Wes Stu­di

Non è sem­pre fa­ci­le fa­re l’in­dia­no

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di Elisabetta Colangelo

Wes Stu­di è il Ro­bert De Ni­ro dei Na­ti­vi d’ame­ri­ca. Set­tant’an­ni, na­to in Okla­ho­ma da una fa­mi­glia Che­ro­kee, per gran par­te della sua car­rie­ra («For­se un cen­ti­na­io di film, non lo ri­cor­do più nean­che io») ha “fat­to l’in­dia­no”, com­pa­ren­do in gran­di pro­du­zio­ni co­me Bal­la coi lu­pi, L’ul­ti­mo dei Mo­hi­ca­ni, Il nuo­vo mon­do di Ma­lick, e per­si­no Ava­tar (con la pel­le blu). Tra po­co lo ri­ve­dre­mo nel nuo­vo we­stern di Scott Coo­per, Ho­sti­les, nel­le sa­le il pri­mo mar­zo, al fian­co di Ch­ri­stian Ba­le e di Ro­sa­mund Pi­ke. La sto­ria è quel­la di un capo Cheyen­ne or­mai an­zia­no e ma­la­to, che do­po una lun­ga pri­gio­nia vie­ne ac­com­pa­gna­to a mo­ri­re nel­la sua ter­ra. Coo­per ha det­to che il ruo­lo l’ha scrit­to per lei. Ed è sta­to molto ac­cu­ra­to. Tut­ta­via ho avu­to qual­che dif­fi­col­tà a co­strui­re il per­so­nag­gio, per­ché ho do­vu­to chie­der­mi: «Co­sa pro­va un uo­mo che sta mo­ren­do? Co­me fac­cio a ren­der­lo cre­di­bi­le?». E in che mo­do se l’è ca­va­ta? Ho la­vo­ra­to sul suo de­si­de­rio di la­scia­re un’eredità ai fi­gli e al suo po­po­lo. La so­la spe­ran­za che ab­bia­mo di vin­ce­re la mor­te è tra­man­da­re la no­stra vi­sio­ne della vi­ta, le no­stre tra­di­zio­ni. Lei è cre­sciu­to se­guen­do le tra­di­zio­ni Che­ro­kee? In un cer­to sen­so. La mia era una fa­mi­glia molto le­ga­ta alla tra­di­zio­ne, ma nel­lo stes­so tem­po an­che molto adat­ta­ta: vo­le­va­mo so­prav­vi­ve­re. C’era­no co­se nuo­ve da im­pa­ra­re e al­tre da di­men­ti­ca­re. Mio pa­dre ci pro­va­va, era di­ven­ta­to un al­le­va­to­re e la­vo­ra­va nei ran­ch, io e i miei tre fra­tel­li lo se­gui­va­mo. Com’è na­ta la sua pas­sio­ne per la re­ci­ta­zio­ne? Ero en­tra­to per di­ver­ti­men­to in una com­pa­gnia tea­tra­le in­dia­na. Poi mi so­no re­so con­to che re­ci­ta­re nu­tri­va la mia ani­ma, che ne ave­vo bi­so­gno. E che avrei po­tu­to es­se­re uti­le alla mia gen­te, rac­con­tan­do le sto­rie in cui cre­de­vo e mo­stran­do che po­te­va­mo in­te­grar­ci. In che mo­do è ar­ri­va­to a Hol­ly­wood? Un pro­dut­to­re mi chie­se se ero ca­pa­ce di ca­val­ca­re e di spa­ra­re. Ri­spo­si di sì, e lui mi scrit­tu­rò per un we­stern in tv. Il pri­mo gran­de suc­ces­so l’ha avu­to nel 1990 con Bal­la coi lu­pi, che vin­se ben 7 pre­mi Oscar. Lei era il capo de­gli in­dia­ni “cat­ti­vi” Pa­w­nee. Mi sen­ti­vo an­co­ra un no­vel­li­no ed ero molto in­ti­mi­di­to da­gli at­to­ri fa­mo­si del ca­st. Pe­rò mi di­ce­vo: «Ci sei den­tro an­che tu, hai la re­spon­sa­bi­li­tà di fa­re un buon pro­dot­to». Qual­che aned­do­to da rac­con­ta­re? C’è una sce­na in cui uc­ci­do uno dei per­so­nag­gi-chia­ve, Tim­mons: lo in­ter­pre­ta­va un at­to­re molto più na­vi­ga­to di me, Ro­bert Pa­sto­rel­li. Io gli scoc­ca­vo una frec­cia do­po l’al­tra, lui ca­de­va nell’er­ba. Ke­vin Cost­ner era molto pun­ti­glio­so, ce la fe­ce gi­ra­re e ri­gi­ra­re, e