I PE­RI­CO­LO­SI GIO­CHI DI RUO­LO TRA I DUE CO­LOS­SI

Il Gazzetino (Venezia) - - Da Prima Pagina - DI ALESSANDRO ORSINI

Quan­do si par­la del­le re­la­zio­ni tra Rus­sia e Sta­ti Uni­ti, nien­te è più fuor­vian­te del­le ap­pa­ren­ze. Ini­zia­mo da ciò che ve­dia­mo.

Sta­ti Uni­ti e Rus­sia si con­trap­pon­go­no in Si­ria e nell’ucrai­na orien­ta­le. La Na­to schie­ra le sue trup­pe in fun­zio­ne an­ti-rus­sa e i co­man­dan­ti rus­si in­vi­ta­no la po­po­la­zio­ne a pre­pa­ra­re le ri­ser­ve di gra­no, la­scian­do pre­sa­gi­re l’ini­zio di una guer­ra fron­ta­le e du­ra­tu­ra con l’oc­ci­den­te. I pi­ra­ti in­for­ma­ti­ci rus­si at­tac­ca­no i can­di­da­ti de­mo­cra­ti­ci ame­ri­ca­ni e la Cia an­nun­cia di es­se­re pron­ta a un at­tac­co in­for­ma­ti­co con­tro il Crem­li­no. L’ap­pa­ren­za non la­scia dub­bi: Rus­sia e Sta­ti Uni­ti so­no ne­mi­ci. Ep­pu­re, l’ami­ci­zia che le­ga que­sti due pae­si è più gran­de del­la lo­ro ini­mi­ci­zia. I ca­si dell’iran e del­la Si­ria aiu­te­ran­no a com­pren­de­re il sen­so di que­sta af­fer­ma­zio­ne. Per al­cu­ni de­cen­ni, l’iran ha sup­pli­ca­to la Rus­sia, a ma­ni giun­te, di for­nir­le i mis­si­li che con­sen­ti­reb­be­ro a Te­he­ran di col­pi­re Tel Aviv. La Rus­sia ha sem­pre ri­nun­cia­to a un af­fa­re per mi­liar­di di dol­la­ri per com­pia­ce­re gli Sta­ti Uni­ti. Se Israe­le sa­pes­se che l’iran si ac­cin­ge ad ac­qui­sta­re si­mi­li mis­si­li dal­la Rus­sia, da­reb­be vi­ta a un at­tac­co con­tro l’iran, in ba­se al­la dot­tri­na Be­gin, dal no­me del pre­mier israe­lia­no che la enun­ciò nel giu­gno 1981, do­po ave­re bom­bar­da­to il reat­to­re nu­clea­re di Osi­rak, in Iraq. Ta­le dot­tri­na af­fer­ma che Israe­le ha il di­rit­to di bom­bar­da­re, in via pre­ven­ti­va, qua­lun­que pae­se mi­nac­ci di bom­bar­da­re Israe­le. Il fat­to che la Rus­sia non ab­bia mai ven­du­to mis­si­li an­ti-israe­lia­ni all’iran ha scon­giu­ra­to un con­flit­to, in Me­dio Orien­te, che avreb­be po­tu­to as­su­me­re le ca­rat­te­ri­sti­che di una nuo­va guer­ra mon­dia­le. La con­se­guen­za è che Israe­le è do­mi­nan­te e l’iran è do­mi­na­to. È un fa­vo­re che i rus­si fan­no agli ame­ri­ca­ni. Dall’8 mar­zo 2016, l’iran di­spo­ne di un mis­si­le ba­li­sti­co, il Qa­dr H, che ha una git­ta­ta di cir­ca due­mi­la chi­lo­me­tri. Ma ha im­pie­ga­to tal­men­te tan­ti an­ni per co­struir­lo che, nel frat­tem­po, Israe­le ha po­tu­to ac­qui­si­re la tec­no­lo­gia per ab­bat­ter­lo e con­trat­tac­ca­re con la bom­ba ato­mi­ca. Il ca­so del­la Si­ria è an­co­ra più ecla­tan­te. La Rus­sia