Usa, al­tre bom­be: pre­so af­gha­no Hil­lay ac­cu­sa Trump: aiu­ta l’isis

Scon­tro a fuo­co con gli agen­ti. Ah­mad Khan Ra­ha­mi, 28 an­ni, cen­tra­to da due pro­iet­ti­li La sua fa­mi­glia nel 2011 ave­va ac­cu­sa­to la po­li­zia: «Noi, pre­si di mi­ra per odio et­ni­co»

Il Gazzettino (Pordenone) - - Da Prima Pagina -

NEW YORK – Non ci sa­reb­be­ro gran­di com­plot­ti, non ci sa­reb­be­ro “cel­lu­le” gui­da­te da dia­bo­li­che men­ti co­me quel­le di Osa­ma bin La­den. So­lo la rab­bia, la vo­glia di ven­di­ca­re tor­ti ve­ri o im­ma­gi­na­ti. L’uo­mo che si so­spet­ta es­se­re l’at­ten­ta­to­re di Ma­n­hat­tan, Ah­mad Khan Ra­ha­mi, è un 28en­ne di ori­gi­ni af­gha­ne la cui fa­mi­glia pos­sie­de una frig­gi­to­ria ad Eli­za­be­th, nel New Jersey, la “Fir­st Ame­ri­ca Fried Chic­ken”. Ed è nel pas­sa­to del­la fa­mi­glia che - se­con­do al­cu­ni me­dia Usa - for­se si tro­va il se­me del­le scel­le­ra­te azio­ni di cui l’uo­mo è so­spet­ta­to: nel 2011 i Ra­ha­mi ave­va­no fat­to cau­sa al co­mu­ne di Eli­za­be­th so­ste­nen­do che la po­li­zia li ave­va pre­si di mi­ra per odio et­ni­co, e che ha con­ti­nua­to a per­se­gui­tar­li in­giu­sta­men­te, espo­nen­do­li all’osti­li­tà del vi­ci­na­to. Se fos­se con­fer­ma­ta, si trat­te­reb­be di una mo­ti­va­zio­ne al­quan­to fra­gi­le per quel­lo che ri­schia­va di­ven­ta­re un mas­sa­cro di va­sta por­ta­ta. Tre so­no sta­ti in­fat­ti i luo­ghi in cui era­no sta­te po­ste bom­be: il lun­go­ma­re a Sea­si­de Park nel New Jersey, un in­cro­cio nel quar­tie­re di Chel­sea a Ma­n­hat­tan, e la sta­zio­ne fer­ro­via­ria di Eli­za­be­th di nuo­vo nel New Jersey. Tre lo­ca­li­tà a so­le due ore di di­stan­za fra di lo­ro. Si trat­ta­va di bom­be di­ver­se: pi­pe bomb a Sea­si­de e a Eli­za­be­th, men­tre a Chel­sea una pi­pe bomb e una bom­ba den­tro una pen­to­la a pres­sio­ne. Tut­ti ordigni ar­ti­gia­na­li e pri­mi­ti­vi che pe­rò po­te­va­no cau­sa­re dan­ni ben mag­gio­ri dei 29 fe­ri­ti, non gra­vi, di Ma­n­hat­tan. Se a Sea­si­de non c’è sta­ta una car­ne­fi­ci­na si de­ve al fat­to che due del­le tre bom­be non so­no esplo­se e quel­la che è esplo­sa non ha col­pi­to nes­su­no per­ché la ma­ra­to­na che do­ve­va es­se­re il ber­sa­glio non era an­co­ra co­min­cia­ta e il lun­go­ma­re era de­ser­to. La pi­pe bomb di Chel­sea è sta­ta mes­sa in un cas­so­net­to. La pen­to­la a pres­sio­ne è sta­ta ri­tro­va­ta pri­ma che esplo­des­se, ma a lun­go gli in­qui­ren­ti han­no pen­sa­to che gli at­ten­ta­to­ri fos­se­ro due in­di­vi­dui im­mor­ta­la­ti da una te­le­ca­me­ra di si­cu­rez­za: i due in­ve­ce era­no due pas­san­ti che han­no vi­sto la bor­sa, l’han­no aper­ta, han­no con­sta­ta­to che den­tro c’era la pen­to­la a pres­sio­ne dall’aria pe­ri­co­lo­sa, si so­no por­ta­ta via la bor­sa e la­scia­to l’or­di­gno. E an­che le cin­que bom­be nel bor­so­ne al­la sta­zio­ne so­no sta­te tro­va­te pri­ma che esplo­des­se­ro: due sen­za­tet­to han­no vi­sto la bor­sa, l’han­no aper­ta spe­ran­do di tro­var­ci qual­co­sa di va­lo­re, han­no vi­sto i fi­li, ca­pi­to di co­sa si trat­ta­va e, cit­ta­di­ni più ge­ne­ro­si e cor­ret­ti dei due di New York, han­no chia­ma­to la po­li­zia. “So­no sta­ti i no­stri an­ge­li cu­sto­di” ha det­to di lo­ro il sin­da­co di Eli­za­be­th, Ch­ris Boll­wa­ger. Ma che que­ste bom­be fos­se­ro mi­ci­dia­li non ci so­no dub­bi, uno de­gli ordigni in­fat­ti è sal­ta­to per aria quan­do il ro­bot del­la po­li­zia sta­va cer­can­do di di­sin­ne­scar­li.

