L’un­ghe­ria va al vo­to sui mi­gran­ti

Si de­ci­de sul­le re­di­stri­bu­zio­ne dei pro­fu­ghi, vo­to scon­ta­to, ma è in for­se il rag­giun­gi­men­to del quo­rum

Il Gazzetino (Venezia) - - Esteri - Fla­mi­nia Bus­sot­ti

Il re­fe­ren­dum di og­gi sul si o no in Un­ghe­ria al­le quo­te ob­bli­ga­to­rie di pro­fu­ghi in Eu­ro­pa è na­to da un cal­co­lo tat­ti­co ad uso me­ra­men­te in­ter­no del pre­mier Vik­tor Or­ban e, mol­to pro­ba­bil­men­te, non avrà al­cun ef­fet­to giu­ri­di­co per l’ue. Ma la sua va­len­za sim­bo­li­ca, con il ven­to po­pu­li­sta che sof­fia da tut­te le par­ti e le ele­zio­ni al­le por­te in di­ver­si pae­si, è mas­sic­cia e de­sta­bi­liz­zan­te.

L’un­ghe­ria è fra i fal­chi più ag­guer­ri­ti con­tro la po­li­ti­ca di mi­gra­zio­ne eu­ro­pea nel grup­po di Vi­se­grad che riu­ni­sce quat­tro pae­si esteu­ro­pei (con Po­lo­nia, Re­pub­bli­ca ce­ca e Slo­vac­chia). Sa­pen­do che sul no ai pro­fu­ghi c’è con­sen­so, Or­ban ca­val­ca il te­ma per raf­for­za­re il suo po­te­re in­ter­no e con­tra­sta­re a de­stra gli ul­tra­na­zio­na­li­sti di Job­bik che rap­pre­sen­ta­no una mi­nac­cia per il suo par­ti­to con­ser­va­to­re Fi­desz. Di­ve­nu­to per le sue spa­ra­te au­to­ri­ta­rie una spe­cie di Kim Jong-un eu­ro­peo, Or­ban (53) è un ve­te­ra­no del po­te­re: è sta­to pre­mier nel 1998-2002 e di nuo­vo dal 2010 quan­do con­qui­stò con Fi­desz (Al­lean­za dei gio­va­ni de­mo­cra­ti­ci) una mag­gio­ran­za ine­spu­gna­bi­le per di due ter­zi in Par­la­men­to. In pas­sa­to ha avu­to tra­scor­si di dis­si­den­te del re­gi­me, e di mi­li­tan­za fra i so­cia­li­sti: a 26 an­ni di­ven­ne di col­po fa­mo­so per ave­re chie­sto in un di­scor­so su Im­re Na­gy, eroe del­la ri­vol­ta del ’56, te­nu­to a giu­gno 1989, pri­ma del­la fi­ne del­la cor­ti­na di fer­ro, il ri­ti­ro del­le trup­pe so­vie­ti­che. Og­gi, per il suo pu­gno di fer­ro sui mi­gran­ti e in po­li­ti­ca in­ter­na, Or­ban è spes­so ac­cu­sa­to di vio­la­zio­ni dei di­rit­ti uma­ni. Il suo par­ti­to è nel grup­po dei po­po­la­ri (Ppe) al Par­la­men­to eu­ro­peo.

Al re­fe­ren­dum i cir­ca ot­to mi­lio­ni di aven­ti di­rit­to do­vran­no ri­spon­de­re a una so­la, sem­pli­ce do­man­da: «Vo­le­te che l’ue im­pon­ga an­che sen­za l’aval­lo del Par­la­men­to (un­ghe­re­se) l’in­se­dia­men­to di cit­ta­di­ni non un­ghe­re­si in Un­ghe­ria?». La ri­spo­sta è scon­ta­ta: si sti­ma che fi­no al 90% de­gli un­ghe­re­si di­ran­no no. Il so­lo dub­bio è se sa­rà rag­giun­to il quo­rum del 50%. Fi­desz e Job­bik han­no fat­to cam­pa­gna per il no, l’op­po­si­zio­ne di si­ni­stra, che pe­rò è estre­ma­men­te mal­con­cia, ha in­vi­ta­to ad aste­ner­si. In ogni ca­so, se­con­do i com­men­ta­to­ri, per Or­ban sa­rà un suc­ces­so po­li­ti­co. An­che se non ve­nis­se rag­giun­to il quo­rum, la stra­gran­de mag­gio­ran­za dei vo­tan­ti vo­te­rà per il no, ov­ve­ro fi­no al 45% dell’elet­to­ra­to com­ples­si­vo. Da­to che Fi­desz è ades­so at­tor­no al 33%, per Or­ban si­gni­fi­che­reb­be co­mun­que la con­qui­sta di un’al­tra bel­la fet­ta di elet­to­ri, scip­pa­ti agli al­tri par­ti­ti.

La car­ta dei pro­fu­ghi è sta­ta per lui una man­na. È co­min­cia­to tut­to a ini­zio 2015 con l’ar­ri­vo in mas­sa di ko­so­va­ri, che in real­tà non vo­le­va­no re­sta­re in Un­ghe­ria ma ti­ra­re drit­to in Ger­ma­nia. È par­ti­ta co­sì la cam­pa­gna an­ti-stra­nie­ri che ru­ba­no il la­vo­ro agli un­ghe­re­si. Poi, quan­do Ber­li­no ha co­min­cia­to a ri­spe­di­re in­die­tro i ko­so­va­ri, gli ar­ri­vi si so­no fer­ma­ti e la cam­pa­gna xe­no­fo­ba è pro­se­gui­ta sfio­ran­do il ri­di­co­lo. Do­po pe­rò è co­min­cia­to il flus­so dai Bal­ca­ni (Af­gha­ni­stan, Si­ria, Iraq): a giu­gno Or­ban ha co­min­cia­to a co­strui­re la bar­rie­ra lun­go il con­fi­ne con la Ser­bia e ad ago­sto è scop­pia­ta la ve­ra emer­gen­za con le im­ma­gi­ni ter­ri­fi­can­ti di pro­fu­ghi am­mas­sa­ti al­la sta­zio­ne di Ke­le­ti a Bu­da­pe­st e poi la de­ci­sio­ne del­la Mer­kel di apri­re le fron­tie­re te­de­sche.

IL PRE­MIER

Per Or­ban pre­vi­sto un suc­ces­so po­li­ti­co

PRTIMO MI­NI­STRO Vik­tor Or­ban

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