Pro­lo­go

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di AN­GE­LO PONTA

Su­spi­ria di Lu­ca Gua­da­gni­no

«Non chia­ma­te­lo re­ma­ke», sug­ge­ri­sce Lu­ca Gua­da­gni­no a pro­po­si­to del suo Su­spi­ria. Lui lo de­fi­ni­sce piut­to­sto «un omag­gio» al­le emo­zio­ni che gli pro­cu­rò l’ori­gi­na­le di Da­rio Ar­gen­to. «Ogni film che fac­cio è un pas­so tra i miei so­gni di ra­gaz­zo. Ho vi­sto il po­ster di Su­spi­ria quan­do ave­vo un­di­ci an­ni e il film quan­do ne ave­vo quat­tor­di­ci, mi col­pì du­ra­men­te. Ini­ziai da su­bi­to a im­ma­gi­nar­ne una mia ver­sio­ne». Gli si può cre­de­re: l’hor­ror del 1977, pur con i suoi li­mi­ti, all’epo­ca ir­rup­pe con una ta­le den­si­tà e po­ten­za di emo­zio­ni e tur­ba­men­ti e con­tra­sti e co­lo­ri da do­ver pa­re­re una man­na, per l’ado­le­scen­te aspirante re­gi­sta. Non re­ma­ke, dun­que. For­se è una co­ver, ov­ve­ro la per­so­na­le ri­vi­si­ta­zio­ne di un vec­chio ca­po­la­vo­ro. Se­co­li fa Giam­bat­ti­sta Vi­co scri­ve­va che «la fan­ta­sia non è al­tro che me­mo­ria» e Gua­da­gni­no stes­so ha re­cen­te­men­te con­fer­ma­to il con­cet­to, spie­gan­do in un’in­ter­vi­sta che il pre­sen­te è un pro­dot­to del pas­sa­to e che be­ne quin­di è il «ri­pe­te­re» con­sa­pe­vol­men­te. Ap­pro­priar­si, ap­pun­to. Si può an­che im­ma­gi­na­re quan­to sot­to la mo­de­stia di quel­la pa­ro­la, «omag­gio», for­mi­co­li il de­si­de­rio di com­ple­ta­re l’ope­ra, l’am­bi­zio­ne di «po­ter­lo fa­re

me­glio», di svi­lup­pa­re le sug­ge­stio­ni del­la sto­ria, di man­te­ner­ne le pro­mes­se man­ca­te. Per­ché di pro­mes­se ne fa­ce­va, il vec­chio film, a par­ti­re pro­prio dal­la lo­can­di­na evo­ca­ta da Gua­da­gni­no.

Guar­dia­mo­lo, quel po­ster: il san­gue del­la bal­le­ri­na sgoz­za­ta scor­re a trac­cia­re qua­si l’om­bra di lei, can­cel­lan­do quel­la crea­ta dall’in­vi­si­bi­le pro­iet­to­re che il­lu­mi­na la sce­na. La ra­gaz­za è su un pal­co (lo si ca­pi­sce dal mo­vi­men­to del san­gue che a si­ni­stra sci­vo­la in ver­ti­ca­le sul ti­to­lo, co­me da un gra­di­no). La mor­te di lei è dun­que lo show, la mes­sa in sce­na è quel­la del suo “ve­ro” omi­ci­dio. Va­le a di­re che la lo­can­di­na an­nun­cia uno spet­ta­co­lo (il film) ba­sa­to su uno spet­ta­co­lo (il bal­let­to) nel qua­le la mor­te è al con­tem­po rap­pre­sen­ta­zio­ne e real­tà. È il fan­ta­sma sul pal­co­sce­ni­co.

