Stac­chio: «Ho uc­ci­so e lo ri­fa­rei Ma non fu un at­to di co­rag­gio»

Un po­li­ziot­to rac­co­glie in un li­bro emo­zio­ni, dub­bi, ri­cor­di di Gra­zia­no Stac­chio

Il Gazzetino (Venezia) - - Da Prima Pagina - Giu­sep­pe Pie­tro­bel­li

«Mi so­no chie­sto mi­glia­ia di vol­te se lo ri­fa­rei, la ri­spo­sta è sem­pre sta­ta: sì». In un li­bro scrit­to Pao­lo Ci­tran, un po­li­ziot­to di Ve­ne­zia, Gra­zia­no Stac­chio, il ben­zi­na­io che uc­ci­se un ban­di­to nell’as­sal­to a una gio­iel­le­ria rac­con­ta que­gli at­ti­mi tre­men­do, tra emo­zio­ni, dub­bi, ri­cor­di.

“Non ve­do co­rag­gio nel mio ge­sto. Mi sen­to tur­ba­to, con­fu­so, non spa­ven­ta­to. Mi so­no chie­sto mi­glia­ia di vol­te se lo ri­fa­rei an­co­ra, an­zi, per me­glio di­re, se in­ter­ver­rei an­co­ra e la ri­spo­sta è sta­ta sem­pre la stes­sa, sì. An­che se mai avrei pen­sa­to di do­ver ri­vol­ge­re un'ar­ma con­tro qual­cu­no, il so­lo pen­sie­ro mi fa­ce­va rab­bri­vi­di­re. Co­me avrei po­tu­to ri­ma­ne­re im­mo­bi­le, in­dif­fe­ren­te, o gi­rar­mi dall'al­tra par­te, sen­za pen­sa­re a quel­la po­ve­ra ra­gaz­za so­la all'in­ter­no del ne­go­zio?”. Lo han­no chia­ma­to eroe, lo han­no ad­di­ta­to co­me mo­del­lo di per­so­na che in­ter­vie­ne in quel­la ter­ra di nes­su­no del­la vio­len­za do­ve lo Sta­to non rie­sce ad es­se­re pre­sen­te, non tu­te­la i suoi cit­ta­di­ni. Gra­zia­no Stac­chio è un uo­mo co­mu­ne, una sto­ria sem­pli­ce, una vi­ta qua­si ba­na­le, ma im­pron­ta­ta ai va­lo­ri del­la ter­ra ve­ne­ta, il la­vo­ro, la fa­mi­glia, la se­rie­tà dell'im­pe­gno. Ep­pu­re in quel po­me­rig­gio del 3 feb­bra­io 2015 non ha esi­ta­to a pren­de­re il fu­ci­le e a spa­ra­re, pri­ma per in­ti­mo­rir­li, poi per di­fen­der­si, con­tro i ban­di­ti che a Pon­te di Nan­to, nel Vi­cen­ti­no, sta­va­no dan­do l'as­sal­to in per­fet­to sti­le mi­li­ta­re a una gio­iel­le­ria con all'in­ter­no una com­mes­sa. Uno di lo­ro fu col­pi­to a mor­te. Il ben­zi­na­io non ha mai rin­ne­ga­to quel ge­sto che gli ha cam­bia­to la vi­ta. In­da­ga­to per ec­ces­so col­po­so di le­git­ti­ma di­fe­sa, do­po se­di­ci me­si ha ac­col­to co­me una li­be­ra­zio­ne l'ar­chi­via­zio­ne.

“Per chi vi­ve in at­te­sa di una sen­ten­za, i gior­ni di­ven­ta­no me­si e que­st'ul­ti­mi an­ni, e que­sto tem­po è una sor­ta di non vi­ta, per­di­ta di se­re­ni­tà che con­di­zio­na, che lo­go­ra”. L'os­ser­va­zio­ne è di Pao­lo Ci­tran, un po­li­ziot­to che ha rac­col­to nel li­bro “L'in­fer­no di Pon­te di Nan­to” (Maz­zan­ti Li­bri) le sto­rie pa­ral­le­le di Stac­chio e del gio­iel­lie­re Ro­ber­ti­no Zan­can, ti­to­la­re del ne­go­zio di­ven­ta­to l'obiet­ti­vo del­la ra­pi­na fi­ni­ta nel san­gue. Quel gior­no ha cam­bia­to la vi­ta ad en­tram­bi. Han­no co­no­sciu­to la pau­ra, so­no fi­ni­ti sot­to i ri­flet­to­ri, so­no di­ven­ta­ti pro­ta­go­ni­sti di un ca­so che ha scos­so le co­scien­ze, il sen­ti­re del­la gen­te, per­chè ha re­gi­stra­to – at­tra­ver­so di lo­ro – una rea­zio­ne in­di­vi­dua­le al­la vio­len­za di­la­gan­te.