Che gli Usa sia­no espo­sti a at­ten­ta­ti di lu­pi so­li­ta­ri è un fat­to ora­mai in­ne­ga­bi­le. Che sia­no pe­rò co­sì im­pre­pa­ra­ti e in­di­fe­si co­me so­sten­go­no i più pes­si­mi­sti sem­bra non pro­prio cor­ret­to: la ve­lo­ci­tà con cui le for­ze dell’or­di­ne han­no sa­pu­to col­la­bo­ra­re e ri­co­strui­re i fat­ti è sta­ta dav­ve­ro ec­ce­zio­na­le. L’iden­ti­fi­ca­zio­ne del pre­sun­to col­pe­vo­le è av­ve­nu­ta nell’ar­co di po­chi mi­nu­ti una vol­ta che la pen­to­la a pres­sio­ne è ar­ri­va­ta nei la­bo­ra­to­ri dell’fbi a Quan­ti­co: nel­lo sman­tel­la­re la pen­to­la, è sta­ta tro­va­ta un’im­pron­ta di­gi­ta­le, che ne­gli ar­chi­vi fe­de­ra­li ha spu­ta­to un no­me: Ah­mad Khan Ra­ha­mi. Nel­le pri­me ore del mat­ti­no ie­ri, la po­li­zia ha fer­ma­to l’au­to di pro­prie­tà di fa­mi­lia­ri di Ra­ha­mi. Sa­reb­be­ro sta­ti lo­ro a da­re al­la po­li­zia l’in­di­riz­zo del gio­va­ne at­ten­ta­to­re. E tut­ta­via, non lo han­no tro­va­to a ca­sa. Lo han­no cat­tu­ra­to per­ché si era ad­dor­men­ta­to da­van­ti al­la por­ta di un ne­go­zio. Un cit­ta­di­no ha av­ver­ti­to la po­li­zia: l’uo­mo con una pi­sto­la al fian­co as­so­mi­glia­va al­le fo­to se­gna­le­ti­che del pre­sun­to at­ten­ta­to­re di Ma­n­hat­tan. Lo han­no chia­ma­to, e lui ha ri­spo­sto co­min­cian­do a spa­ra­re all’im­paz­za­ta, an­che contro le au­to per strada. Ma al­la fi­ne due pal­lot­to­le lo han­no cen­tra­to, è ca­du­to ed è sta­to ar­re­sta­to.

A.G.

NEW YORK Ah­mad Khan Ra­ha­mi ar­re­sta­to do­po la spa­ra­to­ria con la po­li­zia, nel ton­do la fo­to se­gna­le­ti­ca

L’AR­RE­STO Ah­mad Khan Ra­ha­mi a ter­ra fe­ri­to do­po lo scon­tro con la po­li­zia

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