Pen­san­do all’im­mi­gra­to igno­to trat­te­nu­to in Li­bia

Il Fatto Quotidiano - - PIAZZA GRANDE -

CAROFURIO COLOMBO, bloc­ca­ti nel de­ser­to o in Li­bia. E poi? NON SO RISPONDERE e non cre­do che nes­su­no sa­preb­be rispondere. I cam­pi di con­cen­tra­men­to so­no sem­pre peg­gio di una pri­gio­ne per­ché non han­no re­go­le e so­no go­ver­na­ti dall’ar­bi­tra­rie­tà e dall’im­prov­vi­sa­zio­ne, di so­li­to cru­de­le. Una gran­de con­cen­tra­zio­ne di es­se­ri uma­ni sen­za leg­gi e sen­za di­rit­ti di­ven­ta ra­pi­da­men­te un far­del­lo in­sop­por­ta­bi­le per il Pae­se e il ter­ri­to­rio in cui è sta­to im­pian­ta­to il cam­po, e la vo­glia di eli­mi­na­re di­ven­ta gran­dis­si­ma. Tut­to ciò che è fa­ci­le di­ven­ta ir­re­si­sti­bi­le e l’uma­ni­tà che si am­mas­sa in Li­bia (me­glio, nel­le Li­bie) men­tre par­lia­mo, cre­sce in fret­ta.

Il pro­fu­go che ar­ri­va (ar­ri­va­va) in Ita­lia (e che, co­me è già sta­to os­ser­va­to, non era mai clan­de­sti­no, per­ché il suo ar­ri­vo era sem­pre pub­bli­co, fra mi­li­ta­ri, po­li­zia, vo­lon­ta­ri e te­le­ca­me­re). Il pro­fu­go che ar­ri­va in Li­bia, in­ve­ce, non è mai ar­ri­va­to. Ov­ve­ro ar­ri­va in una Li­bia cie­ca, fran­tu­ma­ta, di­vi­sa in tri­bù, go­ver­ni ine­si­sten­ti, go­ver­ni au­to­pro­cla­ma­ti, sog­get­ti a di­ver­se pro­te­zio­ni, che si­gni­fi­ca di­ver­si or­di­ni, mi­li­ta­ri, po­li­ti­ci.

E una man­can­za dif­fu­sa di mo­ra­li­tà, nel sen­so sem­pli­ce e di­ret­to di stu­pra­re, tor­tu­ra­re, uc­ci­de­re. Per esem­pio, gli as­sas­si­ni di Re­ge­ni, che so­no i pa­dri­ni di Haf­tar, fan­no sa­pe­re che gli in­te­res­si ener­ge­ti­ci ita­lia­ni in Egit­to e quel­li dell’Eni in Li­bia non so­no in pe­ri­co­lo. Fan­no an­che sa­pe­re che la mi­glio­re ga­ran­zia so­no rap­por­ti ami­che­vo­li dell’Ita­lia, cioè il no­stro at­teg­gia­men­to di pa­ga­to­re su­bor­di­na­to, co­me nel­le ra­pi­ne e nei ri­cat­ti. Se gli as­sas­si­ni di Re­ge­ni ri­ten­go­no che non gio­vi al­le no­stre re­la­zio­ni sa­pe­re di più del tre­men­do omi­ci­dio di un ita­lia­no di quel li­vel­lo (e a noi sta be­ne) cer­ta­men­te non sa­ran­no del pa­re­re che gio­vi al­le no­stre re­la­zio­ni ren­de­re con­to de­gli im­mi­gra­ti igno­ti, fos­se­ro an­che de­ci­ne di mi­glia­ia.

Haf­tar è ap­pe­na sta­to a Ro­ma (su in­vi­to) e ha cer­to fat­to pre­sen­te il co­sto del­la vi­ta. Enon sa­reb­be sta­to di buon gu­sto in­for­mar­si sul co­me sta, nel­la sua zo­na, l’uma­ni­tà cat­tu­ra­ta che cre­de­va di an­da­re in Eu­ro­pa. Al Ser­raj, il pre­si­den­te di Tri­po­li, ri­co­no­sciu­to dal mon­do e dall’Onu (ma non da Tri­po­li), ha an­co­ra me­no da di­re, per­ché non co­man­da nul­la, non può usci­re dal bun­ker e non ha trup­pe. I “Ser­vi­zi” di al­me­no ot­to Pae­si che gli at­tra­ver­sa­no la re­gio­ne cer­to non ri­fe­ri­sco­no a lui. E lui avrà ap­pal­ta­to a or­ga­niz­za­zio­ni car­ce­ra­rie più af­fi­da­bi­li del­le Ong che si ag­gi­ra­va­no in ma­re col pre­te­sto di sal­va­re. Ma qui non ci sa­rà un po­li­ziot­to ar­ma­to a vi­gi­la­re sul traf­fi­co di es­se­ri uma­ni. Qui gli sca­fi­sti so­no di­ven­ta­ti gli ap­pal­ta­to­ri, co­me ci di­ce un edi­to­ria­le del New York Ti­mes In­ter­na­tio­nal (26 set­tem­bre) dal ti­to­lo “Co­me gli ita­lia­ni si so­no ac­cor­da­ti per li­be­rar­si dei mi­gran­ti”. E spie­ga­no trat­ta­ti­ve e pa­ga­men­ti che, giu­sta­men­te, di­ce l’edi­to­ria­li­sta, si tra­sfor­me­ran­no in ar­mi per gli eser­ci­ti lo­ca­li. La sto­ria, co­me ve­de­te, è un film di 007 con fi­na­le ro­ve­scia­to: non ci so­no più le Ong, non ci so­no più (non si ve­do­no) gli im­mi­gra­ti, né vi­vi né mor­ti, gli sca­fi­sti eser­ci­ta­no la pro­fes­sio­ne di ap­pal­ta­to­ri e te­nu­ta­ri di car­ce­ri. E il ma­re è vuo­to.

Fu­rio Colombo - il Fat­to Quo­ti­dia­no

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