Scuo­la, la­scia­ti da­re UN VO­TO

NEL­LE CLASSI SO­NO TORNATE LE PRO­VE INVALSI, I TE­ST CHE SER­VO­NO A VALUTARE STUDENTI E PROFESSORI. MA SO­NO STA­TE ACCOLTE DA SCIOPERI E BOICOTTAGGI. IN­VE­CE UN ECONOMISTA CHE LE CO­NO­SCE BE­NE SPIE­GA QUI PER­CHÉ L’ISTRU­ZIO­NE MIGLIORA SO­LO QUAN­DO SI FA MET­TE­RE SO

Grazia - - 10 NITIZIE - DI An­drea Ga­vo­sto* (Te­sto rac­col­to da Ma­ri­na Spei­ch)

Nel­le scuo­le ita­lia­ne so­no tornate le pro­ve Invalsi. Le ele­men­ta­ri e le su­pe­rio­ri le han­no ap­pe­na con­clu­se e il 15 giu­gno toc­che­rà ai ra­gaz­zi di ter­za me­dia. Co­me ogni an­no, pe­rò, so­no ar­ri­va­te an­che le po­le­mi­che, uno scio­pe­ro de­gli in­se­gnan­ti e il boi­cot­tag­gio da par­te di al­cu­ni al­lie­vi. Le per­ples­si­tà dei do­cen­ti so­no le­ga­te so­prat­tut­to al­la na­tu­ra dei te­st. «Pas­sia­mo ore e ore a svi­lup­pa­re com­pe­ten­ze nei ra­gaz­zi, poi tut­to si ri­du­ce a met­te­re del­le cro­cet­te», di­co­no in mol­ti. Ma è una let­tu­ra par­zia­le de­gli Invalsi. In real­tà non so­no quiz, co­me si pen­sa; non pre­mia­no il no­zio­ni­smo o chi ha me­mo­ria, ma so­no pro­ve “stan­dar­diz­za­te” che mi­su­ra­no gli ap­pren­di­men­ti in un’ot­ti­ca di com­pe­ten­ze. Che co­sa si­gni­fi­ca? Sem­pli­fi­can­do un po’, vuol di­re che ve­ri­fi­ca­no se lo stu­den­te sa ap­pli­ca­re ai pro­ble­mi del­la vi­ta quo­ti­dia­na quel­lo che ha im­pa­ra­to a scuo­la. Nel­la pro­va di ma­te­ma­ti­ca, per esem­pio, non gli si chie­de la so­lu­zio­ne di un teo­re­ma, ma la sua ap­pli­ca­zio­ne, at­tra­ver­so un ra­gio­na­men­to. L’esem­pio clas­si­co? Usa­re quan­to ap­pre­so in clas­se per in­di­vi­dua­re il per­cor­so più ve­lo­ce tra due luo­ghi. In Ita­lia le pro­ve Invalsi so­no due, una di ita­lia­no e una di ma­te­ma­ti­ca, usa­te per mi­su­ra­re la ca­pa­ci­tà di com­pren­de­re un te­sto e ap­pli­ca­re il ra­gio­na­men­to lo­gi­co-ma­te­ma­ti­co. La no­vi­tà è che ver­rà fi­nal­men­te in­tro­dot­ta an­che quel­la sul­la com­pe­ten­za nel­le lin­gue stra­nie­re. Ma in al­tri Pae­si so­no più avan­ti di noi: i te­st con­si­de­ra­no le abi­li­tà scien­ti­fi­che de­gli al­lie­vi, si stan­no per­fe­zio­nan­do pro­ve che và­lu­ti­no la ca­pa­ci­tà de­gli studenti di la­vo­ra­re in grup­po e, in fu­tu­ro, an­che te­st che mi­su­ri­no le lo­ro “ca­pa­ci­tà emo­zio­na­li”, co­me l’au­to­sti­ma o la co­scien­zio­si­tà. I professori ita­lia­ni so­no co­sì so­spet­to­si a cau­sa di una re­si­sten­za cul­tu­ra­le: te­mo­no che que­sti te­st va­lu­ti­no il lo­ro ope­ra­to. È un er­ro­re. Gli Invalsi non mi­ra­no a con­trol­la­re i sin­go­li do­cen­ti, so­no in­ve­ce una bus­so­la per ca­pi­re se una cer­ta scuo­la, ri­spet­to ad al­tre del­lo stes­so in­di­riz­zo, fun­zio­na be­ne o no. In­som­ma, è uno stru­men­to di dia­gno­si, una spe­cie di “ter­mo­me­tro”. Se si sco­pre di ave­re la feb­bre, ci si in­ter­ro­ga sul­le cau­se del sin­to­mo, non ci si ar­rab­bia con il ter­mo­me­tro. Fuo­ri dal­la me­ta­fo­ra, se la me­dia dei ri­sul­ta­ti del­le pro­ve Invalsi non è buo­na, bi­so­gne­reb­be ca­pi­re il per­ché. E do­vreb­be es­se­re nor­ma­le che il pre­si­de di quel­la scuo­la ne ren­des­se con­to al mi­ni­ste­ro o ai ge­ni­to­ri e, suc­ces­si­va­men­te, cer­cas­se di mi­glio­ra­re la si­tua­zio­ne, “gua­ren­do la feb­bre”. In­som­ma, le pro­ve po­treb­be­ro mi­glio­ra­re la scuo­la ita­lia­na e in par­te que­sto sta già ac­ca­den­do. C’è da fi­dar­si dei te­st? Cer­to. A dif­fe­ren­za dei vo­ti de­gli in­se­gnan­ti, che se­guo­no cri­te­ri ine­vi­ta­bil­men­te di­ver­si da do­cen­te a do­cen­te, que­sti te­st per­met­to­no di ave­re un me­tro co­mu­ne per con­fron­ta­re il li­vel­lo rag­giun­to da uno stu­den­te di Ge­no­va con quel­lo di uno di Pa­ler­mo. So­no quin­di og­get­ti­vi. Per ca­pi­re in che mo­do pos­sa­no es­se­re uti­li, ba­sta ve­de­re quel­lo che è suc­ces­so in Ger­ma­nia quan­do so­no stra­ti in­tro­dot­ti i te­st Pi­sa, l’in­da­gi­ne in­ter­na­zio­na­le pro­mos­sa dall’Or­ga­niz­za­zio­ne per la coo­pe­ra­zio­ne e lo svi­lup­po eco­no­mi­co (Oc­se) che ha lo sco­po di valutare il li­vel­lo di istru­zio­ne de­gli ado­le­scen­ti dei prin­ci­pa­li Pae­si in­du­stria­liz­za­ti e che, per al­cu­ni aspet­ti, è si­mi­le agli Invalsi. Nel 2000, quan­do so­no sta­ti in­tro­dot­ti, la Ger­ma­nia era net­ta­men­te in­fe­rio­re al­la me­dia in­ter­na­zio­na­le. È esplo­so un gran­de di­bat­ti­to: tut­ti han­no ini­zia­to a chie­der­si per­ché il lo­ro si­ste­ma d’istru­zio­ne non fun­zio­nas­se. Il con­fron­to, il “ter­mo­me­tro” ser­ve pro­prio a que­sto. Ed il ri­sul­ta­to è sta­to che og­gi la Ger­ma­nia nei te­st Pi­sa è a un li­vel­lo net­ta­men­te su­pe­rio­re a quel­lo di mol­ti al­tri Pae­si.

GLI ALUN­NI SOT­TO ESA­ME Il 15 giu­gno gli alun­ni del­le ter­ze me­die ita­lia­ne so­ster­ran­no le pro­ve Invalsi.

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