DA AMI­CI­ZIA A ZIO GLI 80 AN­NI DEL CAV IN VEN­TI PA­RO­LE

Il Gazzettino (Pordenone) - - Da Prima Pagina - DI MA­RIO AJEL­LO

Ot­tant’an­ni in 20 pa­ro­le. Po­treb­be­ro es­se­re 200 o 2.000 o 200.000 per­ché il ti­po - Sil­vio Ber­lu­sco­ni che og­gi com­pie 80 an­ni e per la pri­ma vol­ta di­ce di ave­re la co­scien­za del tem­po che è pas­sa­to: «Or­mai so­no un pa­triar­ca» - è no­to­ria­men­te tor­ren­zia­le in tut­to: nel­la re­to­ri­ca, nel­le co­se fat­te, su­bi­te, su­pe­ra­te, nel mo­do di por­si den­tro il flus­so del­la sto­ria ita­lia­na in buo­na par­te da lui mo­del­la­ta ne­gli ul­ti­mi de­cen­ni. «Con­fes­so che ho vis­su­to», po­treb­be es­se­re que­sto il ti­to­lo - ru­ba­to a quel co­mu­ni­sta di Pa­blo Ne­ru­da - di un’au­to­bio­gra­fia di Sil­vio.

AMI­CI­ZIA. Una del­le ri­vo­lu­zio­ni ber­lu­sco­nia­ne, ri­spet­to all’ita­lia clas­si­ca do­ve gli af­fet­ti non si esi­bi­va­no sul­la sce­na pub­bli­ca, è sta­ta quel­la dell’ami­ci­zia con­ti­nua­men­te ri­ven­di­ca­ta. Quel­la con Gian­ni Let­ta, quel­la con Fe­de­le Con­fa­lo­nie­ri che pro­prio in que­ste ora rac­con­ta: «In­sie­me ab­bia­mo per­cor­so una me­ra­vi­glio­sa cor­sa di 43 an­ni di so­da­li­zio. Ma io so­no sem­pre re­sta­to sul se­di­le di die­tro». Ma in po­li­ti­ca, pa­ro­la di Sil­vio: «Non ho nes­su­no che pos­so chia­ma­re ami­co». Gli ami­ci so­no ri­ma­sti quel­li di pri­ma.

BAR­RIE­RE. Al­cu­ne le ha fran­tu­ma­te, unen­do spic­chi del cen­tro e del­la de­stra ita­lia­na: i po­st-fa­sci­sti, cer­ta de­mo­cri­stia­ne­ria, la co­sid­det­ta mag­gio­ran­za si­len­zio­sa, i ben­pen­san­ti e i con­ser­va­to­ri, i li­be­ra­li e gli an­ti-co­mu­ni­sti. Al­tre bar­rie­re le ha al­za­te: quel­la tra i mo­de­ra­ti e la si­ni­stra. Ve­di vo­ce se­guen­te.

CULTURA. Uno dei pi­la­stri cul­tu­ra­li di Sil­vio sta in que­sto con­si­glio che un gho­st wri­ter die­de a Ri­chard Ni­xon: «Se spac­chia­mo il Pae­se a me­tà, pos­sia­mo pren­der­ci la me­tà più gros­sa».

DEL­FI­NI. La ri­cer­ca è co­min­cia­ta quan­do ave­va 70 an­ni. Il ri­sul­ta­to lo sin­te­tiz­za lui stes­so: «C’è sem­pre più bi­so­gno di Sil­vio».

ECU­ME­NI­SMO. Non stu­pi­sca que­sta pa­ro­la re­vi­sio­ni­sta. Non è ve­ro che Ber­lu­sco­ni sia un de­ci­sio­ni­sta. Non è ve­ro che im­pon­ga la sua vo­lon­tà. Non è ve­ro che sia un au­to­cra­te o un au­to­ri­ta­rio. Sem­mai, l’op­po­sto - per­fi­no trop­po: «Io so­no buo­no e fac­cio squa­dra, Ren­zi è cat­ti­vo ed è un so­li­sta» - e a par­te che nei suoi in­te­res­si azien­da­li non è sta­to ca­pa­ce, o non ha vo­lu­to, im­por­si dav­ve­ro.

FOR­TU­NA. Bi­so­gna sa­per­la con­qui­sta­re, aven­do «il so­le in ta­sca». Il suo ha bril­la­to, tra al­ti e bas­si, per 80 an­ni.

GIO­CA­RE. Sil­vio «ho­mo lu­dens» e «puer ae­ter­nus»: «Chi non sor­ri­de fa ma­le a se stes­so e agli al­tri». L’ita­lia ha cer­ca­to di far­si con­ta­mi­na­re da que­sto spi­ri­to che pri­ma ha tra­vol­to il mon­do del­la tiv­vù - la Rai di col­po di­ven­tò bar­bo­sa e fu co­stret­ta a mo­der­niz­zar­si - e poi l’in­te­ra sfe­ra pub­bli­ca.

IN­NO­VA­ZIO­NE. «Io ri­ce­vo 200 let­te­re al gior­no e so­no del­le mas­sa­ie, fe­li­ci per­ché ho re­ga­la­to lo­ro la li­ber­tà con le mie televisioni che guar­da­no al mat­ti­no men­tre fan­no i me­stie­ri di ca­sa. Se pen­sas­si di en­tra­re in po­li­ti­ca, io non fa­rei il bor­go­ma­stro di Mi­la­no, ma fon­de­rei un par­ti­to rea­ga­nia­no, pun­te­rei pro­prio su quel mon­do, pren­de­rei la mag­gio­ran­za dei vo­ti e go­ver­ne­rei il Pae­se».

