IL VE­RO VA­LO­RE DI UNA CA­SA

Il Gazzetino (Venezia) - - Primopiano - Cri­stia­no Fa­bris

A ve­vo già let­to la scor­sa esta­te sul vo­stro gior­na­le che il pro­fes­sor Zen­na­ro era sta­to sfrat­ta­to dal­la sua abi­ta­zio­ne do­po aver­vi tra­scor­so una vi­ta. Non en­tro nel me­ri­to dei di­rit­ti sul­la pro­prie­tà im­mo­bi­lia­re che pos­so­no aver in­dot­to il giu­di­ce a ta­le sen­ten­za di sfrat­to. Cre­do, pe­rò, che al di là dell'aspet­to uma­no che ri­guar­da tut­ti, ma so­prat­tut­to le per­so­ne an­zia­ne per non di­re in età avan­za­ta, il pro­fes­sor Zen­na­ro me­ri­tas­se, per tut­to ciò che ha da­to nel­la sua vi­ta pro­fes­sio­na­le, non so­lo a Venezia, ma all'ii­ta­lia tut­ta es­sen­do sta­to l'idea­to­re di Te­le­scuo­la, di ve­der fi­ni­re i suoi gior­ni nel­la ca­sa che ave­va con­di­vi­so, per ol­tre 70 an­ni, con la sua com­pa­gna di vi­ta, in cui ave­va al­le­va­to le sue fi­glie, in cui si era cir­con­da­to dei suoi li­bri, da quell'ec­ce­zio­na­le la­ti­ni­sta che era. È sta­to il mio in­se­gnan­te di la­ti­no, co­me quel­lo di mol­ti al­tri ex ra­gaz­zi ve­ne­zia­ni, al­la scuo­la me­dia Vet­tor Pi­sa­ni del Lido. Ci ha tra­smes­so amo­re e pas­sio­ne per quel­la che da neo­fi­ti, con­si­de­ra­va­mo, si la lin­gua dei no­stri pa­dri, ma mor­ta e no­io­sa, sti­mo­lan­do la no­stra cu­rio­si­tà al­la ri­cer­ca, fa­cen­do­ci leg­ge­re e com­men­ta­re il De Bel­lo Gal­li­co ed il De Bel­lo Ci­vi­lis, pro­gram­ma di li­ceo, in la­ti­no clas­si­co e non in quel­lo ec­cle­sia­sti­co in uso nel­le al­tre scuo­le. Ci ha re­ga­la­to ore in­di­men­ti­ca­bi­li, chie­den­do at­ten­zio­ne al pa­ri del suo im­pe­gno, in cui la no­stra di­stra­zio­ne ve­ni­va pu­ni­ta con un fan­ta­sti­co lan­cio di quel por­ta­chia­vi in pel­le che noi alun­ni co­no­sce­va­mo be­ne e che por­tia­mo co­me ri­cor­do di tan­te bel­le ore, nel no­stro cuo­re. Da gran­de, ho avu­to il pia­ce­re è l'ono­re di in­se­gna­re nel­la stes­sa scuo­la me­dia, Vet­tor Pi­sa­ni, do­ve il pro­fes­sor Zen­na­ro era pre­si­de e, ge­nia­le ed in­no­va­ti­vo qual era, ave­va do­ta­to le au­le di te­le­vi­so­ri col­le­ga­ti in cir­cui­to chiu­so con una pic­co­la cen­tra­le di re­gia da cui di­ra­ma­va gior­nal­men­te il no­ti­zia­rio del­la scuo­la, le co­mu­ni­ca­zio­ni, le­zio­ni col­let­ti­ve, do­cu­men­ta­ri, in­ter­pre­ta­zio­ni de­gli al­lie­vi o tra­smis­sio­ni di par­ti­co­la­re in­te­res­se pre­se dal­la re­te pub­bli­ca. Uni­ca scuo­la all'epo­ca do­ta­ta di que­sta fu­tu­ri­sta at­trez­za­tu­ra. Non so­no i 20 nu­me­ri di di­stan­za in cui il pro­fes­sor Gi­no, si è tra­sfe­ri­to, ma­ga­ri in un ap­par­ta­men­to più bel­lo o fun­zio­na­le, che lo avran­no fat­to sof­fri­re. È il non gi­ra­re più per una ca­sa, la sua ca­sa, che non ave­va so­lo la va­len­za di "4 mu­ri", co­me di­cia­mo a Venezia, ma che rap­pre­sen­ta­va il per­cor­so del­la sua vi­ta di uo­mo, sto­ri­co e di­dat­ta, di quel pro­fes­so­re che, a di­stan­za di an­ni, ave­va an­co­ra un sor­ri­so ed una pa­ro­la per i suoi vec­chi alun­ni e che non ha mai go­du­to di un più che me­ri­ta­to ri­co­no­sci­men­to dal­la cit­tà di Venezia. Il suo set­tan­ten­ne af­fe­zio­na­tis­si­mo al­lie­vo

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