"Fa­bro" di mon­ta­gna Vi­dot­to, la ri­ve­la­zio­ne

Il Gazzetino (Venezia) - - Cultura & Spettacoli - Lo­re­da­na Pra Bal­di

E’ na­to a Tre­vi­so, ha abi­ta­to a Co­ne­glia­no, è di­ven­ta­to ma­na­ger d’azien­da, poi ha det­to no al­la car­rie­ra e si è ritirato sul­le Do­lo­mi­ti, a Tai di Cadore, per vi­ve­re in una di­men­sio­ne più uma­na e per scri­ve­re, la sua gran­de pas­sio­ne. Ora Fran­ce­sco Vi­dot­to, qua­ran­ten­ne, si sta im­po­nen­do co­me uno dei nuo­vi scrittori più ap­prez­za­ti del Nor­de­st. Ha avu­to la sti­ma, pri­mo fra tut­ti, di Mau­ro Co­ro­na, che si è un po’ ri­vi­sto in lui. Ora, do­po i pri­mi ap­prez­za­ti ro­man­zi per al­tri edi­to­ri, pub­bli­ca con Mon­da­do­ri e la sua ul­ti­ma ope­ra, "Fa­bro", tro­neg­gi nel­le li­bre­rie ac­can­to ai bestsel­ler.

Vi­dot­to ave­va de­but­ta­to nel 2011 con “Siro” (edi­zio­ni Mi­ner­va), che vin­to il pre­mio let­te­ra­rio “eleg­ge­re Li­be­ri" di Tio­ne, il “Ci­vi­li­tas” di Co­ne­glia­no e il “Cor­ti­na d’ampezzo per la let­te­ra­tu­ra di mon­ta­gna”. Sem­pre con Mi­ner­va, nel 2012, ha pub­bli­ca­to “Zoe” e due an­ni do­po “Ocea­no” che ha vin­to il pre­mio “Tor­re Pe­tro­sa” di Sa­ler­no e il “La­ti­sa­na per la let­te­ra­tu­ra del nor­de­st“.

Vi­dot­to ca­rat­te­riz­za i pro­ta­go­ni­sti del­le sue ope­re con un’ar­te: in “Fa­bro” il per­so­nag­gio prin­ci­pa­le è un uo­mo di mon­ta­gna, ar­ti­gia­no del fer­ro e mu­si­ci­sta. Suo­nan­do l’or­ga­no rie­sce a crea­re, ispi­ra­to dal­la bel­lez­za del­le mon­ta­gne, me­lo­die ce­le­stia­li, in gra­do di far an­che ‘ri­vi­ve­re’ la fi­glia che ave­va per­so l’uso del­la pa­ro­la per il sen­so di col­pa do­po la mor­te del­la so­rel­la. La­vo­ran­do, Fa­bro, per­de tre di­ta e la ca­pa­ci­tà di suo­na­re. Ma l’in­con­tro con un vio­li­ni­sta cambierà una vi­ta che sem­bra­va an­ch’es­sa de­sti­na­ta al si­len­zio.

«Mi pia­ce scri­ve­re per im­ma­gi­ni - spie­ga Vi­dot­to - quan­do scri­vo mi do­cu­men­to mol­to sul­le ca­rat­te­ri­sti­che che de­ve ave­re il per­so­nag­gio e su tut­to quel­lo che lo ri­guar­da. Poi tap­pez­zo la stan­za di fo­to, che mi aiu­ta­no a ri­crea­re quel­la ma­gia le­ga­ta ai luo­ghi e ai co­lo­ri che cer­co di ri­por­ta­re nel­le pa­ro­le».

«Pen­so che il bel­lo del­la scrit­tu­ra sia rap­pre­sen­ta­to dal­le pa­ro­le che non si scri­vo­no: so­no quel­le che dan­no al let­to­re il mo­do di en­tra­re nel­la sto­ria con la pro­pria fan­ta­sia e le pro­prie espe­rien­ze di vi­ta, quin­di di far­la pro­pria», spie­ga an­co­ra l’au­to­re. Li­bri in­ten­si, due dei qua­li so­no nel­le ma­ni di no­ti re­gi­sti: chis­sà che non si pos­sa ve­der­li pre­sto an­che al ci­ne­ma.

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