“I po­li­ti­ci de­vo­no leg­ge­re al­me­no due li­bri al me­se”

Il Fatto Quotidiano - - DA PRIMA PAGINA - » ALESSIA GROSSI

Il per­do­no è una scel­ta ri­spet­ta­bi­le se l’al­tro lo chie­de a chi sof­fre, ma non può esi­ste­re co­me ra­gion di Sta­to

I po­li­ti­ci do­vreb­be­ro leg­ge­re due li­bri al me­se Ra­joy è il per­fet­to igno­ran­te: uno che guar­da so­lo gior­na­li spor­ti­vi

“E ra uno stra­no marchio dal si­gni­fi­ca­to mi­ste­rio­so. Po­te­va es­se­re la “L” di la­dro, o di li­be­ro. Noi che l’ave­va­mo sul pas­sa­por­to non sa­pe­va­mo co­sa si­gni­fi­cas­se, ma che ci im­pe­di­va di ri­tor­na­re in Ci­le. Era un in­sul­to al­la no­stra di­gni­tà”. Tren­tun an­ni do­po, ti­to­lo dell’omo­ni­mo scrit­to ine­di­to ap­pe­na usci­to in Sto­rie Ri­bel­li (Guan­da), lo scrit­to­re e gior­na­li­sta ci­le­no Luis Sepúlveda rac­con­ta il gior­no nel quale gli ven­ne re­sti­tui­ta la cit­ta­di­nan­za ci­le­na di cui era sta­to pri­va­to dal dit­ta­to­re Pi­no­chet e l’esi­lio: “Ter­ra di nes­su­no. L’ob­bli­go di so­prav­vi­ve­re co­me es­se­re uma­no di se­con­da ca­te­go­ria, sen­za di­rit­ti”. Nell’al­tro ine­di­to par­la di Oscar Rei­nal­do La­gos Ríos, l’ami­co del­la scor­ta mor­to con Al­len­de l’11 set­tem­bre ‘73, mec­ca­ni­co ap­pas­sio­na­to di let­te­ra­tu­ra gra­zie al­la quale ca­pì la ri­vo­lu­zio­ne. Le due co­se so­no le­ga­te?

Sì, leg­ge­re ci apre la men­te, sem­pre, ci ren­de più in­cli­ni a com­pren­de­re il per­ché del­le co­se, le ra­gio­ni del be­ne e del ma­le. Ci for­ni­sce gli stru­men­ti cri­ti­ci per di­re ‘so­no d’ac­cor­do’, o‘non so­no d’ac­cor­do’ con que­sta so­cie­tà. At­tri­bui­sce gran­de va­lo­re al ‘sa­cro uf­fi­cio del­la me­mo­ria’ af­fi­da­ta al­le pa­ro­le. Ma par­la­no an­che la ter­ra e le os­sa. Co­sa di­co­no del Ci­le?

La me­mo­ria è pie­na di ele­men­ti, ma­te­ria­li o im­ma­te­ria­li, che par­la­no. Quan­do ven­go­no ri­tro­va­ti i re­sti di un uo­mo o di una don­na, per mol­to pic­co­li che sia­no, sot­to­po­nen­do­li a un esa­me del Dna, il me­ra­vi­glio­so co­di­ce ge­ne­ti­co che ci ren­de uni­ci e ine­gua­glia­bi­li, gli scien­zia­ti tro­va­no un or­di­ne di ele­men­ti che de­ter­mi­na l’iden­ti­tà. E quan­do que­sta iden­ti­tà vie­ne ri­co­no­sciu­ta dal­la me­mo­ria col­let­ti­va, quei re­sti par­la­no, di­co­no: ‘Io mi chia­mo Juan, Car­los, Ro­ber­to, il gior­no in cui so­no mor­to ave­vo tot an­ni, mi uc­ci­se­ro in que­sto mo­do... chie­do giu­sti­zia’.

Qua­li so­no i ‘truc­chi sti­li­sti­ci’ che la pro­pa­gan­da usa a sca­pi­to del­la ve­ri­tà og­gi? Più che truc­chi sti­li­sti­ci il po­te­re si av­va­le di eu­fe­mi­smi per ma­sche­ra­re la real­tà: il po­te­re non di­ce ‘sa­la­ri da mi­se­ria’, ma ‘sa­la­ri con­te­nu­ti’. Il po­te­re non di­ce ‘pe­ne per i re­spon­sa­bi­li del­le vio­la­zio­ni dei Di­rit­ti uma­ni’, ma ‘non ria­pria­mo vec­chie fe­ri­te’. E la li­sta di esem­pi è qua­si in­fi­ni­ta. Co­me cit­ta­di­no e scrit­to­re di­fen­do la na­tu­ra del­le pa­ro­le, il lo­ro rea­le si­gni­fi­ca­to, per­ché non ven­ga­no na­sco­ste con eu­fe­mi­smi.