sta in­ve­sten­do mi­liar­di di dol­la­ri per bom­bar­da­re i ri­bel­li che si bat­to­no per ro­ve­scia­re Bas­sar al As­sad, le­ga­to, ma­ni e pie­di, a Pu­tin. Ta­li ri­bel­li, che so­no fe­de­li agli ame­ri­ca­ni, sup­pli­ca­no Oba­ma, a ma­ni giun­te, di ven­de­re lo­ro i mis­si­li che con­sen­ti­reb­be­ro l’ab­bat­ti­men­to de­gli ae­rei rus­si. Oba­ma, per com­pia­ce­re Pu­tin, si è sem­pre ri­fiu­ta­to di ac­co­glie­re una si­mi­le ri­chie­sta. La con­se­guen­za è che i ri­bel­li fi­lo-ame­ri­ca­ni so­no sta­ti let­te­ral­men­te ri­co­per­ti di bom­be rus­se, sen­za po­ter­si di­fen­de­re. Qua­si tut­to ciò che re­sta di lo­ro è con­fi­na­to nel­la par­te est di Alep­po. Di fat­to, so­no to­pi in gab­bia. È un fa­vo­re che gli ame­ri­ca­ni fan­no ai rus­si. Fi­no a quan­do gli Sta­ti Uni­ti e la Rus­sia sa­ran­no go­ver­na­ti da Oba­ma e Pu­tin, non avre­mo una guer­ra aper­ta tra que­sti due pae­si, che pro­vo­che­reb­be un’eca­tom­be. Pu­tin e Oba­ma so­no do­mi­na­ti da un rap­por­to par­ti­co­la­re con la lo­ro psi­che, che li por­ta a con­si­de­rar­si i be­ne­fat­to­ri dell’uma­ni­tà. I con­flit­ti in cui so­no coin­vol­ti so­no sca­tu­ri­ti da una se­rie di for­ze og­get­ti­ve, in­di­pen­den­ti dal­le lo­ro vo­lon­tà. Né Pu­tin, né Oba­ma, po­te­va­no pre­ve­de­re le ma­ni­fe­sta­zio­ni po­po­la­ri, no­te con il no­me di Eu­ro­mai­dan, che han­no por­ta­to all’ab­bat­ti­men­to del re­gi­me fi­lo-rus­so in Ucrai­na. I due non po­te­va­no nem­me­no pre­ve­de­re la pri­ma­ve­ra ara­ba in Si­ria, che si è svi­lup­pa­ta dal bas­so, a par­ti­re dal mar­zo 2011. Al­cu­ne com­pli­ca­tis­si­me rea­zio­ni a ca­te­na han­no co­stret­to Rus­sia e Sta­ti Uni­ti a in­ter­ve­ni­re su fron­ti con­trap­po­sti. Il pro­ble­ma è che la sto­ria, pe­rio­di­ca­men­te, chia­ma al po­te­re ca­pi fa­na­ti­ci e guer­ra­fon­dai, i qua­li scel­go­no l’odio e la guer­ra co­me mis­sio­ne esi­sten­zia­le. Se, pri­ma del­la lo­ro asce­sa, gli Sta­ti a cui ap­par­ten­go­no han­no pre­pa­ra­to la guer­ra, an­zi­ché la pa­ce, i fa­na­ti­ci tro­va­no spia­na­ta, da­van­ti a sé, la via del­la di­stru­zio­ne. Quan­do i can­no­ni so­no pun­ta­ti, bi­so­gna sem­pli­ce­men­te ac­cen­de­re la mic­cia. Il pro­ble­ma tra Sta­ti Uni­ti e Rus­sia non ri­guar­da l’og­gi. Ri­guar­da il do­ma­ni. Il tem­po di pa­ce ser­ve a que­sto: a co­strui­re osta­co­li, fre­ni e bar­rie­re, per ren­de­re più fa­ti­co­so il la­vo­ro dei ca­pi fa­na­ti­ci. Chiun­que schie­ri le trup­pe al con­fi­ne de­ve ri­cor­dar­lo.

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