IM­PRE­SE STRA­NIE­RE "BAN­CO­MAT" DEI PRE­DO­NI

Il Gazzettino (Pordenone) - - Da Prima Pagina - DI ALES­SAN­DRO OR­SI­NI

Ira­pi­men­ti pos­so­no es­se­re po­li­ti­ci o estor­si­vi. Nel pri­mo ca­so, i ra­pi­to­ri chie­do­no ai go­ver­ni ciò che, qua­si mai, pos­so­no ot­te­ne­re. È ac­ca­du­to con l’isis, quan­do ha chie­sto agli Sta­ti Uni­ti di ar­ren­der­si, in cambio de­gli ostag­gi. Nel se­con­do ca­so, è que­stio­ne di de­na­ro. Il ra­pi­men­to dei due la­vo­ra­to­ri ita­lia­ni in Li­bia sem­bra ave­re una fi­na­li­tà estor­si­va e, co­me ta­le, è pri­vo di mes­sag­gi po­li­ti­ci per il no­stro pae­se. I ra­pi­men­ti in Li­bia so­no fre­quen­ti. I re­spon­sa­bi­li del­la si­cu­rez­za del­le gran­di so­cie­tà di­spon­go­no di de­na­ro li­qui­do. Tal­vol­ta, i lo­ro di­pen­den­ti ven­go­no ra­pi­ti sol­tan­to per po­che ore e tut­to vie­ne ri­sol­to con un ban­co­mat. Al­tre vol­te, piccoli grup­pi di cri­mi­na­li pro­cu­ra­no dan­ni agli im­pian­ti del­le im­pre­se stra­nie­re. Con­dut­tu­re dell’ac­qua, fi­li elet­tri­ci, ca­vi me­tal­li­ci: col­pi­sco­no do­ve pos­so­no.

Smet­to­no, in cambio di de­na­ro. In Li­bia, lo Sta­to è crol­la­to e le gran­di so­cie­tà de­vo­no spes­so ri­sol­ve­re i pro­ble­mi at­tra­ver­so i re­spon­sa­bi­li del­la si­cu­rez­za in­ter­na. Si trat­ta di per­so­ne mol­to esper­te che, in pas­sa­to, han­no avu­to in­ca­ri­chi ope­ra­ti­vi im­por­tan­ti ne­gli eser­ci­ti o nel­le for­ze dell’or­di­ne. Al­cu­ni grup­pi in­du­stria­li, che ope­ra­no in Li­bia, han­no una sor­ta di “bi­lan­cio se­gre­to”, che tie­ne con­to di que­ste spe­se per la si­cu­rez­za. Sul bre­ve pe­rio­do, le so­cie­tà ac­cet­ta­no di sop­por­ta­re si­mi­li co­sti, an­che per­ché spe­ra­no di re­cu­pe­rar­li con la pro­mes­sa di un nuo­vo Sta­to. Sul lun­go pe­rio­do, la spe­sa può di­ven­ta­re trop­po eso­sa, so­prat­tut­to se i grup­pi cri­mi­na­li ini­zia­no ad ag­gre­di­re i la­vo­ra­to­ri. Il co­sto per il ri­la­scio di un ostag­gio è al­to men­tre quel­lo di un omi­ci­dio è esor­bi­tan­te per­ché co­strin­ge le im­pre­se a mol­ti­pli­ca­re, sem­pre di più, la spe­sa per la si­cu­rez­za. Il ra­gio­na­men­to dei di­ri­gen­ti d’im­pre­sa è ba­sa­to sul­la psi­co­lo­gia del­la pau­ra. Se un in­ve­sti­men­to di die­ci mi­lio­ni di eu­ro non ha im­pe­di­to il ra­pi­men­to di due la­vo­ra­to­ri, bi­so­gne­rà spen­de­re ven­ti mi­lio­ni e co­sì via, in un cre­scen­do che ri­du­ce i pro­fit­ti. Sen­za con­si­de­ra­re che i la­vo­ra­to­ri più qua­li­fi­ca­ti, go­den­do di al­ter­na­ti­ve, de­vo­no ri­ce­ve­re un for­te in­cen­ti­vo eco­no­mi­co per vi­ve­re in un pae­se in cui ri­schia­no la vi­ta. Il ca­so del­la Li­bia mo­stra quan­to l’eco­no­mia di­pen­da dal­la po­li­ti­ca. Non so­no le im­pre­se che sor­reg­go­no lo Sta­to. È lo Sta­to che sor­reg­ge le im­pre­se. La di­fe­sa dei di­rit­ti di pro­prie­tà, da par­te del­lo Sta­to, è la con­di­zio­ne ne­ces­sa­ria del­lo svi­lup­po eco­no­mi­co. La po­li­ti­ca è la pre­mes­sa dell’eco­no­mia.

