ITA­LIA A RI­LEN­TO DE­BO­LI CON­SU­MI E PRO­DUT­TI­VI­TÀ

Il Gazzetino (Venezia) - - Da Prima Pagina - DI RO­MA­NO PRO­DI

Nei tem­pi pas­sa­ti co­no­sce­va­mo trop­po po­co del­le no­stre eco­no­mie. Og­gi, for­se, ab­bia­mo l'il­lu­sio­ne di sa­per­ne an­che trop­po per­ché sia­mo quo­ti­dia­na­men­te in­va­si da pre­vi­sio­ni e da­ti. Il pro­ble­ma è met­ter­li in or­di­ne e ca­pi­re che co­sa pos­so­no in­se­gnar­ci sul fu­tu­ro. Per chia­rir­ci un po' le idee par­tia­mo dal fat­to che, men­tre la cre­sci­ta mon­dia­le ha qua­si rag­giun­to i rit­mi pre­ce­den­ti la gran­de cri­si, i pae­si svi­lup­pa­ti cam­mi­na­no ada­gio, men­tre i pae­si emer­gen­ti van­no me­glio, ma con un pe­so e una ve­lo­ci­tà non suf­fi­cien­ti a tra­sci­na­re tut­ta l'eco­no­mia mon­dia­le. In se­con­do luo­go, tra i pae­si ad ele­va­to red­di­to, per­ma­ne una no­te­vo­le dif­fe­ren­za fra il re­la­ti­vo vi­go­re dell'eco­no­mia ame­ri­ca­na e la per­ma­nen­te stan­chez­za di quel­la eu­ro­pea e giap­po­ne­se.

Sia­mo inol­tre di fron­te a un so­stan­zia­le de­cli­no del­la cre­sci­ta del com­mer­cio in­ter­na­zio­na­le, che non è più una for­za trai­nan­te e tro­va ogni gior­no mag­gio­ri dif­fi­col­tà. Que­sta nuo­va ten­den­za si ma­ni­fe­sta non so­lo nel­le or­mai in­sor­mon­ta­bi­li dif­fi­col­tà che si frap­pon­go­no all'ap­pro­va­zio­ne dei gran­di trat­ta­ti com­mer­cia­li, ma an­che nel­le po­li­ti­che con­cre­te dei va­ri go­ver­ni. Co­me ri­le­va l'ul­ti­mo rap­por­to di Pro­me­teia, le mi­su­re re­strit­ti­ve en­tra­te in vi­go­re nell'ul­ti­mo an­no so­no tre vol­te su­pe­rio­ri ri­spet­to al­le mi­su­re che ten­do­no a fa­ci­li­ta­re il com­mer­cio.

Un'al­tra co­stan­te è che, tra i pae­si ad al­to li­vel­lo di red­di­to, l'eco­no­mia ame­ri­ca­na, pur aven­do su­bi­to un tem­po­ra­neo ral­len­ta­men­to, con­ti­nua ad ave­re pro­spet­ti­ve più ro­bu­ste di quel­la eu­ro­pea.

In­fi­ne, in que­sto con­te­sto di de­bo­lez­za eu­ro­pea, l'ita­lia mar­cia a ve­lo­ci­tà ri­dot­ta. Nel­la ste­ri­le bat­ta­glia del­le ci­fre si re­vi­sio­na­no ver­so l'al­to i con­sun­ti­vi del Pil 2014 e ver­so il bas­so quel­li del 2015, ma i da­ti del se­con­do tri­me­stre dell'an­no in cor­so ci di­co­no che sia­mo di fron­te ad un ul­te­rio­re ral­len­ta­men­to eu­ro­peo e che l'ita­lia si tro­va an­co­ra nel plo­to­ne di co­da.

Te­nen­do con­to del­le evo­lu­zio­ni più re­cen­ti sem­bra or­mai cer­to che, nel con­sun­ti­vo dell'an­no in cor­so, non si rag­giun­ge­rà nem­me­no l'uno per cen­to di cre­sci­ta.

Una pri­ma spie­ga­zio­ne va ri­cer­ca­ta nel­la mi­no­re spin­ta dell'ex­port. Ab­bia­mo per­so mol­to ter­re­no ri­spet­to ai no­stri mag­gio­ri con­cor­ren­ti nei set­to­ri tra­di­zio­na­li ma ab­bia­mo di­mi­nui­to la no­stra quo­ta an­che nel no­stro set­to­re più for­te, quel­lo mec­ca­ni­co.

Non è tut­ta­via il com­mer­cio este­ro il no­stro pun­to più de­bo­le: la man­ca­ta cre­sci­ta tro­va so­prat­tut­to la sua spie­ga­zio­ne nel­la de­bo­lez­za dei con­su­mi e de­gli in­ve­sti­men­ti in­ter­ni. I con­su­mi, fat­ta ec­ce­zio­ne per una pic­co­la fa­scia al­ta, so­no sta­ti­ci o in di­mi­nu­zio­ne. Gli in­ve­sti­men­ti, che pri­ma del­la cri­si oscil­la­va­no in­tor­no al 22% del Pil, so­no ora al di sot­to del 17%.

I con­su­mi sof­fro­no non so­lo per il bas­so po­te­re d'ac­qui­sto del­le fa­mi­glie do­vu­to al­la sta­gna­zio­ne dei sa­la­ri ma an­che per l'in­cer­tez­za sul fu­tu­ro.

Gli in­ve­sti­men­ti lan­guo­no per ef­fet­to del mi­no­re di­na­mi­smo del ci­clo dell'au­to­mo­bi­le, per la de­bo­lez­za del­le pic­co­le im­pre­se di fron­te a quel­le di mag­gio­re di­men­sio­ne e, so­prat­tut­to, per­ché nel mon­do i nuo­vi in­ve­sti­men­ti si di­ri­go­no sem­pre più ver­so i ser­vi­zi, do­ve l'ita­lia è par­ti­co­lar­men­te de­bo­le.

In que­sto qua­dro non pro­prio fe­li­ce un ele­men­to con­for­tan­te è l'an­da­men­to dell'oc­cu­pa­zio­ne. Og­gi es­sa cre­sce più del Pil, men­tre in pas­sa­to era l'op­po­sto. Que­sta ano­ma­lia è do­vu­ta sia al fat­to che l'espul­sio­ne di ma­no d'opera av­ve­nu­ta du­ran­te la cri­si è sta­ta tal­men­te for­te che an­che la mo­de­stis­si­ma cre­sci­ta di og­gi ri­chie­de un au­men­to di oc­cu­pa­zio­ne, sia al­le scel­te del­la po­li­ti­ca go­ver­na­ti­va che ha in­tro­dot­to la de­con­tri­bu­zio­ne e il Jobs Act.

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