Ta­tuag­gi-ma­nia l’ar­te sul­la pel­le

A Me­stre lo show dei mi­glio­ri di­se­gna­to­ri dell’ago Mo­da e bu­si­ness: «Que­ste so­no espres­sio­ni in­ti­me»

Il Gazzetino (Venezia) - - Attualità - Mau­ri­zio Dia­ne­se

Tut­ti in co­da per far­si di­pin­ge­re per ore e ore Dal "ma­go" spa­gno­lo al go­ri­zia­no che ri­pro­du­ce sul cor­po ri­trat­ti co­me fo­to

L'ar­te che si in­dos­sa è di sce­na all’ho­tel Rus­sott di Me­stre. Pic­co­le e gran­di ope­re d'ar­te sot­to for­ma di ta­tuag­gi che in­gen­ti­li­sco­no – ma non è ma­te­ma­ti­co – de­ci­ne e de­ci­ne di cor­pi di uo­mi­ni e don­ne, tut­ti in co­da per far­si isto­ria­re la pel­le dal ma­go dell'ago. So­no in 150 per que­sta “Venezia In­ter­na­tio­nal Tat­too Con­ven­tion” e so­no i più bra­vi al mon­do e sic­co­me an­che i lo­ro ghi­ri­go­ri sul­la pel­le so­no di­ven­ta­ti a tut­ti gli ef­fet­ti ar­te, ec­co che og­gi, ul­ti­mo gior­no del­la ker­mes­se, os­ser­ve­ran­no un mi­nu­to di si­len­zio per la scom­par­sa di Da­rio Fo. Il pre­mio No­bel per la let­te­ra­tu­ra, in­fat­ti, non più tar­di di un pa­io di me­si fa, a Roma, si pre­sen­tò ad una del­le tan­te con­ven­tion di ta­tua­to­ri por­tan­do con sé un suo qua­dro. Un mo­do per ce­le­bra­re l'ar­te di que­sti per­so­nag­gi che stan­no sdo­ga­nan­do il ta­tuag­gio, fa­cen­do­lo usci­re dall'om­bra del pre­giu­di­zio che vuo­le il cor­po li­be­ro da “se­gni”.

A Me­stre so­no ar­ri­va­ti i più gran­di al mon­do, co­me Mar­co Man­zo, un romano che sul cor­po di­se­gna ara­be­schi e sta la­vo­ran­do su una mo­del­la del­la mai­son Mo­schi­no ed ha de­ci­so di ve­stir­si sen­za ve­sti­ti, fa­cen­do­si ri­co­pri­re di un abi­to di piz­zo e mer­let­ti che sta di­ven­tan­do la sua pri­ma pel­le. Il di­se­gno su car­ta, che poi Mar­co uti­liz­za sul­la pel­le del­la clien­te, lo fa Fran­ce­sca, com­pa­gna del­la vi­ta di Mar­co Man­zo, uno tal­men­te bra­vo che si per­met­te il lus­so di sce­glie­re le per­so­ne da ta­tua­re. «Stu­dio il cor­po e mo­del­lo il di­se­gno sul­la ba­se del clien­te. Cer­co di in­ter­pre­tar­ne i de­si­de­ri, non mi li­mi­to ad ap­pic­ci­ca­re un di­se­gno su un cor­po. Il ta­tuag­gio è per sem­pre e quin­di de­ve es­se­re espres­sio­ne dell'ani­mo, espres­sio­ne in­ti­ma».

I suoi di­se­gni so­no raf­fi­na­tis­si­mi, in­ci­sio­ni che sem­bra­no chi­ne ci­ne­si. Ma raf­fi­na­to è an­che Alex De Pa­se, di Go­ri­zia, che ha in­ven­ta­to l'ar­te del ri­trat­to sul cor­po. Vuol di­re che è in gra­do di ri­pro­dur­re su un pol­pac­cio o sull'avam­brac­cio un vol­to con la pre­ci­sio­ne di una fo­to­gra­fia. Ma poi ce ne so­no a de­ci­ne den­tro l'ho­tel e so­no uno più bra­vo dell'al­tro – di lo­cal c'è so­lo il grup­po di Adre­na­link di Mar­ghe­ra, che so­no co­no­sciu­ti da tem­po e che sul cor­po ta­tua­no esclu­si­va­men­te di­se­gni che nel­la tra­di­zio­ne so­no sta­ti in­ven­ta­ti per i ta­tuag­gi - e sem­bra di en­tra­re in un im­men­so, ma al­le­gris­si­mo, ospe­da­le da cam­po, con let­ti­ni ac­ca­ta­sta­ti ovun­que e ra­gaz­zi e ra­gaz­zi che si sot­to­pon­go­no a que­ste se­du­te, pe­ral­tro lun­ghe e do­lo­ro­se, per in­ci­de­re sul­la pel­le un pic­co­lo so­gno e por­tar­se­lo die­tro per sem­pre. Si met­to­no in co­da mu­ni­ti di bir­re e sor­ri­si e si ca­pi­sce che ad una cer­ta età il ta­tuag­gio è un mu­st, una co­sa che fan­no tut­ti e del­la qua­le non si può più fa­re a me­no.