LEA­DER­SHIP. Ov­via­men­te ca­ri­sma­ti­ca. MA­NO­VRE. Quel­le dei giu­di­ci, dei co­mu­ni­sti, del «vec­chio esta­blish­ment», dell’eu­ro­pa ma­tri­gna, dei po­te­ri in­ter­na­zio­na­li che avreb­be­ro tra­ma­to per far­lo ca­de­re del 2011. Il dark si­de del su­per-io è la sin­dro­me del com­plot­to.

NA­ZIO­NAL-PO­PO­LA­RE. Fin da bam­bi­no si è sen­ti­to co­sì: «Gio­ca­vo con tut­ti. Con i fi­gli dei be­ne­stan­ti e con i fi­gli dei po­ve­ri». Da im­pren­di­to­re ha in­si­sti­to sul­la stra­da del pop e an­che suc­ces­si­va­men­te: a qua­le sta­ti­sta sa­reb­be mai ve­nu­to in men­te di re­car­si a una fe­sta di ra­gaz­zi nel­lo spro­fon­do del­lo squal­lo­re na­po­le­ta­no di Ca­so­ria, con tut­ti i guai pub­bli­ci e pri­va­ti che so­no de­ri­va­ti? Ma la paz­za idea, pro­fon­da­men­te pop, di crea­re un «par­ti­to li­be­ra­le di mas­sa» (co­py­right Gian­ni Ba­get Boz­zo) po­te­va ve­ni­re in men­te so­lo a lui.

OCCHETTO. Nel fac­cia a fac­cia elet­to­ra­le

del ‘94, tra Ber­lu­sco­ni e Occhetto, la pet­ti­na­tu­ra, l’abi­to, la re­to­ri­ca, i rit­mi e gli sguar­di di que­st’ul­ti­mo han­no co­di­fi­ca­to nell’im­ma­gi­na­rio pub­bli­co l’idea di si­ni­stra. Ed è sta­to Sil­vio, tra ame­ri­ca­ni­smo e ot­ti­mi­smo, a sti­mo­la­re que­sta co­di­fi­ca­zio­ne. Du­ra­ta fi­no all’av­ven­to di Ren­zi.

PASSIONI. «La po­li­ti­ca non mi ha mai ap­pas­sio­na­to». Ha det­to Ber­lu­sco­ni in oc­ca­sio­ne di que­sto suo com­plean­no. Non è ve­ro. E ne­gli ul­ti­mi an­ni, du­ran­te tut­te le sue tra­ver­sie, ha sem­pre ri­pe­tu­to: «Il per­so­na­le non è po­li­ti­co». Non è ve­ro nean­che que­sto, co­me s’è di­mo­stra­to ai suoi dan­ni.

QUAT­TRO. I «Quat­tro doc­to­res» era il no­me del­la band in cui, sul­le na­vi da cro­cie­ra, Sil­vio can­ta­va e suo­na­va il bas­so e Fi­del Con­fa­lo­nie­ri sta­va al pia­no.

RI­VO­LU­ZIO­NE. Li­be­ra­le o con­ser­va­tri­ce. «La mia pri­ma ri­vo­lu­zio­ne l’ho fat­ta fon­dan­do Mi­la­no 2». Poi cer­can­do di dif­fon­de­re l’idea del­lo «Sta­to mi­ni­mo», os­sia non in­va­den­te né pre­va­ri­ca­to­re, o mi­schian­do po­li­ti­ca e an­ti-po­li­ti­ca (Gril­lo è un epi­go­no), o in ge­ne­ra­le pro­po­nen­do una nuo­va ideo­lo­gia ita­lia­na e ar­ci-ita­lia­na in un cock­tail di iper-con­ti­nui­tà e

iper-mo­der­ni­tà.

SEN­TI­MEN­TA­LI­SMO. «Mi man­ca Mam­ma Ro­sa. Da quan­do non c’è più lei mi sen­to so­lo. An­che se Ma­ri­na mi è fi­glia ma mi è an­che so­rel­la e ma­dre». E Fran­ce­sca? Re­si­ste: an­che se la dif­fe­ren­za d’età ora Sil­vio co­min­cia a sen­tir­la.

TRA­GE­DIE. «La cosa che mi fa più ma­le, do­po tut­ti gli ac­qui­sti, gli sche­mi di giuo­co e gli straor­di­na­ri suc­ces­si che gli ho pro­cu­ra­to, è sta­ta la ces­sio­ne del Mi­lan». L’epo­pea co­min­ciò nel 1986, ora s’è sco­per­to che i co­mu­ni­sti (ci­ne­si) non man­gia­no i bam­bi­ni ma il dia­vo­lo.

UNI­TED STA­TES. Atlan­ti­smo fo­re­ver. «So­no un mi­la­ne­se a stel­le e stri­sce», co­sì si pre­sen­ta­va ai clien­ti ne­gli an­ni ‘70. Poi pe­rò la sco­per­ta .... Ve­di vo­ce se­guen­te.

VLAD. Nel sen­so di Pu­tin. Do­po aver in­ven­ta­to «lo spi­ri­to di Pra­ti­ca di ma­re» («Si de­ve a me se la guer­ra fred­da è fi­ni­ta»), Sil­vio nel suo au­tun­no ha sem­pre di più in­dos­sa­to il col­bac­co.

ZIO. «Vuo­le es­se­re lo zio de­gli ita­lia­ni», di­ce­va di lui Um­ber­to Eco. Ora Sil­vio as­si­cu­ra di vo­ler fa­re so­prat­tut­to il non­no dei suoi ni­po­ti­ni. Dif­fi­ci­le cre­der­ci.

Sil­vio Ber­lu­sco­ni

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