Emi­gran­ti ve­ne­ti: non un dram­ma ma un’op­por­tu­ni­tà

Il Gazzetino (Venezia) - - Borsa Mercati - DI MAS­SI­MO ZA­NON

Ve­ne­to se­con­da re­gio­ne per emi­gra­zio­ne? Non ne fa­rei un dram­ma: il pa­ral­le­lo con chi par­ti­va con la va­li­gia di car­to­ne è ana­cro­ni­sti­co. L’emi­gra­zio­ne non è sem­pre e so­lo un fat­to di ne­ces­si­tà eco­no­mi­ca, ma di scel­ta pro­fes­sio­na­le. Il Rap­por­to Ita­lia­ni nel Mondo presentato nei gior­ni scor­si a Pa­do­va met­te in lu­ce un fe­no­me­no che è in evo­lu­zio­ne con­ti­nua, sia sot­to il pro­fi­lo nu­me­ri­co (so­no più di 10mi­la i ve­ne­ti emi­gra­ti all’este­ro nel 2015) che del co­stu­me del­la no­stra so­cie­tà. Il Ve­ne­to non ne è esen­te, an­zi si po­ne ai ver­ti­ci di que­sta clas­si­fi­ca. I più ‘mo­bi­li’ so­no i gio­va­ni, se­gno che, sia per quan­to ri­guar­da gli stu­di che sul pia­no del­le nuo­ve pro­fes­sio­ni, si sta co­min­cian­do a ra­gio­na­re quan­to­me­no in un’ot­ti­ca eu­ro­pea. Cre­do sia sba­glia­to guar­da­re al­la ‘mo­bi­li­tà’ di que­sti ra­gaz­zi con gli oc­chi ma­lin­co­ni­ci del­le vec­chie ge­ne­ra­zio­ni: per mol­ti di lo­ro stac­car­si dal ni­do è met­ter­si al­la pro­va an­che sul pia­no dell’au­to­no­mia. E non è af­fat­to esclu­so, an­zi sta già ac­ca­den­do, che pos­sa­no, un do­ma­ni, tornare con un ba­ga­glio si­cu­ra­men­te più ric­co a da­re va­lo­re ag­giun­to al lo­ro Pae­se. Co­me i 21 do­cen­ti ita­lia­ni tra­sfe­ri­ti­si all’este­ro do­po il per­cor­so di stu­di e ri­chia­ma­ti pro­prio in que­sti gior­ni dall’uni­ver­si­tà di Pa­do­va per es­se­re as­sun­ti. Non na­scon­do che tra gli emi­gran­ti pos­sa­no es­ser­ci an­che gio­va­ni in cer­ca di un la­vo­ro e di una sta­bi­li­tà che for­se non tro­va­no qui, ma cre­do che in ogni ca­so l’espe­rien­za all’este­ro sia per lo­ro un arricchimento. Cerco so­lo di guar­da­re il fe­no­me­no da una pro­spet­ti­va di­ver­sa da quel­la del­la ‘fu­ga’ e pen­so sia più rea­li­sti­co parlare di ri­cer­ca di op­por­tu­ni­tà ed espe­rien­ze spe­ci­fi­che le­ga­te alle pro­prie com­pe­ten­ze e del de­si­de­rio di con­fron­tar­si con coe­ta­nei pro­ve­nien­ti da di­ver­se real­tà. Il mondo si sta spe­cia­liz­zan­do per di­stret­ti e i ra­gaz­zi vo­la­no nei luo­ghi in cui le pro­prie esi­gen­ze for­ma­ti­ve e di la­vo­ro pos­so­no tro­va­re una ri­spo­sta più ade­ren­te al per­cor­so scel­to. Se le bio­tec­no­lo­gie so­no a Lon­dra, al­lo­ra si vo­la a Lon­dra. In un’ot­ti­ca eu­ro­pea, non più pro­vin­cia­li­sti­ca. Co­no­sce­re più di una lin­gua, og­gi, è un im­pe­ra­ti­vo al qua­le so­prat­tut­to i gio­va­ni non pos­so­no (e non vo­glio­no) sot­trar­si. An­da­re all’este­ro con­sen­te di pa­dro­neg­gia­re al­me­no una se­con­da lin­gua e di co­mu­ni­ca­re con il mondo, che è sem­pre più in­ter­con­nes­so. E poi le di­stan­ze og­gi non so­no più un pro­ble­ma: in­ter­net con­sen­te di man­te­ne­re un con­tat­to costante, an­che vi­si­vo, con la pro­pria fa­mi­glia. An­da­re a Ber­li­no o a Lon­dra co­sta co­me se non me­no che spo­star­si in Ita­lia e ri­chie­de gli stes­si tem­pi di spo­sta­men­to che ci so­no ad esem­pio tra Ve­ne­zia e Fi­ren­ze, tra Ro­ma e Milano.

*pre­si­den­te di Con­f­com­mer­cio Ve­ne­to

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