An­dia­mo avanti. La bal­le­ri­na non è nu­da (sul suo fian­co de­stro si per­ce­pi­sce la li­nea del co­stu­me di sce­na) ma lo sem­bra: basta un po­co di fan­ta­sia per crea­re la “giu­sta” sug­ge­stio­ne, l’am­bi­gui­tà del de­si­de­rio che si me­sco­la al­lo stra­zio − sen­ti­ti at­trat­to e in col­pa, o spet­ta­to­re. E poi­ché lei muo­re in pie­di, bal­lan­do, l’im­ma­gi­ne pro­met­te in­som­ma eros e in­tro­du­ce un con­te­sto. Ora, di san­gue nel film di Da­rio Ar­gen­to ce n’era; nien­te nu­do, in­ve­ce, e nem­me­no am­mic­ca­men­ti: ca­sti­tà as­so­lu­ta. E il bal­let­to? Mar­gi­na­le. E sì che gli spun­ti non sa­reb­be­ro man­ca­ti: il bal­lo del­le stre­ghe, la dan­za ma­ca­bra... Pe­ral­tro, an­che la scel­ta di far­ne un hor­ror di so­le don­ne (i ma­schi era­no ac­ces­so­ri) non frut­tò le pos­si­bi­li de­cli­na­zio­ni. Quel che si tro­va­va in Car­rie di Brian De Pal­ma, usci­to in Ita­lia po­chi gior­ni do­po Su­spi­ria (di sfug­gi­ta, ri­cor­dia­mo che il ba­gno di san­gue di Car­rie si svol­ge sul pal­co del­la fe­sta da bal­lo del li­ceo), man­ca­va nel film di Ar­gen­to: nien­te sfu­ma­tu­re psi­co­lo­gi­che, in­quie­tu­di­ni ado­le­scen­zia­li, rap­por­ti di po­te­re ge­ne­ra­zio­na­li (so­rel­le, ma­dri, fi­glie). Tut­ti ele­men­ti che in­ve­ce Gua­da­gni­no, c’è da scom­met­te­re, non si è la­scia­to sfug­gi­re nel­la pro­pria ri­let­tu­ra.

Ma al­lo­ra, se “si può rifare me­glio”, per­ché dif­fi­da­re del­la pa­ro­la re­ma­ke? Il mo­ti­vo più ov­vio è che spes­so la pa­ro­la è si­no­ni­mo non di mi­glio­ra­men­to ma di sfrut­ta­men­to (il pro­dut­to­re pren­de un cult e ne mun­ge il ri­cor­do, fi­ne del­la sto­ria), il che va­le per il re­ma­ke co­me per i suoi so­da­li: re­boot, pre­quel e se­quel so­no ri­tor­ni al pas­sa­to, non sem­pre riu­sci­ti.

Una se­con­da ra­gio­ne è che la spre­mi­tu­ra del pas­sa­to ri­schia di im­po­ve­rir­lo. Ac­ca­de se il re­ma­ke è so­lo una ma­no di ver­ni­ce sui ri­cor­di (lo fu, let­te­ral­men­te, lo Psy­cho a co­lo­ri di­ret­to da Gus Van Sant). O se la rein­ven­zio­ne è ane­mi­ca, co­me fu Il pia­ne­ta del­le scim­mie di Tim Bur­ton (che pre­sto ci pro­pi­ne­rà il suo Dum­bo). Ma son gu­sti per­so­na­li: la me­mo­ria emo­ti­va è un og­get­to de­li­ca­to, ognu­no ha la pro­pria, sen­tir­si in­gan­na­ti è fa­ci­le. For­se il tra­di­men­to sta nel nar­ci­si­smo fe­ri­to,

Di san­gue nel film di Da­rio Ar­gen­to ce n’era; nien­te nu­do, in­ve­ce, e nem­me­no am­mic­ca­men­ti: ca­sti­tà as­so­lu­ta

nel­la do­lo­ro­sa sco­per­ta che gli al­tri non han­no vi­sto (vis­su­to) una co­sa al­lo stes­so mo­do no­stro, o non la con­si­de­ra­no ugual­men­te sa­cra. De­nis Vil­le­neu­ve, il re­gi­sta di Bla­de Run­ner 2049, ap­pre­stan­do­si al re­ma­ke del Du­ne di Da­vid Lyn­ch ha di­chia­ra­to: «Il film di Lyn­ch era di­ver­so da quel che ave­vo so­gna­to leg­gen­do i li­bri di Frank Her­bert». E quin­di lo ri­fà. Giu­sto. Per con­to no­stro, in­ve­ce, avrem­mo ser­ba­to vo­len­tie­ri nel cuo­re la me­mo­ria di un in­toc­ca­bi­le Bla­de Run­ner, ma ap­pun­to è una que­stio­ne per­so­na­le (e poi il se­quel non era nem­me­no brut­to, ma so­lo su­per­fluo).

Per spie­gar­ci me­glio: nel ca­so esem­pla­re di Du­ne, il non plus ul­tra è il film che Jo­do­ro­w­ski spe­rò di di­ri­ge­re ne­gli An­ni 70, ma poi non se ne fe­ce nul­la. Su quel ca­po­la­vo­ro man­ca­to esi­ste un do­cu­men­ta­rio fe­no­me­na­le, Jo­do­ro­w­sky’s Du­ne, da ve­de­re per in­tui­re ciò che avreb­be po­tu­to es­se­re e non è sta­to. Ec­co: un amo­re non con­su­ma­to, in­tat­to per­ché ri­ma­sto al­lo sta­dio di de­si­de­rio, co­me il qua­dro non di­pin­to del­la poe­sia di Bor­ges Il do­no in­fi­ni­to.

