L’ita­lia se­con­do Pan­sa, un pae­se per vec­chi

Il gior­na­li­sta (81en­ne) fa i con­ti con la ter­za età, de­fi­nen­do i suoi coe­ta­nei “fol­li e ribelli”, «Ma co­man­dia­mo an­co­ra noi»

Il Gazzettino (Pordenone) - - Cultura & Società - Edoar­do Pit­ta­lis

A chi gli do­man­da­va quan­do ci si ac­cor­ge di di­ven­ta­re vec­chi, En­zo Bia­gi ri­spon­de­va: «Quan­do i ri­cor­di su­pe­ra­no le spe­ran­ze». Più che uno sta­to ana­gra­fi­co, era uno sta­to del cuo­re.

Giam­pao­lo Pan­sa so­stie­ne, in­ve­ce, che la vec­chia­ia è di­ven­ta­ta un’età ela­sti­ca e ha sem­pre me­no a che fa­re con la car­ta d’iden­ti­tà. Ag­giun­ge che so­no gli an­zia­ni og­gi a de­ci­de­re nel mon­do e che il re­fe­ren­dum “Bre­xit” in Gran Bre­ta­gna è un ca­so da stu­dio. Gli an­zia­ni non so­no la par­te de­bo­le del­la so­cie­tà: «C’è il pia­ce­re del­la vi­ta nel­la ter­za età». Co­sì il fa­mo­so gior­na­li­sta, 81 an­ni il pri­mo ot­to­bre, ha de­di­ca­to il suo nuo­vo li­bro ai “Vec­chi, fol­li e ribelli” (Riz­zo­li, 300 pa­gi­ne, 20 eu­ro).

In un’ita­lia con 60 mi­lio­ni di abi­tan­ti ci so­no 161 an­zia­ni ogni 100 gio­va­ni.

Cos’è la vec­chia­ia?

«E’ un tem­po che può es­se­re me­ra­vi­glio­so ma che sa­reb­be me­glio non ar­ri­vas­se. An­ch’io so­no en­tra­to tra i vec­chi. Ma se la te­sta è lu­ci­da, se la sa­lu­te ti as­si­ste e se hai vo­glia di scri­ve­re, non sei vec­chio. Non sia­mo un mon­do di de­bo­li col so­lo tra­guar­do di an­da­re al Crea­to­re. Nel­la po­li­ti­ca i vec­chi de­ci­do­no chi vin­ce o chi per­de; di­pen­de da lo­ro il suc­ces­so di un pro­gram­ma te­le­vi­si­vo, di un pro­dot­to com­mer­cia­le, di un li­bro. Ep­pu­re gior­na­li e tv si oc­cu­pa­no po­co di lo­ro. Del vec­chio si pen­sa che rom­pe, che non è mai con­ten­to, pron­to a cri­ti­ca­re tut­to e tut­ti, che ve­ste ma­le e spes­so è di­sor­di­na­to. Non gli si per­do­na nien­te, so­prat­tut­to in ma­te­ria di ses­so per i vec­chi non c’è pie­tà. Ci so­no co­se che sem­bra­no spet­ta­re per di­rit­to so­lo ai gio­va­ni, gli al­tri so­no esclu­si. Non è con­tem­pla­ta la pas­sio­ne, per­ché nel­la so­cie­tà di og­gi si com­pra e si ven­de tut­to, an­che il ses­so».

Gli an­zia­ni pro­ta­go­ni­sti di que­sta Ita­lia?

«Non è so­lo un fat­to di nu­me­ri, ba­sta ve­de­re i par­ti­ti, il Pre­si­den­te del­la Re­pub­bli­ca. A par­te l’ec­ce­zio­ne di qual­che qua­ran­ten­ne che poi di­mo­stra la po­ca espe­rien­za, i vec­chi han­no in ma­no la po­li­ti­ca, il Par­la­men­to, le ban­che, le azien­de im­por­tan­ti pub­bli­che o pri­va­te. E’ una con­sta­ta­zio­ne. So­no lo­ro ad as­si­cu­ra­re la so­li­di­tà eco­no­mi­ca e fi­sca­le con le pen­sio­ni, a es­se­re ga­ran­ti sol­vi­bi­li dei mu­tui con­trat­ti da fi­gli e ni­po­ti. Mol­ti gio­va­ni si so­no ada­gia­ti, non si ren­do­no con­to che se de­si­de­ra­no ave­re un fu­tu­ro non pos­so­no aver­lo in re­ga­lo da un an­zia­no».