Pen­sa­re che una vol­ta c'era so­lo l'an­cò­ra. Ma­ga­ri con il con­tor­no di un cuo­re e di un bel ciao mam­ma. Il ta­tuag­gio in­fat­ti era ap­pan­nag­gio dei ma­ri­nai. E dei car­ce­ra­ti. Fa­mo­so l'er­ga­sto­la­no di Por­to Az­zur­ro che si era fat­to ta­tua­re l'in­te­ra pri­ma puntata di Dia­bo­lik sul cor­po. Tan­to, di tem­po ne ave­va a di­spo­si­zio­ne e le leg­gen­de di­co­no che ci vol­le­ro an­ni e an­ni per com­ple­ta­re l'ope­ra. Qui in­ve­ce ci vo­glio­no due an­ni per pas­sa­re sot­to gli aghi di Ser­gio San­chez, ta­tua­to­re di Bar­cel­lo­na che a 12 an­ni ha ini­zia­to a fa­re graf­fi­ti sui mu­ri, poi è di­ven­ta­to wri­ter ed è pas­sa­to a co­lo­ra­re i va­go­ni dei tre­ni e quin­di è ap­pro­da­to al ta­tuag­gio. «Il con­cet­to è lo stes­so, mi pia­ce ve­de­re l'ar­te in mo­vi­men­to. Non mi pia­ce l'ar­te sta­ti­ca». E i suoi di­se­gni in­ve­ce viag­gia­no per tut­to il mon­do, por­ta­ti in ae­reo e in tre­no, in bi­ci­clet­ta e in na­ve dai suoi clien­ti. Qui al Rus­sott San­chez ha scol­pi­to l'emi­to­ra­ce di un suo com­pae­sa­no, il qua­le ha pre­so l'ae­reo per far­si ri­pro­dur­re sul cor­po il vi­so del­la fi­glia di cin­que an­ni. An­che lui si chia­ma Ser­gio ed è da un­di­ci ore esat­te che è “sot­to i fer­ri”, ma è con­ten­to. An­che se ha spe­so un pa­io di sti­pen­di per­ché un ta­tuag­gio di que­ste di­men­sio­ni co­sta fi­no a 4mi­la eu­ro e ci vo­glio­no per l'ap­pun­to 11-12 ore di la­vo­ro, ma si ar­ri­va an­che a 50 o 100 ore per isto­ria­re un cor­po.

Dun­que, quel che va in sce­na a Me­stre è una fi­lo­so­fia di vi­ta che è an­che un bu­si­ness, un gran­de bu­si­ness. Per i ta­tua­to­ri, che di si­cu­ro non han­no il pro­ble­ma di met­te­re in­sie­me il pran­zo con la ce­na, co­me am­met­te sor­ri­den­do San­chez, per chi co­strui­sce le mac­chi­net­te per i ta­tuag­gi e per chi for­ni­sce gli in­chio­stri. Un mon­do che non è di mo­stri che si pit­tu­ra­no da abo­ri­ge­ni, co­me si po­treb­be pen­sa­re, un mon­do in­ve­ce fat­to di per­so­ne che vo­glio­no por­tar­si fuo­ri qual­co­sa che han­no den­tro, chi il ri­cor­do di un amo­re, di un fi­glio, di un pa­dre, di una can­zo­ne, di un de­si­de­rio.

Del re­sto co­sì fan tut­ti or­mai, dai cal­cia­to­ri ai rap­pers, da­gli av­vo­ca­ti agli astro­nau­ti, il ta­tuag­gio è di­ven­ta­to “nor­ma­le”, una car­ta d'iden­ti­tà che è an­che ope­ra d'ar­te. Pa­ro­la di pre­mio No­bel.

Ho­tel tra­sfor­ma­to in un’al­le­gra sa­la ope­ra­to­ria pie­na di let­ti­ni e ra­gaz­zi

AR­TE

Ma­ghi del ta­tuag­gio da tut­to il mon­do al­la con­ven­tion del Rus­sott

Ho­tel di Me­stre. Res­sa di ap­pas­sio­na­ti

per far­si di­pin­ge­re il

cor­po

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