Lau­rea­to in Scien­ze Po­li­ti­che, ispet­to­re ca­po a Ve­ne­zia, Ci­tran ha par­la­to a lun­go con Stac­chio e Zan­can, ne ha rac­col­to i dub­bi e le emo­zio­ni, e ci con­se­gna del­la spa­ra­to­ria di Nan­to una ri­co­stru­zio­ne non sol­tan­to uma­na, ma in­se­ri­ta nel di­bat­ti­to sui li­mi­ti del­la le­git­ti­ma di­fe­sa.

“Il ban­di­to ini­zia ad avan­za­re ver­so di me, lo fa in ma­nie­ra pla­tea­le, sprez­zan­te del pe­ri­co­lo. Ini­zia a spa­ra­re. E' ar­ri­va­to a 15 me­tri. Spa­ro un col­po in di­re­zio­ne dell'au­to. Avan­za an­co­ra, mi sen­to co­me un ani­ma­le brac­ca­to, tra po­co lo avrò ad­dos­so. Esplo­do un al­tro col­po, for­se più per pau­ra che per con­vin­zio­ne di spa­ra­re... lo ve­do in­die­treg­gia­re...”. Si al­lon­ta­na, ma non è fi­ni­ta. I ban­di­ti in fu­ga cer­ca­no di uc­ci­de­re il ben­zi­na­io. “Sen­to il rom­bo del lo­ro mo­to­re: sem­bra il rug­gi­to di una bel­va. Si fer­ma­no, so­no pro­prio da­van­ti a me, con l'au­to di tra­ver­so a non più di die­ci me­tri. Un bri­vi­do mi per­cor­re tut­to il cor­po, so­no com­ple­ta­men­te al­lo sco­per­to. Tra me e lo­ro non c'è nul­la, lo spa­zio è com­ple­ta­men­te aper­to, ades­so in­tui­sco le lo­ro in­ten­zio­ni: so­no di­ven­ta­to il ber­sa­glio per sfo­ga­re la lo­ro rab­bia, la lo­ro ven­det­ta per aver man­da­to in fran­tu­mi il lo­ro pia­no. Mi ran­nic­chio su me stes­so, te­nen­do pun­ta­to il fu­ci­le ver­so la ter­ri­bi­le mi­nac­cia. Dall'au­to ve­do al­tri ba­glio­ri, mi han­no spa­ra­to at­tra­ver­so i fi­ne­stri­ni, a mia vol­ta ri­spon­do al fuo­co col­pen­do il mez­zo. So­no at­ti­mi in­fi­ni­ti”.

Fu le­git­ti­ma di­fe­sa, ha ac­cer­ta­to la Pro­cu­ra. Ma il te­ma è la gran­de ere­di­tà di que­sta sto­ria dram­ma­ti­ca. Nel­la pre­fa­zio­ne al li­bro, Car­lo Nor­dio, pro­cu­ra­to­re ag­giun­to di Ve­ne­zia, so­stie­ne la ne­ces­si­tà di una ra­di­ca­le ri­for­ma le­gi­sla­ti­va. La nor­ma at­tua­le, de­ri­va­ta dal co­di­ce Roc­co,è frut­to di un di­rit­to che as­se­gna al­lo Sta­to il mo­no­po­lio del­la tu­te­la dell'in­co­lu­mi­tà, vie­tan­do l'au­to­tu­te­la del cit­ta­di­no. E' per que­sto che chi uc­ci­de per di­fen­der­si vie­ne ine­vi­ta­bil­men­te in­da­ga­to: “L'at­tua­le di­sci­pli­na pro­ces­sua­le è so­stan­zial­men­te pu­ni­ti­va nei con­fron­ti dell'ag­gre­di­to” scri­ve Nor­dio che in­vo­ca una re­vi­sio­ne co­sti­tu­zio­na­le nel sol­co di una “im­po­sta­zio­ne li­be­ra­le che met­ta in pri­mo pia­no l'in­di­vi­duo, non lo Sta­to”. E spie­ga: “Nel mo­men­to in cui si ri­co­no­sces­se che l'ag­gre­di­to ha eser­ci­ta­to un di­rit­to na­tu­ra­le (la di­fe­so dell'in­co­lu­mi­tà o del do­mi­ci­lio) che lo Sta­to non è riu­sci­to a tu­te­la­re, il suo com­por­ta­men­to non sa­reb­be più 'scu­sa­to' o 'scri­mi­na­to' o 'non pu­ni­bi­le', ma di­ven­te­reb­be pie­na­men­te le­ci­to e non ri­con­du­ci­bi­le al­la fat­ti­spe­cie astrat­ta del rea­to sot­to­stan­te. Esat­ta­men­te co­me l'in­vi­ta­to in ca­sa al­trui non è 'scri­mi­na­to' dal rea­to di vio­la­zio­ne di do­mi­ci­lio”

PON­TE DI NAN­TO La gio­iel­le­ria Zan­can e Gra­zia­no Stac­chio

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