L’ur­lo di Tar­del­li: «Fe­de­ra­zio­ne da azzerare è ne­ces­sa­ria la ri­for­ma dei cam­pio­na­ti»

Il Mattino (Salerno) - - Primo Piano - Pi­no Taor­mi­na

Un­di­ci an­ni fa, la cop­pa d’oro nel­le ma­ni di Can­na­va­ro di­ven­ne una spe­cie di ren­di­ta sul­la qua­le far cam­pa­re tut­to il si­ste­ma. Sba­glia­tis­si­mo, non si pro­gram­mò nul­la, si di­la­pi­dò e ba­sta. Pen­sa­va­mo di aver toc­ca­to il fon­do in Su­da­fri­ca e poi in Bra­si­le. Sba­glia­to an­che que­sto: nul­la a che ve­de­re con l’umi­lia­zio­ne sve­de­se. Mar­co Tar­del­li, l’ur­lo più fa­mo­so del mon­do, do­po quel­lo del qua­dro di Mun­ch, spie­ga: «Il cal­cio ita­lia­no do­vrà ri­sa­li­re co­struen­do, cer­can­do gio­va­ni e idee, e in que­sto sen­so ri­par­ti­re do­po aver ra­schia­to il ba­ri­le può es­se­re un van­tag­gio».

Da co­sa può ri­par­ti­re il cal­cio ita­lia­no?

«Si è smar­ri­to to­tal­men­te, non ha più un’iden­ti­tà. Bi­so­gna ri­for­ma­lo com­ple­ta­men­te, in mo­do ra­di­ca­le, net­to».

Co­sa ci ha por­ta­to nel­le te­ne­bre?

«Non è ini­zia­to il de­cli­no po­chi me­si fa o po­chi an­ni fa: gli ul­ti­mi Mon­dia­li so­no sta­ti uno peg­gio dell’al­tro, è una ca­du­ta in ver­ti­ca­le ini­zia­ta nel 2006 al­me­no. E nes­su­no ha com­pre­so i se­gna­li che ar­ri­va­va­no, nes­su­no ha ca­pi­to la gra­vi­tà di cer­te scon­fit­te o di cer­te pre­sta­zio­ni».

Ser­ve un nuo­vo mo­del­lo?

«I gio­va­ni e i cen­tri fe­de­ra­li. E bi­so­gna ri­met­te­re al cen­tro di tut­to i ra­gaz­zi­ni e i set­to­ri gio­va­ni­li. Quan­do gio­ca­vo io c’era­no dei pic­co­li club con dei mae­stri non so­lo di cal­cio ma an­che di vi­ta. Uo­mi­ni che aiu­ta­va­no i ra­gaz­zi­ni co­me me a cre­sce­re, a for­mar­si. Dei ve­ri fa­ri per tut­to».

E ora?

«Nel­la no­stra se­rie A non mi pa­re che la qua­li­tà sia au­men­ta­ta, an­zi è mol­to ca­la­ta. I gio­va­ni non so­gna­no il pas­so se­guen­te, ma su­bi­to il gran­de pal­co­sce­ni­co. Io ave­vo co­na­ti di vo­mi­to pri­ma di en­tra­re in cam­po e non dor­mi­vo di not­te dai dub­bi su me stes­so».

L’idea del­le se­con­de squa­dra da man­da­re in cam­po in se­rie B o in se­rie C?

«No. Non ri­sol­via­mo il pro­ble­ma co­sì. Il pun­to non so­no i cam­pio­na­ti da ri­for­ma­re, il pro­ble­ma è che bi­so­gna ini­zia­re ad azzerare la Fe­de­ra­zio­ne. E non mi ri­fe­ri­sco so­lo al pre­si­den­te ma a tut­ti i li­vel­li. Per­ché si fan­no dan­ni ovun­que».

Bi­so­gna co­min­cia­re da Ta­vec­chio?

«Da lui. Ma giu­sto per tro­va­re il pri­mo. Poi bi­so­gna con­ti­nua­re con tut­ti gli al­tri».

Non è che si ri­schia di ave­re so­lo Ven­tu­ra co­me ca­pro espia­to­rio?

«A noi pia­ce tro­va­re su­bi­to un col­pe­vo­le da da­re in pa­sto all’opi­nio­ne pub­bli­ca. Ma chi l’ha scel­to, chi ha fat­to del­le stra­te­gie che si so­no ri­le­va­te fal­li­men­ta­ri e ma­ga­ri non si ve­do­no, de­vo­no tut­ti la­scia­re le pol­tro­ne che oc­cu­pa­no».

