Afo­ri­smi

Il Gazzetino (Venezia) - - Lettere & Opinioni -

So­lo in ba­lia di me stes­so mi sen­to rea­liz­za­to. Equi­ta­lia, zi­tel­la eso­sa e gri­fa­gna, con me va a noz­ze. L'uni­ca li­ber­tà che ci è ri­ma­sta è quel­la di pa­ga­re le tas­se. Il de­na­ro non da­rà la fe­li­ci­tà, ma mi fa sen­ti­re me­glio. Chi si fir­ma è per­du­to. Lo so, ma io non re­si­sto. Com'è dif­fi­ci­le far ca­pi­re al­la pro­pria mo­glie che, se aves­se spo­sa­to un al­tro, per en­tram­bi, per lei e per noi, sa­reb­be sta­to me­glio. Di pit­to­re­sco in Ita­lia non c'è che l'il­lu­sio­ne di es­se­re se­ri. La se­rio­si­tà è la fal­sa se­rie­tà che si dà del­le arie. I trom­bo­ni li ri­co­no­sci da co­me par­la­no, da co­me si muo­vo­no, dai ti­to­li che esi­bi­sco­no sui bi­gliet­ti da vi­si­ta. C'è un so­lo mo­do di par­la­re in pub­bli­co: pren­der­lo a brac­cet­to. Di se stes­si si può di­re tut­to. Pur­ché in­te­res­si agli al­tri. Il buon ora­to­re è chi per­de il fi­lo del di­scor­so quan­do sta per di­re una scioc­chez­za. Quan­do Ar­thur Ru­bin­stein, il gran­de pia­ni­sta, suo­na­va in pub­bli­co fis­sa­va, per tut­to il con­cer­to, una so­la spet­ta­tri­ce. Io, quan­do par­lo in pub­bli­co, per po­ter fi­ni­re il di­scor­so, guar­do so­lo mia mo­glie. Quan­do una mo­glie in pub­bli­co ti di­ce: "A ca­sa fa­re­mo i con­ti", sap­pia­te che li sal­de­re­te so­lo voi. Il suc­ces­so mi pia­ce da mo­ri­re. Ma non fi­no al pun­to di mo­ri­re. Mi pia­ce tal­men­te scri­ve­re che, se mi ve­nis­se al­le ma­ni il cram­po del­lo scrit­to­re, scri­ve­rei coi pie­di. Un tem­po il cor­po nu­do di una don­na m'ispi­ra­va sfre­na­ta lus­su­ria. Og­gi, m'ispi­ra una ce­le­stia­le ras­se­gna­zio­ne. Le guer­re ven­go­no sca­te­na­te da un'éli­te di fa­ra­but­ti nell'in­te­res­se di mi­lio­ni o mi­liar­di di cit­ta­di­ni che ne pa­ghe­ran­no

Di pit­to­re­sco in Ita­lia non c’è che l’il­lu­sio­ne di es­se­re se­ri

il prez­zo. Uno sta­ti­sta che ha mi­lio­ni di ca­da­ve­ri sul­la co­scien­za sa­rà sem­pre più sta­ti­sta di chi ne ha cen­ti­na­ia di mi­glia­ia. Chi ne ha uno so­lo è uno spie­ta­to as­sas­si­no. Espor­ta­re la de­mo­cra­zia in cer­ti Pae­si che non la co­no­sco­no e non la vo­glio­no, è co­me ob­bli­ga­re una nin­fo­ma­ne a spo­sa­re un eu­nu­co. La dif­fe­ren­za fra una pro­sti­tu­ta e tan­te si­gno­re per be­ne è che la pro­sti­tu­ta si fa pa­ga­re in con­tan­ti. Il vi­zio è la vir­tù che si è stan­ca­ta di es­se­re ta­le. Ciò che più m'in­tri­ga in una don­na è il vi­zio am­man­ta­to d'ipo­cri­sia. È pe­ri­co­lo­sis­si­mo cor­teg­gia­re una don­na col con­sen­so del ma­ri­to. Non te ne li­be­re­rai più. Le pro­fe­zie si av­ve­ra­no per ca­so. Ma se le az­zec­chi, tut­ti ti pren­de­ran­no sul se­rio. Non ho vo­glia più di nien­te che non ab­bia già avu­to. Vi­ve­re di ri­cor­di è co­me vi­ve­re, og­gi, sul­le pa­la­fit­te in­ve­ce che abi­ta­re all'ul­ti­mo pia­no dell'em­pi­re Sta­te Buil­ding. Chi par­la o scri­ve be­ne di me, pri­ma o poi se ne pen­ti­rà. Non ba­sta na­sce­re vec­chi per fa­re car­rie­ra sen­za sgob­ba­re. Il pro­gres­so è frut­to dell'in­tel­li­gen­za; la ci­vil­tà, del­la co­scien­za. L'istin­to ti av­vi­ci­na a Dio più del­la ra­gio­ne. Com'è dif­fi­ci­le di­mo­stra­re agli al­tri di es­se­re mi­glio­ri di quel­lo che sia­mo. Se mor­to, il mio cor­po re­stas­se in­tat­to, mi sen­ti­rei un po' me­no mor­to. Mai mo­ri­re pri­ma di es­ser­si ac­cer­ta­ti che i mez­zi d'in­for­ma­zio­ne da­ran­no al tuo tra­pas­so il giu­sto ri­lie­vo. Mo­ri­re col sor­ri­so sul­le lab­bra è un mo­do di pre­gu­sta­re l'al­di­là.

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