«L’im­per­fe­zio­ne è ric­chez­za»

Mon­do mo­ra­liz­za­to­re nel nuo­vo li­bro

Il Gazzettino (Pordenone) - - Primo Piano - Mau­ro Ros­sa­to

POR­DE­NO­NE - Cecelia Ahern ne­gli ul­ti­mi an­ni ha scrit­to pa­rec­chi bestsel­ler tra i qua­li «P.S. I Lo­ve you» e "#Scri­vi­mian­co­ra". La sua ul­ti­ma fa­ti­ca let­te­ra­ria, pre­sen­ta­ta ie­ri a Por­de­no­ne­leg­ge, è com­ple­ta­men­te dif­fe­ren­te. Ce­le­sti­ne, la pro­ta­go­ni­sta di "Fla­wed- Gli im­per­fet­ti" (De Ago­sti­ni) vi­ve in un fu­tu­ro non lon­ta­no nel qua­le una cor­po­ra­zio­ne, la Gil­da, gui­da­ta dal suo fu­tu­ro suo­ce­ro, Giu­di­ce Cre­van, si oc­cu­pa di giu­di­ca­re la ret­ti­tu­di­ne mo­ra­le del­le per­so­ne. Chi si di­sco­sta dal mo­del­lo idea­le è con­si­de­ra­to Fal­la­to, vie­ne mar­chia­ti a fuo­co con una F e al­lon­ta­na­to dal­la so­cie­tà ci­vi­le. L'ope­ra mo­ra­liz­za­tri­ce del­la Gil­da se­gue un pe­rio­do di cri­si dei va­lo­ri, di emi­gra­zio­ni, di ten­sio­ni. È un av­ver­ti­men­to per la si­tua­zio­ne at­tua­le? «Io ve­do quel­lo che suc­ce­de nel mio pae­se - ri­spon­de l’au­tri­ce C'è cri­si e re­ces­sio­ne. Ma quel­lo che scri­vo non è un al­lar­me, sem­mai la de­scri­zio­ne di quel­lo che sta già suc­ce­den­do. In mol­ti pae­si c'è già un ten­ta­ti­vo di azio­ne si­mi­le a quel­lo del­la Gil­da». Fla­wed po­treb­be es­se­re la ver­sio­ne moderna de La Let­te­ra Scar­lat­ta? «Mol­ti di­co­no che ci as­so­mi­gli, in real­tà non l'ho mai let­to. Quan­do ho scrit­to pen­sa­vo al fat­to che tra­mi­te me­dia e so­cial net­work sia già in cor­so una sor­ta di mar­chia­tu­ra so­cia­le. Vo­le­vo si pen­sas­se "È as­sur­do. Non può ac­ca­de­re una co­sa si­mi­le". In­ve­ce que­ste co­se so­no sem­pre suc­ces­se e se non in­ter­ve­nia­mo ac­ca­dran­no an­co­ra». L'im­per­fe­zio­ne è ric­chez­za? «Quan­do fai de­gli er­ro­ri di­ven­ti una per­so­na mi­glio­re. So­no le im­per­fe­zio­ni che spin­go­no a mi­glio­ra­re». Dal li­bro ver­rà trat­to un film, co­me da al­tri suoi la­vo­ri pre­ce­den­ti. Che ef­fet­to le fa ve­de­re tra­spo­ste le sue ope­re sul gran­de scher­mo? «Biz­zar­ro ed ec­ci­tan­te. È una crea­zio­ne dop­pia. Lo scrit­to­re crea qual­co­sa di nuo­vo e l'at­to­re lo mo­di­fi­ca a sua vol­ta e gli da nuo­va vi­ta». Il ro­man­zo ha un fi­na­le aper­to. Dob­bia­mo aspet­tar­ci nuo­ve av­ven­tu­re di Ce­le­sti­ne? «Il fi­na­le aper­to, an­che se mol­ti ci so­no ri­ma­sti ma­le, non era per de­lu­de­re il let­to­re. L'idea è di la­scia­re li­be­ra Ce­le­sti­ne di an­da­re ver­so nuo­vi mon­di e una nuo­va vi­ta. Che, pro­ba­bil­men­te, me­ri­te­rà di es­se­re rac­con­ta­ta».

Chi non è ret­to vie­ne mar­chia­to

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