DA AMI­CI­ZIA A ZIO

Il Gazzetino (Venezia) - - Borsa & Mercati - LEADERSHIP. MA­NO­VRE.

AMI­CI­ZIA. Una del­le ri­vo­lu­zio­ni ber­lu­sco­nia­ne, ri­spet­to all’ita­lia clas­si­ca do­ve gli af­fet­ti non si esi­bi­va­no sul­la sce­na pub­bli­ca, è sta­ta quel­la dell’ami­ci­zia con­ti­nua­men­te ri­ven­di­ca­ta. Quel­la con Gian­ni Let­ta, quel­la con Fe­de­le Con­fa­lo­nie­ri che pro­prio in que­ste ora rac­con­ta: «In­sie­me ab­bia­mo per­cor­so una me­ra­vi­glio­sa cor­sa di 43 an­ni di so­da­li­zio. Ma io sono sem­pre re­sta­to sul se­di­le di die­tro». Ma in po­li­ti­ca, pa­ro­la di Sil­vio: «Non ho nes­su­no che pos­so chia­ma­re ami­co». Gli ami­ci sono ri­ma­sti quel­li di pri­ma.

BAR­RIE­RE. Al­cu­ne le ha fran­tu­ma­te, unen­do spic­chi del cen­tro e del­la de­stra ita­lia­na: i po­st-fa­sci­sti, cer­ta de­mo­cri­stia­ne­ria, la co­sid­det­ta mag­gio­ran­za si­len­zio­sa, i ben­pen­san­ti e i con­ser­va­to­ri, i li­be­ra­li e gli anti-co­mu­ni­sti. Al­tre bar­rie­re le ha al­za­te: quel­la tra i mo­de­ra­ti e la si­ni­stra. Ve­di vo­ce se­guen­te.

CUL­TU­RA. Uno dei pi­la­stri cul­tu­ra­li di Sil­vio sta in que­sto con­si­glio che un gho­st wri­ter die­de a Ri­chard Ni­xon: «Se spac­chia­mo il Pae­se a me­tà, pos­sia­mo pren­der­ci la me­tà più gros­sa».

DELFINI. La ri­cer­ca è co­min­cia­ta quan­do ave­va 70 an­ni. Il ri­sul­ta­to lo sin­te­tiz­za lui stes­so: «C’è sem­pre più bi­so­gno di Sil­vio».

ECU­ME­NI­SMO. Non stu­pi­sca que­sta pa­ro­la re­vi­sio­ni­sta. Non è ve­ro che Ber­lu­sco­ni sia un de­ci­sio­ni­sta. Non è ve­ro che im­pon­ga la sua vo­lon­tà. Non è ve­ro che sia un au­to­cra­te o un au­to­ri­ta­rio. Sem­mai, l’op­po­sto - per­fi­no trop­po: «Io sono buo­no e fac­cio squa­dra, Ren­zi è cat­ti­vo ed è un so­li­sta» - e a par­te che nei suoi in­te­res­si azien­da­li non è sta­to ca­pa­ce, o non ha vo­lu­to, im­por­si dav­ve­ro.

FOR­TU­NA. Bi­so­gna sa­per­la con­qui­sta­re, aven­do «il so­le in ta­sca». Il suo ha bril­la­to, tra al­ti e bas­si, per 80 an­ni.

GIO­CA­RE. Sil­vio «ho­mo lu­dens» e «puer ae­ter­nus»: «Chi non sor­ri­de fa ma­le a se stes­so e agli al­tri». L’ita­lia ha cer­ca­to di far­si con­ta­mi­na­re da que­sto spi­ri­to che pri­ma ha tra­vol­to il mon­do del­la tiv­vù - la Rai di col­po di­ven­tò bar­bo­sa e fu co­stret­ta a mo­der­niz­zar­si - e poi l’in­te­ra sfe­ra pub­bli­ca.

IN­NO­VA­ZIO­NE. «Io ri­ce­vo 200 let­te­re al gior­no e sono del­le mas­sa­ie, fe­li­ci per­ché ho re­ga­la­to lo­ro la li­ber­tà con le mie te­le­vi­sio­ni che guar­da­no al mat­ti­no men­tre fan­no i me­stie­ri di ca­sa. Se pen­sas­si di en­tra­re in po­li­ti­ca, io non fa­rei il bor­go­ma­stro di Mi­la­no, ma fon­de­rei un par­ti­to rea­ga­nia­no, pun­te­rei pro­prio su quel mon­do, pren­de­rei la mag­gio­ran­za dei vo­ti e go­ver­ne­rei il Pae­se».

Ov­via­men­te ca­ri­sma­ti­ca. Quel­le dei giu­di­ci, dei co­mu­ni­sti, del «vec­chio esta­blish­ment», dell’europa ma­tri­gna, dei po­te­ri in­ter­na­zio­na­li che avreb­be­ro tra­ma­to per far­lo ca­de­re del 2011. Il dark si­de del su­per-io è la sin­dro­me del com­plot­to.

NA­ZIO­NAL-PO­PO­LA­RE. Fin da bam­bi­no si è sen­ti­to co­sì: «Gio­ca­vo con tut­ti. Con i fi­gli dei be­ne­stan­ti e con i fi­gli dei po­ve­ri». Da im­pren­di­to­re ha in­si­sti­to sul­la stra­da del pop e an­che suc­ces­si­va­men­te: a qua­le sta­ti­sta sa­reb­be mai ve­nu­to in men­te di re­car­si a una fe­sta di ra­gaz­zi nel­lo spro­fon­do del­lo squal­lo­re napoletano di Ca­so­ria, con tut­ti i guai pub­bli­ci e pri­va­ti che sono de­ri­va­ti? Ma la paz­za idea, pro­fon­da­men­te pop, di crea­re un «par­ti­to li­be­ra­le di mas­sa» (co­py­right Gian­ni Ba­get Boz­zo) po­te­va ve­ni­re in men­te so­lo a lui.

OC­CHET­TO. Nel fac­cia a fac­cia elet­to­ra­le

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