Lei par­la­va di set­to­ri gio­va­ni­li: ma que­sti ra­gaz­zi non ar­ri­va­no mai in pri­ma

«È un fin­to pro­ble­ma. Gli stra­nie­ri so­no ovun­que, an­che in Ger­ma­nia e in Spa­gna che pe­rò so­no or­mai sta­bil­men­te in ci­ma al mon­do. La na­zio­na­le te­de­sca è pie­na di tur­chi e po­lac­chi na­tu­ra­liz­za­ti ma la dif­fe­ren­za la fa la lo­ro or­ga­niz­za­zio­ne. Che è stel­la­re, uni­ca, ini­mi­ta­bi­le».

Un mo­del­lo te­de­sco da imi­ta­re?

«Cer­to, han­no rac­col­to i coc­ci del fal­li­men­to del 2006, si so­no ri­mes­si in di­scus­sio­ne, sen­za con­ce­de­re vi­de di fu­ga a que­sto o quel di­ri­gen­te. Via tut­ti. Ora si è vi­sto a che li­vel­lo so­no».

La ri­for­ma dei cam­pio­na­ti, le tre le­ghe sen­za pro­get­ti con­di­vi­si. Non è sem­pli­ce.

«Per di più la Le­ga di A e quel­la di B so­no com­mis­sa­ria­te e lo sce­na­rio è de­pri­men­te. Ognu­no di­fen­de i suoi in­te­res­si e per­de di vi­sta l’obiet­ti­vo».

Lei de­but­ta con Bear­zot a 21 an­ni e a 23 va in Ar­gen­ti­na. Nel frat­tem­po ha vin­to due scu­det­ti e una cop­pa Ue­fa con la Ju­ven­tus. Non è che i no­stri ma­tu­ra­no trop­po tar­di?

«E pe­ral­tro mol­ti non han­no l’abi­tu­di­ne a gio­ca­re ad al­tis­si­mi li­vel­li. Quel­li che so­no an­da­ti all’este­ro non han­no fat­to be­ne. Il pro­ble­ma del­la no­stra se­rie A è che non c’è più un cam­pio­ne ita­lia­no: dei Del Pie­ro, Tot­ti, Bag­gio e Pir­lo si so­no per­se le trac­ce».

Il cam­pio­ne del mon­do in Spa­gna: «Ri­met­te­re al cen­tro i set­to­ri gio­va­ni­li ri­par­tia­mo dal mo­del­lo te­de­sco»

Co­me mai?

«Per­ché ai ra­gaz­zi­ni si in­se­gna la tat­ti­ca in ma­nie­ra os­ses­si­va. In­ve­ce oc­cor­re­reb­be ri­co­min­cia­re dal gio­co: ma­ga­ri an­che im­po­nen­do agli istrut­to­ri e agli al­le­na­to­ri dei set­to­ri gio­va­ni­li del­le re­go­le. Ma ci vuo­le la vo­glia di far­lo».

Co­sa l’ha de­lu­so di Ita­lia-Sve­zia?

«La Sve­zia ar­ri­ve­reb­be a me­tà clas­si­fi­ca nel no­stro cam­pio­na­to. E poi ri­nun­cia­re a In­si­gne è una co­sa dav­ve­ro in­com­pren­si­bi­le».

Che ruo­li de­vo­no ave­re i club in que­sta fa­se?

«Smet­ta­no di in­tro­met­ter­si nel­le fac­cen­de del­la Na­zio­na­le, sia­no di ap­pog­gio e non di in­tral­cio. La smet­ta­no di la­men­tar­si per pau­ra che si stan­chi­no o si fac­cia­no ma­le».

Gli sta­ge non era­no ma­le?

«La Ger­ma­nia a 366 cen­tri fe­de­ra­li e ades­so pen­sa­no di fa­re al­tri 45 cen­tri di ec­cel­len­za an­co­ra mi­glio­ri per for­ma­re i gio­ca­to­ri più bra­vi di tut­ti. Da qui bi­so­gna ri­co­min­cia­re. Ma ce n’è la vo­glia?».

Ven­tu­ra si do­ve­va di­met­te­re su­bi­to?

«So­no de­lu­so per­ché non lo ho fat­to. Nei playoff ha fat­to con­fu­sio­ne, ha mes­so in cam­po una squa­dra con­fu­sa con Gab­bia­di­ni che ha gio­ca­to in tut­to 36 mi­nu­ti con l’Ita­lia pri­ma di lu­ne­dì».

Per In­si­gne, lei avreb­be cam­bia­to mo­du­lo?

«Chi va in na­zio­na­le de­ve sa­per gio­ca­re in ogni mo­do. Ma fa­re a me­no di lui è sta­ta una co­sa che non tro­va spie­ga­zio­ni».

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