Se­con­do lei in Ci­le so­no esi­sti­ti due lin­guag­gi: qua­li? In Ci­le, co­me in qua­si tut­to il mon­do, esi­sto­no due lin­guag­gi. Uno, quel­lo che co­strui­sce il di­scor­so re­to­ri­co con cui si di­ce ai cit­ta­di­ni che va tut­to be­ne, mol­to be­ne, me­glio che mai. L’al­tro, quel­lo dei de­ten­to­ri del po­te­re eco­no­mi­co, che tie­ne na­sco­sta la real­tà al­le gran­di mas­se, e che istrui­sce i go­ver­ni per­ché pro­nun­ci­no, con pa­ro­le di­ver­se, con eu­fe­mi­smi, il di­scor­so che fa co­mo­do ai de­ten­to­ri del po­te­re eco­no­mi­co. Non ser­ve es­se­re un fi­lo­lo­go per ca­pir­lo. Spie­ga che tra le ca­rat­te­ri­sti­che di Al­len­de ci fu quel­la di com­pren­de­re la let­te­ra­tu­ra. Quan­to è im­por­tan­te que­sto per i go­ver­nan­ti?

La let­te­ra­tu­ra è sem­pre sta­ta una fi­ne­stra mul­ti­pla che per­met­te di ve­de­re me­glio la no­stra o al­tre real­tà. Ha il po­te­re del­la sin­te­si che ci con­sen­te di met­te­re in re­la­zio­ne ciò che sia­mo con ciò che leg­gia­mo. I go­ver­nan­ti non de­vo­no es­se­re lau­rea­ti in Let­te­ra­tu­ra, ma al­me­no leg­ge­re un paio di li­bri al me­se. L’esem­pio più tri­ste di un go­ver­nan­te che non leg­ge ed è il per­fet­to igno­ran­te è Ma­ria­no Ra­joy, uno che leg­ge sol­tan­to i gior­na­li spor­ti­vi, nient’al­tro.

Lei ac­cu­sò Fe­li­pe Gon­zá­lez di vo­le­re an­che per il Ci­le una tran­si­zio­ne “s pa g no la” a sca­pi­to del­le vit­ti­me del­la dit­ta­tu­ra. Co­me ve­de la Spa­gna in que­sta fa­se?

La Spa­gna at­tra­ver­sa un mo­men­to po­li­ti­co gra­ve, di man­can­za d’al­ter­na­ti­va all’at­tua­le go­ver­no. Co­me in al­tri Pae­si d’Eu­ro­pa, la si­ni­stra non è sta- ta ca­pa­ce di crea­re una nar­ra­zio­ne del­la so­cie­tà in que­sto mo­men­to sto­ri­co né le so­lu­zio­ni per cam­bia­re ciò che non va. In Spa­gna c’è una ten­den­za ad aspet­ta­re che gli er­ro­ri dell’al­tro lo fac­cia­no ca­de­re per iner­zia. L’at­tua­le go­ver­no è arrivato al po­te­re con una lo­gi­ca stra­na: du­ran­te il go­ver­no Za­pa­te­ro lo slo­gan era ‘ la­scia­mo che la Spa­gna crol­li e si ro­vi­ni, la ri­sol­le­ve­re­mo noi’. Og­gi af­fron­ta una gra­ve si­tua­zio­ne in Ca­ta­lo­gna che può cul­mi­na­re in uno scon­tro che le per­so­ne non vo­glio­no. Da una par­te, l’im­mo­bi­li­tà di un go­ver­no che ve­ste da pa­triot­ti­smo un odio­so cen­tra­li­smo, dall’al­tra, un na- zio­na­li­smo pie­no di er­ro­ri. Gli scrit­to­ri so­no re­spon­sa­bi­li del­la pa­ro­la scrit­ta, di­ce. Le in­di­co al­cu­ne pa­ro­le, mi da­reb­be il si­gni­fi­ca­to che at­tri­bui­sce lo­ro? Ran­co­re...

È un sen­ti­men­to tri­ste che de­ri­va dal non com­pren­de­re che co­sa sia suc­ces­so e per­ché.

Per­do­no?

È una scel­ta ri­spet­ta­bi­le che si de­ve adot­ta­re a una con­di­zio­ne: che il re­spon­sa­bi­le di ciò che cau­sa do­lo­re chie­da per­do­no a chi sof­fre. Non può esi­ste­re il per­do­no co­me ra­gion di Sta­to.

Omer­tà?

Il pat­to di si­len­zio tra ma­fio­si che si tra­smi­se an­che ai mi­li­ta­ri su­da­me­ri­ca­ni, e a co­lo­ro che ge­sti­sco­no la fi­nan­za, agli am­mi­ni­stra­to­ri del­la ric­chez­za. E di­sgra­zia­ta­men­te an­che ai re­spon­sa­bi­li po­li­ti­ci.

As­sen­za?

Un sen­ti­men­to do­lo­ro­so che si cu­ra con la me­mo­ria.

Ci­le?

Un Pae­se con bra­ve per­so­ne, pie­ne di spe­ran­za, pu­ni­to dal­la dit­ta­tu­ra, dai po­li­ti­ci cor­rot­ti, dal­le men­zo­gne, dai di­sa­stri na­tu­ra­li, e no­no­stan­te tut­to un Pae­se con una gio­ven­tù co­rag­gio­sa e ot­ti­mi­sta. Suo non­no di­ce­va che “uno è di do­ve si sen­te me­glio”. Uno Ius so­li dell'ani­ma?

Uno è di do­ve so­no i suoi af­fet­ti, e do­ve so­no gli af­fet­ti è do­ve uno sta me­glio.

An­sa

Qua­ran­ta­quat­tro an­ni do­po Al­len­de e Pi­no­chet, ago­sto ‘73. So­pra, lo scrit­to­re. Sot­to, la Mo­ne­da

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