Se in­ve­ce l’og­get­to d’amo­re esi­ste, è esi­sti­to, va­le la de­fi­ni­zio­ne di Mi­che­le Ma­ri: «Son do­cu­men­ti, so­no fos­si­li di un’età che mi chie­de la pie­tà di un omag­gio; so­no ca­da­ve­ri­ni che si ri­fiu­ta­no di mo­ri­re; so­no ciò che so­lo io so co­sa so­no» (in Tu, san­gui­no­sa in­fan­zia, Ei­nau­di 2009, bel­lis­si­mo). Nel suo «dis­sep­pel­li­men­to af­fet­tuo­so» Ma­ri si ri­fe­ri­sce qui ai suoi vec­chi fu­met­ti, ma quel che scri­ve va­le per tut­ti i gio­cat­to­li del­la no­stra me­mo­ria, per quel fe­ti­ci­smo mol­to ma­schi­le da col­le­zio­ni­sti, per l’in­ven­ta­rio qua­si (qua­si?) mor­bo­so del­le no­stre ma­de­lei­ne. Stia­mo par­lan­do di mer­ci, cer­to: ma le vec­chie mer­ci dell’in­fan­zia so­no le fon­da­men­ta di quel­la me­mo­ria ca­pa­ce di far­ti ri­cor­da­re una lo­can­di­na, più di qua­rant’an­ni do­po. Il pec­ca­to mor­ta­le del re­ma­ke con­si­ste al­lo­ra nel rifare il pas­sa­to. È la for­za cen­tri­pe­ta con cui il pre­sen­te at­ti­ra il pas­sa­to per ri­ci­clar­lo, men­tre ciò che al­la no­stal­gia in­te­res­sa dav­ve­ro è di tor­na­re al pas­sa­to ve­ro, all’emo­zio­ne pri­mi­ge­nia. La ve­ri­tà, in­som­ma, è che ai no­stal­gi­ci il mo­do mi­glio­re per omag­gia­re le co­se tra­scor­se sem­bra quel­lo di la­sciar­le lì do­ve si tro­va­no, ma­ga­ri per ri­spol­ve­rar­le ogni tan­to e far­si ve­ni­re i luc­ci­co­ni.

E dun­que? Vuol di­re che il nuo­vo Su­spi­ria sa­rà una de­lu­sio­ne? Ma no, cer­to che no: sa­rà una bel­lis­si­ma co­ver. E mal che va­da ognu­no (an­che Gua­da­gni­no) ri­mar­rà con i pro­pri ri­cor­di. A pro­teg­ger­li sta l’afo­ri­sma di un si­gno­re del pas­sa­to co­me Wal­ter Bo­nat­ti: «Cer­ti mo­men­ti si vi­vo­no con ta­le in­ten­si­tà che non li per­di più. Non esi­sto­no “tue” mon­ta­gne, esi­sto­no tue espe­rien­ze; sul­le mon­ta­gne pos­so­no sa­lir­ci al­tri, ma le tue espe­rien­ze non te le toc­ca nes­su­no. Non le puoi nem­me­no ven­de­re: al mas­si­mo puoi re­ga­lar­le, che è un’al­tra co­sa». Tut­to il re­sto è re­ma­ke.

Sfu­ma­tu­re psi­co­lo­gi­che e in­quie­tu­di­ni so­no ele­men­ti che sta­vol­ta Lu­ca Gua­da­gni­no non si è la­scia­to sfug­gi­re nel­la pro­pria ri­let­tu­ra

In Su­spi­ria di Lu­ca Gua­da­gni­no, re­ma­ke del cult di Da­rio Ar­gen­to del 1977, Da­ko­ta John­son ( fo­to) stu­dia dan­za con Ma­da­me Blanc ( Til­da Swin­ton). In con­cor­so al Fe­sti­val del Ci­ne­ma di Ve­ne­zia, nel­le sa­le Usa il 2 novembre, in Ita­lia pro­ba­bil­men­te a gen­na­io

A fian­co, un’al­tra in­qua­dra­tu­ra di Su­spi­ria, rie­la­bo­ra­zio­ne del pri­mo hor­ror di­ret­to da Da­rio Ar­gen­to, con Jes­si­ca Har­per e Ste­fa­nia Ca­si­ni

Una sce­na del cult di Da­rio Ar­gen­to, ce­le­bre an­che per il ri­go­re del­la fo­to­gra­fia ( di Lu­cia­no To­vo­li) e per le mu­si­che dei Go­blin. La co­lon­na so­no­ra del nuo­vo Su­spi­ria è sta­ta in­ve­ce af­fi­da­ta a Thom Yor­ke, il front­man dei Ra­dio­head

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