non ci ac­cor­gem­mo che Ro­bert era finito so­pra un for­mi­ca­io. In­tan­to con­ti­nua­va­no a co­spar­ger­lo di san­gue fin­to, una so­stan­za molto zuc­che­ri­na. Alla fi­ne ci ren­dem­mo con­to che era sta­to mor­so ovun­que, ma che non ave­va vo­lu­to in­ter­rom­pe­re le ri­pre­se. Lo por­tam­mo in ospe­da­le. Lì ca­pii co­sa vuol di­re es­se­re un ve­ro pro­fes­sio­ni­sta. Tre an­ni do­po ar­ri­vò la par­te del pro­ta­go­ni­sta in Ge­ro­ni­mo di Wal­ter Hill. Il per­so­nag­gio più dif­fi­ci­le della mia car­rie­ra. Sul set la­vo­ra­vo con un grup­po di Apa­che che di­scen­de­va­no di­ret­ta­men­te da Ge­ro­ni­mo, e che ave­va­no su di lui opi­nio­ni di­ver­se: per al­cu­ni era un eroe, per al­tri un dis­si­den­te che ave­va pro­vo­ca­to mol­te mor­ti. C’era­no di­scus­sio­ni in­ter­mi­na­bi­li. Quan­do fi­nal­men­te riu­scim­mo a ter­mi­na­re il film, alla pro­ie­zio­ne tro­vai John Mi­lius, l’au­to­re della sce­neg­gia­tu­ra, fu­ri­bon­do per le mo­di­fi­che. Mi ur­lò: «Wes, non do­ve­vi per­met­ter­lo!». Ma cos’al­tro avrei po­tu­to fa­re? In Ava­tar lei era Ey­tu­kan, il capo de­gli Oma­ti­ca­ya: an­che lì in­ter­pre­ta­va la par­te di un na­ti­vo. Lo con­si­de­ro una spe­cie di we­stern, in ef­fet­ti, con la dif­fe­ren­za che a un cer­to pun­to i co­w­boy si uni­sco­no agli in­di­ge­ni. Un po’ co­me se Buf­fa­lo Bill si fos­se al­lea­to con gli in­dia­ni: chis­sà do­ve sa­rem­mo, og­gi. Per gli ef­fet­ti spe­cia­li la­vo­ra­vo in­dos­san­do un ca­sco con una te­le­ca­me­ra ri­vol­ta sul vi­so. Un in­fer­no. Quan­do si trat­tò di gi­ra­re la bat­ta­glia fi­na­le ci fu­ro­no gran­di di­scus­sio­ni col re­gi­sta, Ja­mes Ca­me­ron, su co­me fos­se pos­si­bi­le riu­scir­ci con ad­dos­so quel ca­sco. Com’è sta­to fre­quen­ta­re per tan­ti an­ni Hol­ly­wood, da at­to­re che “fa l’in­dia­no”? For­tu­na­ta­men­te non vi­vo a Hol­ly­wood: ho un pic­co­lo ran­ch a San­ta Fe. È ve­ro che so­no ri­ma­sto sem­pre le­ga­to al­lo ste­reo­ti­po. Pe­rò ogni tan­to qual­che re­gi­sta mi ha da­to op­por­tu­ni­tà di­ver­se. Per esem­pio Mi­chael Mann, con cui ave­vo gi­ra­to L’ul­ti­mo dei Mo­hi­ca­ni, mi ha chia­ma­to per la par­te del de­tec­ti­ve in Heat - La sfi­da. È un po’ quel­lo che, in Ame­ri­ca, ca­pi­ta an­che agli ita­lia­ni: fi­ni­sco­no sem­pre a “fa­re l’ita­lia­no”. Guar­di, l’in­du­stria del ci­ne­ma ame­ri­ca­no può es­se­re spie­ta­ta con le mi­no­ran­ze. An­ni fa gi­ra­va una bar­zel­let­ta ne­gli stu­dios dei we­stern, do­ve i fi­gu­ran­ti che in­ter­pre­ta­no gli in­dia­ni so­no qua­si sem­pre ebrei o ita­lia­ni. C’è un re­gi­sta che con­vo­ca le com­par­se e poi di­ce al suo as­si­sten­te: «Qui tro­vi la tri­bù de­gli Sch­muck ( una pa­ro­la yid­di­sh che si­gni­fi­ca idio­ta, ndr) e lì il Gran­de capo Spa­ghet­ti».

Qui, Wes Stu­di è il capo Apa­che Ge­ro­ni­mo nel film di Wal­ter Hill del 1993. Nel­la pa­gi­na a fian­co, l’at­to­re og­gi, a 70 an­ni: il suo ul­ti­mo la­vo­ro, Ho­sti­les di Scott Coo­per, sa­rà nel­le sa­le il pri­mo mar­zo

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