LE SQUAL­LI­DE VI­GNET­TE

Il Gazzettino (Pordenone) - - Borsa Mercati - Sebastiano Maffettone

Che non è mai sta­to tan­to at­tua­le co­me ai no­stri tem­pi. Co­me mo­stra con do­vi­zia Do­nald Trump (ma non so­lo lui…), la po­po­la­ri­tà di­pen­de dal fat­to del­la co­mu­ni­ca­zio­ne e non da quel­lo che si co­mu­ni­ca. Il ri­sul­ta­to di que­sto an­daz­zo è un pre­ci­pi­tar­si con­ti­nuo e dif­fu­so a spa­rar­la gros­sa per es­se­re no­ta­ti. Sen­za te­ma del­le con­se­guen­ze. Sen­za pre­oc­cu­par­si del con­te­nu­to che pu­re si vei­co­la. Ma sa­rà poi pro­prio co­sì? Sia­mo si­cu­ri che an­te­por­re sem­pre il ru­mo­re al si­gni­fi­ca­to gio­vi a se stes­si e al­la cau­sa che si so­stie­ne?

Pen­sie­ri co­me que­sti ven­go­no in men­te guar­dan­do sgo­men­ti le squal­li­de vi­gnet­te pub­bli­ca­te da Char­lie Hebdo che “sfot­to­no” i mor­ti del re­cen­te ter­re­mo­to ita­lia­no. Mor­ti di­se­gna­ti ma­le e con­tras­se­gna­ti da eti­chet­te che cor­ri­spon­do­no a fa­mo­si piat­ti del­la cu­ci­na ita­lia­na: «Pen­ne all’ar­rab­bia­ta», il­lu­stra­to da un uo­mo in­san­gui­na­to; «Pen­ne gra­ti­na­te», in cui si ve­de una su­per­sti­te im­pol­ve­ra­ta; “la­sa­gne” fat­te di stra­ti di pa­sta al­ter­na­ti a cor­pi ri­ma­sti sot­to al­le ma­ce­rie. Che tut­to ciò non fac­cia ri­de­re, ma crei so­lo rea­zio­ni di ri­brez­zo, è il mi­ni­mo che si pos­sa af­fer­ma­re do­po aver guar­da­to le vi­gnet­te in que­stio­ne. Non c’è bi­so­gno di es­se­re un cri­ti­co raf­fi­na­to per di­re che sia­mo al co­spet­to di un mo­nu­men­to eret­to al cat­ti­vo gu­sto. Ma, al­lo­ra, “per­ché fa­re qual­co­sa del ge­ne­re?” La ri­spo­sta non può che re­ci­ta­re: “per es­se­re no­ta­ti, per­ché si par­li del gior­na­le co­mun­que sia”. An­che se, co­me di fat­to è av­ve­nu­to, se ne par­le­rà ma­le, si al­ze­ran­no vo­ci di pro­te­sta, si trat­ta pur sem­pre di pub­bli­ci­tà, che fa­rà au­men­ta­re la cir­co­la­zio­ne del no­me “Char­lie Hebdo” e for­se cre­sce­re le ven­di­te.

I miei dub­bi ri­guar­da­no pro­prio i sup­po­sti ef­fet­ti be­ne­fi­ci di un’azio­ne di­sgu­sto­sa co­me quel­la di in­sul­ta­re i mor­ti. E lo di­co non so­lo per ra­gio­ni mo­ra­li, che pu­re un mi­ni­mo do­vreb­be­ro con­ta­re. Ma an­che per­ché esi­ste un fat­to chia­ma­to re­pu­ta­zio­ne che si ri­schia di per­de­re com­por-

tan­do­si in que­sto mo­do. Posso af­fer­mar­lo sen­za im­ba­raz­zo per­ché ho sem­pre guar­da­to con in­te­res­se e sim­pa­tia a Char­lie Hebdo e ai gior­na­li che gli so­mi­glia­no. Agli spi­ri­ti li­be­ra­li, co­me il sot­to­scrit­to, la sa­ti­ra pia­ce. E’ un mo­do per met­te­re in di­scus­sio­ne il po­te­re e per mo­stra­re co­me le stes­se vi­cen­de pos­sa­no es­se­re guar­da­te da di­ver­si pun­ti di vi­sta. Di­re di tan­to in tan­to che il re è nu­do fa be­ne al­la sa­lu­te spi­ri­tua­le dei po­po­li, e ren­de gli in­di­vi­dui più au­to­no­mi nel giu­di­zio. Ma la sa­ti­ra ha le sue re­go­le, pos­sie­de un’eti­ca di ba­se da cui dif­fi­cil­men­te può pre­scin­de­re. Ve­de­re un am­mi­ra­glio in gran­de uni­for­me sci­vo­la­re su una buc­cia di ba­na­na fa sor­ri­de­re co­sì co­me pren­de­re in gi­ro l’ar­ro­gan­za dei po­ten­ti. Non è lo stes­so se si iro­niz­za sul­le dif­fi­col­tà mo­to­rie di uno stor­pio. Se si fa sa­ti­ra su po­li­ti­co im­por­tan­te, inol­tre, si ri­schia qual­co­sa. E il cor­re­re que­sto ri­schio in quan­to ta­le crea un cli­ma di at­ten­zio­ne e sim­pa­tia nei con­fron­ti di chi è di­spo­sto a cor­rer­lo. Non è la stes­sa co­sa se si scher­za sui mor­ti, sul­le tra­ge­die, sul do­lo­re di tan­ti. In que­sto ca­so, al­la sim­pa­tia si so­sti­tui­sco­no l’astio e il ri­get­to. Non ci vuo­le mol­ta au­da­cia a pren­der­se­la con chi non c’è più o con chi lo pian­ge…

Quan­to det­to do­vreb­be­ro con­di­vi­der­lo in mol­ti. Ma for­se più di tut­ti gli au­to­ri di Char­lie Hebdo. Pro­prio lo­ro in­fat­ti so­no sta­ti fu­ne­sta­ti da un dram­ma tra­gi­co co­me quel­lo che tut­ti co­no­scia­mo. Che le vit­ti­me del­la vio­len­za fon­da­men­ta­li­sta non ab­bia­no ri­spet­to per i mor­ti è quan­to­me­no sor­pren­den­te. In quel ca­so noi sia­mo sta­ti dal pri­mo mo­men­to so­li­da­li con lo­ro. Han­no de­ci­so di non re­ci­pro­ca­re, e quan­do noi ab­bia­mo avu­to i no­stri mor­ti, non so­no sta­ti so­li­da­li con noi. Tut­to som­ma­to peggio per lo­ro: han­no per­so un’oc­ca­sio­ne per com­por­tar­si be­ne. Per quan­to mi ri­guar­da, posso so­lo di­re che og­gi “je ne suis pas Char­lie!”. E for­se non so­no il so­lo a pen­sar­la co­sì…

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