Il pro­ble­ma è che og­gi, in Li­bia, non ci so­no né pre­mes­se, né pro­mes­se. Ec­co la ra­gio­ne. Nell’esta­te 2014, le for­ze po­li­ti­che isla­mi­ste e quel­le lai­che si so­no scon­tra­te, de­ter­mi­nan­do la na­sci­ta di due go­ver­ni: uno a To­bruk, di ispi­ra­zio­ne lai­ca, e l’al­tro a Tri­po­li, di ispi­ra­zio­ne isla­mi­ca. L’onu ha in­via­to due me­dia­to­ri per con­vin­ce­re le due par­ti a unir­si in un so­lo go­ver­no. Va­ri fal­li­men­ti han­no in­dot­to l’onu a una mos­sa che, all’epo­ca, sem­bra­va il­lu­mi­na­ta, ma che, og­gi, ap­pa­re az­zar­da­ta: da­re vi­ta a un nuo­vo go­ver­no, con se­de a Tri­po­li. Il tut­to, con­fi­dan­do che il go­ver­no di To­bruk si sa­reb­be sciol­to in cambio di po­sti nel nuo­vo ese­cu­ti­vo. Ma To­bruk ha det­to no, for­te del so­ste­gno di Egit­to, Ara­bia Sau­di­ta e Emi­ra­ti Ara­bi

Uni­ti. E, co­sì, la si­tua­zio­ne è ri­ma­sta im­mu­ta­ta: un go­ver­no a Tri­po­li, uno a To­bruk e la Li­bia nel caos. La ra­gio­ne per cui l’egit­to pre­fe­ri­sce che la Li­bia re­sti di­vi­sa è fa­ci­le da spie­ga­re. L’egit­to con­fi­na con To­bruk e, co­me tut­ti gli Sta­ti del mon­do, ha un in­te­res­se enor­me a con­fi­na­re con uno Sta­to de­bo­le, su cui pos­sa eser­ci­ta­re il con­trol­lo. Con­fi­na­re con uno Sta­to mol­to de­bo­le si­gni­fi­ca esten­de­re il pro­prio ter­ri­to­rio. Se co­man­do in ca­sa al­trui, ho due ca­se. Ciò è uti­le da un pun­to di vi­sta eco­no­mi­co e mi­li­ta­re. Eser­ci­ta­re il con­trol­lo sui pae­si con­fi­nan­ti si­gni­fi­ca go­de­re di un “cu­sci­net­to pro­tet­ti­vo” nel ca­so di un at­tac­co da par­te di una po­ten­za stra­nie­ra. È la stes­sa ra­gio­ne per cui la Rus­sia non vuo­le ce­de­re l’ucrai­na orien­ta­le all’oc­ci­den­te. Se lo fa­ces­se, la Na­to sa­reb­be nel­la con­di­zio­ne di en­tra­re con i car­riar­ma­ti in ca­sa di Pu­tin, avan­zan­do di un me­tro. Per quan­to tem­po an­co­ra la Li­bia ri­mar­rà di­vi­sa, non è da­to sa­pe­re. Sap­pia­mo pe­rò che la no­stra di­plo­ma­zia è chia­ma­ta a gio­ca­re una del­le par­ti­te più de­li­ca­te e com­ples­se del­la sto­ria dell’ita­lia re­pub­bli­ca­na.

Que­sta par­ti­ta ri­chie­de uni­tà.

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