­re di ar­gen­to e an­ti­chi­tà a Lon­dra, uno che la­vo­ra coi ca­val­li, un mis­sio­na­rio ere­ti­co, un pit­to­re. So­no tut­ti molto di­ver­si da me... Ma se non aves­se fat­to lo scrit­to­re? Avrei tro­va­to un la­vo­ro nell’edi­to­ria. Cre­do di es­se­re un buon let­to­re e un buon in­se­gnan­te: so quel­lo che è buo­no e quel­lo che non lo è, e co­me ren­der­lo mi­glio­re. Ho in­se­gna­to a lun­go, ma è dif­fi­ci­le far­lo e in­sie­me scri­ve­re. Me­glio la­vo­ra­re in azien­da: è un luo­go più so­cia­le e la men­te è im­pe­gna­ta in co­se del tut­to di­ver­se. Un’esta­te a vent’an­ni ho la­vo­ra­to in ban­ca ed ec­co: lì sì che riu­sci­vo dav­ve­ro a scri­ve­re poe­sie.

«Leg­go ro­man­zi per­ché ri­ve­la­no la ve­ri­tà del­le per­so­ne: quel­lo che pen­sa­no e sen­to­no. Chi non sof­fre non è in­te­res­san­te»

Pe­ter Ca­me­ron, 58 an­ni. Il suo pros­si­mo li­bro è la sto­ria di un viag­gio e di un’ado­zio­ne, ed è una vi­cen­da fa­mi­lia­re. Da­ta di ar­ri­vo in li­bre­ria: tra il 2018 e il 2019

CIAK Un al­tro li­bro di Ca­me­ron, an­dor­ra, di­ven­ta film. Fred Sche­pi­si, che gi­re­rà da mar­zo tra Ita­lia e Croa­zia, ha scel­to Guy Pear­ce ( fo­to) per il per­so­nag­gio di alex Fox

PER CO­MIN­CIA­RE Pub­bli­ca­to in Ita­lia da Adel­phi pri­ma an­co­ra che ne­gli Usa, Un gior­no que­sto do­lo­re ti sa­rà uti­le è, dal 2007, un long sel­ler. Per­fet­to per ini­zia­re a co­no­sce­re l’au­to­re

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.