In­si­gne, ta­len­to fi­ni­to in un in­cu­bo Ci­clo­ne De Lau­ren­tiis sui ver­ti­ci

L’ama­rez­za di Lo­ren­zo. Il pre­si­den­te: io li­cen­ziai Ventura do­po tre me­si

Il Mattino (Avellino) - - Primo Piano -

con l’Ita­lia non è In­si­gne. Quin­di, è l’il­lu­sio­ne del ct, la Na­zio­na­le può far­ne a me­no. Ventura, co­me è giu­sto per un ca­po, de­ci­de di te­sta sua. Sce­glie la sua stra­te­gia, la spie­ga, e la im­po­ne an­che sen­za pre­ten­de­re la con­di­vi­sio­ne. In­fat­ti la squa­dra, che pu­re è fat­ta di se­na­to­ri che fin dal Mon­dia­le in Bra­si­le non han­no nel cuo­re il de­sti­no di In­si­gne, pro­va a far­gli ca­pi­re che non è pos­si­bi­le fa­re a me­no di lui. De Ros­si, nel cli­ma di anar­chia to­ta­le, lo la­scia ben ca­pi­re. «Fai en­tra­re lui che dob­bia­mo vin­ce­re», ur­la al pre­pa­ra­to­re In­no­cen­ti che lo in­vi­ta a ri­scal­dar­si. Lui è In­si­gne. Ventura ti­ra drit­to a te­sta bassa, si­cu­ro del­le sue scel­te, met­ten­do in con­to il ri­schio del fal­li­men­to per­so­na­le. An­drà pro­prio co­sì. In­si­gne pian­ge an­co­ra, an­che nel­la not­te di Milano. Nel­lo sta­dio do­ve ha se­gna­to due dei suoi gol più bel­li, pro­prio al Mi­lan che af­fron­te­rà sa­ba­to se­ra. Ha pian­to nel­lo spo­glia­to­io, con Jor­gi­n­ho e Im­mo­bi­le al suo fian­co. In lacrime an­che lo­ro.

Dif­fi­ci­le com­pren­de­re per­ché Ventura lo ab­bia sca­ri­ca­to. Non lo sa nep­pu­re lui. «So­no de­lu­so, non ho pa­ro­le», con­fes­sa ai fra­tel­li che so­no con lui a Milano. Lui­gi Se­pe, il por­tie­re azzurro, suo in­se­pa­ra­bi­le com­pa­gno nel Na­po­li, è tra i pri­mi a pro­va­re a ti­rar­lo su. Lo fa an­che Cas­sa­no. Già, Fan­tan­to­nio: la sua ami­ci­zia con lui sa­reb­be sta­ta al­la ba­se del­le frat­tu­ra in Bra­si­le tra In­si­gne e i vec­chi del­la Na­zio­na­le.

Ora pe­rò è tut­to di­ver­so. Si era il­lu­so, In­si­gne che quel­lo che ave­va fat­to con il Na­po­li ne­gli ul­ti­mi tem­pi avreb­be po­tu­to spin­ge­re Ventura a crea­re una Na­zio­na­le col ve­sti­ti­no su mi­su­ra per lui. Un 4-3-3 a uso e con­su­mo del fan­ta­si­sta di Frat­ta­mag­gio­re. Ventura in que­sta set­ti­ma­na non lo ave­va mai il­lu­so, lo ha giu­di­ca­to un gio­ca­to­re dal­la for­ma im­per­fet­ta, non in gra­do di il­lu­mi­na­re l’Ita­lia. O me­glio, la sua Ita­lia.

E co­sì Ventura è pas­sa­to in po­co tem­po a trat­ta­re In­si­gne non co­me un tra­sci­na­to­re, ma co­me uno qual­sia­si. Nes­su­no scon­tro: Lo­ren­zo ha ac­cet­ta­to le de­ci­sio­ni del ct. No­no­stan­te la sua fan­ta­sia, no­no­stan­te il fat­to che quan­do la pal­la ce l’ha lui, è co­me se ar­ri­vas­se il Set­ti­mo Ca­val­leg­ge­ri. Ora c’è il Na­po­li che lo at­ten­de. «Vo­glia­mo lo scu­det­to, vo­glia­mo es­se­re pri­mi an­che a mag­gio. È l’obiet­ti­vo di tut­ti noi», con­clu­de.

Mau­ri­zio Sar­ri gli ha da­to la pos­si­bi­li­tà di ri­tor­na­re a Ca­stel Vol­tur­no so­lo que­sto po­me­rig­gio. E Lo­ren­zo ne ha ap­pro­fit­ta­to per tra­scor­re­re una se­ra­ta mi­la­ne­se con al­cu­ni suoi fa­mi­lia­ri. È rien­tra­to a Na­po­li in tre­no, ie­ri. La de­lu­sio­ne era an­co­ra tut­ta di­pin­ta in vol­to. De Lau­ren­tiis, a Milano per la riu­nio­ne in Le­ga sui di­rit­ti tv, ha con­tat­ta­to In­si­gne nel cor­so del­la gior­na­ta. Poi, all’usci­ta del­la se­de del­la Le­ga ha spie­ga­to: «La re­spon­sa­bi­li­tà di tut­to è di Ta­vec­chio, l’uni­co re­spon­sa­bi­le del­la di­sfat­ta è lui: ha te­nu­to un bra­vo al­le­na­to­re che io ho man­da­to via do­po tre me­si in se­rie C. Se gio­chi con il 4-2-4 non puoi chia­ma­re In­si­gne per­ché gio­ca in un 4-3-3 do­ve espri­me il suo mas­si­mo­li­vel­lo.Se­tu­fa­iun­dan­noal­la­so­cie­tà, im­pie­gan­do in ma­lo mo­do un no­stro gio­iel­lo, que­sti gioielli a li­vel­lo in­ter­na­zio­na­le ap­pa­io­no co­me non do­vreb­be­ro ap­pa­ri­re. E co­sì l’Ita­lia di­ven­ta una ve­tri­na ne­ga­ti­va e non espo­si­ti­va. Per­ché all’este­ro qual­cu­no po­treb­be di­re che val­go­no me­no di quel­lo che si di­ce. Che de­vo fa­re? Chie­de­re i dan­ni a Ta­vec­chio o al­la Fe­de­ra­zio­ne? Fos­si in Ta­vec­chio me ne an­drei su­bi­to per non fa­re la fi­gu­ra del­lo stu­pi­do. Ma mi­ca so­lo lui, an­che Uva. An­che il Co­ni ha del­le re­spon­sa­bi­li­tà. Ma co­me si fa ad ar­ri­va­re da Con­te a que­sto al­le­na­to­re?». E sul fu­tu­ro non si sbi­lan­cia: «Il mio ct idea­le? Un gio­va­ne di 35 an­ni...».

La nuo­va Ita­lia non po­trà non ri­par­ti­re da In­si­gne. E an­che da Jor­gi­n­ho. «Mi di­spia­ce tan­tis­si­mo per co­me sia an­da­ta, l’Ita­lia non me­ri­ta­va tut­to ciò. Avrei tan­to vo­lu­to fe­steg­gia­re la mia pri­ma par­ti­ta uf­fi­cia­le con la na­zio­na­le».

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