Nel li­bro c’è spa­zio per le ba­dan­ti...

«So­no de­ci­si­ve nel­la vi­ta di og­gi, so­no sem­pre più nu­me­ro­se, ven­go­no dai Pae­si dell’est o da al­tre na­zio­ni più po­ve­re del­la no­stra. Non si oc­cu­pa­no so­lo de­gli an­zia­ni, li cu­ra­no, li aiu­ta­no a scon­fig­ge­re la ma­lat­tia più ter­ri­bi­le del­la vec­chia­ia: la so­li­tu­di­ne. La pau­ra di es­se­re so­li è la più gran­de. Ci de­ve es­se­re qual­cu­no che ti ac­com­pa­gna, si ha bi­so­gno di uno ac­can­to che par­li con te, che ti ascol­ti. Non si può ave­re co­me uni­co in­ter­lo­cu­to­re il te­le­vi­so­re ac­ce­so. La pau­ra di es­se­re so­li è spa­ven­to­sa. Tan­ti re­sta­no sve­gli per la so­li­tu­di­ne. E’ la so­li­tu­di­ne che ag­gra­va le tue pau­re, ti fa te­me­re tut­to: gli al­tri, la ma­lat­tia, l’an­go­scia di es­se­re ra­pi­na­ti per­si­no dal­la pro­pria ban­ca, la pau­ra del­la po­ver­tà e di tor­na­re po­ve­ri. Si ri­schia di di­ven­ta­re più ava­ri, di con­ser­va­re an­che quan­do non serve».

Il li­bro si chiu­de con un elen­co di “vec­chi” pro­ta­go­ni­sti di que­sta Ita­lia in ogni set­to­re: i quat­tro fra­tel­li asti­gia­ni Bar­be­ris, tut­ti cen­te­na­ri; il cri­ti­co d’ar­te Gil­lo Dor­fles, 106 an­ni; lo scrit­to­re trie­sti­no Bo­ris Pa­hor, 103 an­ni; il ge­la­ta­io sar­do Gio­van­ni Roz­zo, 103 an­ni, uno dei pri­mi ita­lia­ni a emi­gra­re in Gran Bre­ta­gna; l’at­to­re Gian­ri­co Te­de­schi, 96 an­ni; Ce­sa­re Ro­mi­ti, 93, ex am­mi­ni­stra­to­re del­la Fiat. «Ma io non mi tro­vo be­ne con quel­li del­la mia età», con­fes­sa il Pre­mio No­bel Da­rio Fo che di an­ni ne ha com­piu­ti 90.

Cer­to non ci so­no sol­tan­to i vin­ci­to­ri, av­ver­te Pan­sa: c’è an­che la tri­bù va­sta de­gli an­zia­ni da sem­pre po­ve­ri o che lo stan­no di­ven­tan­do con la cri­si. So­no que­sti gli esclu­si di una so­cie­tà che ri­flet­te sol­tan­to sui gio­va­ni. So­no i nuo­vi scon­fit­ti.

«Se hai la te­sta lu­ci­da, la sa­lu­te e vo­glia di scri­ve­re non in­vec­chi» «Si so­no ada­gia­ti, cre­do­no di po­ter ave­re il fu­tu­ro in re­ga­lo dai non­ni»

AN­ZIA­NI Un grup­po

di tu­ri­sti at­tem­pa­ti in gi­ta a Caor­le. A fian­co il li­bro, sot­to una buf­fa espres­sio­ne di Giam­pao­lo

Pan­sa

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