«Ho ca­pi­to che il cor­po è il mio mi­glio­re ami­co»

Il Mattino (Caserta) - - Macro - Si­mo­na An­to­nuc­ci

«Quan­do la pa­dro­na di ca­sa de­ve fa­re a me­no dei suoi bon­sai e del­la Ja­cuz­zi si di­spe­ra. Per lei è una tra­ge­dia. Fa ri­de­re, ma è il ritratto fe­de­le di tan­te per­so­ne di­sa­bi­tua­te a fa­re ri­nun­ce. La pa­ro­la sa­cri­fi­ci non mi pia­ce. Pe­rò mi pia­ce la pa­ro­la fa­ti­ca, è una con­di­zio­ne sa­na. Nul­la ar­ri­va dall’al­to».

«Io rin­gra­zio Id­dio, an­zi no, il cie­lo, non so­no cre­den­te, tut­ti i gior­ni per­ché fac­cio un la­vo­ro me­ra­vi­glio­so. Mi sen­to for­tu­na­ta. Ma con due fi­gli il tem­po è quel­lo che è. Quan­do so­no in tour­née scap­po da lo­ro al­me­no una vol­ta a set­ti­ma­na. Avan­ti, in­die­tro, va­ri­cel­le, riu­nio­ni di clas­se o fe­stic­cio­le. Ed è mol­to do­lo­ro­so quan­do non puoi es­ser­ci. Le ri­nun­ce pro­fes­sio­na­li, quel­le no, non mi han­no fat­to ma­le. Non me ne so­no nean­che ac­cor­ta».

«So­no una me­ra­vi­glia, ma non so­no ne­ces­sa­ri. Una don­na può es­se­re com­ple­ta­men­te don­na an­che sen­za fi­gli. Io ho de­si­de­ra­to di­ven­ta­re mam­ma fin da quan­do so­no na­ta. Ho ri­schia­to di non po­ter­ne ave­re. E quell’an­no di dub­bi mi cam­bia­to la te­sta. Pen­sa­vo: se non sa­rà pos­si­bi­le met­te­re al mon­do qual­cu­no, co­mun­que la­vo­re­rò con i bam­bi­ni. La ma­ter­ni­tà as­sor­be tut­ta la crea­ti­vi­tà fem­mi­ni­le. Ed è per que­sto for­se che gli ar­ti­sti uo­mi­ni so­no più nu­me­ro­si. Ma se non si di­ven­ta mam­me, quell’ener­gia crea­ti­va da qual­che par­te la de­vi met­te­re. Og­gi, ma­dre fe­li­ce, ag­giun­ge­rei che i fi­gli so­no an­che una pal­la al pie­de. E da se­pa­ra­ta, di più». «Giu­stis­si­ma. La don­na de­ve pen­sa­re a se stes­sa co­me in­di­vi­duo au­to­no­mo. Cin­quant’an­ni fa una mo­glie con fi­gli, ca­sa­lin­ga, do­ve­va es­se­re aiu­ta­ta. Og­gi pre­ten­de­re lo stes­so te­no­re di vi­ta si­gni­fi­che­reb­be con­si­de­ra­re il ma­tri­mo­nio una si­ste­ma­zio­ne. As­sur­do. E se tuo ma­ri­to scap­pa con una gon­nel­la più gio­va­ne che fai? Ol­tre a sof­fri­re ti ri­tro­vi con una ma­no da­van­ti e una di die­tro». «Sì. Pro­prio co­sì. Vie­ni fe­ri­ta nel cor­po. Io so­no di­ma­gri­ta mol­to. Le mie ami­che, vi­sto che le don­ne con­si­de­ra­no la ma­grez­za si­no­ni­mo di bel­lez­za, mi di­ce­va­no che sta­vo be­nis­si­mo. Io mi sen­ti­vo be­ne sol­tan­to in sce­na. E un nuo­vo amo­re mi ha gua­ri­ta». «Ado­ro le mie ci­ca­tri­ci. Ta­gli ce­sa­rei e non so­lo. Rac­con­ta­no la mia sto­ria e mi han­no in­se­gna­to tan­to. Che ci vuo­le del tem­po per di­men­ti­ca­re, per gua­ri­re, per cre­sce­re. Pri­ma il ta­glio mi di­ce­va: ec­co­mi qui. Ora: tut­to pas­sa».

«Il de­but­to paz­ze­sco con “Non ci re­sta che pian­ge­re”. Un film in­ter­pre­ta­to per gio­co e mi si è aper­to un mon­do. An­che di stu­dio, no­no­stan­te fos­si una fi­glia d’ar­te, bi­so­gna­va rim­boc­car­si le ma­ni­che. So­no le­ga­tis­si­ma a “Sotto il ri­sto­ran­te ci­ne­se” di Bruno Boz­zet­to, non so­lo per­ché fu il mio pri­mo ruo­lo da pro­ta­go­ni­sta. “Nir­va­na” di Sal­va­to­res ha se­gna­to il gi­ro di boa. “Per­la­sca” è sta­ta la co­sa più bel­la che ho fat­to per la tv. E poi il tea­tro. Nel ‘92 in uno spet­ta­co­lo di Ca­me­ri­ni ho in­con­tra­to Blas, il mio fu­tu­ro ma­ri­to. Sia­mo sta­ti una dit­ta ol­tre che una cop­pia. E il tea­tro era ca­sa».

«Non mi sen­to par­ti­co­lar­men­te bel­la. Carina, sì. E non ci fac­cio nean­che tan­ta at­ten­zio­ne. Nien­te pa­le­stre, nien­te cu­re este­ti­che. Qual­che mas­sag­gio e lun­ghe pas­seg­gia­te nel ver­de. Pe­rò piac­cio. Ma non a pri­ma vi­sta».

Le mu­ra do­me­sti­che, cro­ce e de­li­zia.

IL DE­BUT­TO “Non ci re­sta che pian­ge­re”

Che co­sa ne pen­sa del­la sen­ten­za del­la Cas­sa­zio­ne sul di­vor­zio?

MAM­MA&FI­GLIA Aman­da con­se­gna a Ste­fa­nia il Leo­ne d’oro al­la car­rie­ra E la sua bel­lez­za guar­da con or­go­glio?

Quan­do si par­la di se­gni del tem­po si pen­sa sem­pre e sol­tan­to al­le ru­ghe. Qua­li se­gni con­ser­va con amo­re?

BOOMERANG Al­la Sa­la Um­ber­to (in al­to)

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