Com’è at­tua­le il «san­to subito»

Il Mattino - - COMMENTI - An­ge­lo Scelzo

In 27 an­ni ha bea­ti­fi­ca­to e ca­no­niz­za­to più san­ti lui di tut­ti i pa­pi mes­si in­sie­me in due­mi­la an­ni di sto­ria del­la chie­sa. Ma non è per que­sto che og­gi quel po­sto toc­ca a lui. La sua via al­la san­ti­tà Gio­van­ni Paolo II l’ha so­lo con­clu­sa sul­la cat­te­dra di San Pie­tro. Era ini­zia­ta mol­to pri­ma, anche se nep­pu­re po­te­va es­se­re con­si­de­ra­to un pre­av­vi­so la stes­sa vo­ca­zio­ne e, via via, quel­la car­rie­ra che da vi­ce par­ro­co di cam­pa­gna, nei pres­si di Cra­co­via, lo por­tò ad es­se­re ve­sco­vo, poi cardinale nel­la cit­tà ja­gel­lo­ni­ca e in­fi­ne pa­pa nel­la già ama­ta Ro­ma, do­ve ave­va com­ple­ta­to gli stu­di. Non esi­sto­no cor­si al­la san­ti­tà, e non è det­to che quel­la del pon­ti­fi­ca­to sia ne­ces­sa­ria­men­te la via più bre­ve. Nem­me­no la più sem­pli­ce, per la ve­ri­tà, se si tie­ne con­to che ne­gli ul­ti­mi 500 an­ni i pon­te­fi­ci sa­li­ti al­la glo­ria de­gli al­ta­ri so­no sta­ti ap­pe­na sei, due san­ti, Pio V e Pio X, e 4 bea­ti. Anche per que­sto la bea­ti­fi­ca­zio­ne di og­gi ha il va­lo­re ag­giun­to di una sor­ta di gran­de fe­sta del pon­ti­fi­ca­to, vi­sto che non era mai ac­ca­du­to che un pa­pa fos­se bea­ti­fi­ca­to dal suo im­me­dia­to suc­ces­so­re.

In que­sta cor­sa un po’ par­ti­co­la­re si par­te tut­ti al­la pa­ri, sen­za nes­sun van­tag­gio ac­qui­si­to. Ma da buon atle­ta, Ka­rol Wo­j­ty­la ha avu­to il pas­so lun­go anche su que­sto trat­to. Ha co­min­cia­to co­sì a pren­de­re la rin­cor­sa e un bel po’ di van­tag­gio già dal­la pri­ma usci­ta, sul­la Log­gia di San Pie­tro, ap­pog­gian­do­si con le due ma­ni al­la ba­lau­stra, e fa­cen­do in­ten­de­re, anche in que­sta po­stu­ra non pro­prio da pa­pa, che ave­va mol­te co­se da di­re e un lun­go di­scor­so da fare. Ave­va il Con­ci­lio ap­pe­na al­le spal­le e da­van­ti, una so­glia da var­ca­re: non da so­lo, ma lui a gui­da di tut­ta la chie­sa e, per­ché no, di un’uma­ni­tà sem­pre più smar­ri­ta e in cer­ca di qual­cu­no in gra­do di in­di­ca­re una stra­da. Il pas­sag­gio da un mil­len­nio all’al­tro l’ab­bia­mo avu­to sot­to gli oc­chi e for­se non ci sia­mo ac­cor­ti ap­pie­no del pri­vi­le­gio che toc­ca­va pro­prio a noi, ge­ne­ra­zio­ne-pon­te che si è tro­va­ta a vi­ve­re un tem­po non pro­prio or­di­na­rio. Wo­j­ty­la è giun­to nel mez­zo. E la sen­sa­zio­ne che si è fat­ta stra­da, ap­pe­na dal­la Log­gia è sce­so nel­la piaz­za e ha gri­da­to quell’in­vi­to: «Non ab­bia­te pau­ra, apri­te, an­zi spa­lan­ca­te le por­te a Cri­sto», è sta­ta quel­la che ave­va­mo bi­so­gno pro­prio di lui: di un «con­dot­tie­ro» spi­glia­to, vi­go­ro­so nei mo­di, e un po’ fuo­ri dal­le stes­se sue re­go­le. Ma so­prat­tut­to di un pa­dre; nel­la fe­de, e non so­lo, per­ché nel frat­tem­po a mol­ti Cri­sto era ve­nu­to a man­ca­re. «I po­sti vuo­ti al ban­chet­to nu­zia­le del Si­gno­re, ha det­to Be­ne­det­to XVI nell’ome­lia del Gio­ve­dì san­to, so­no per noi or­mai non una pa­ra­bo­la, ben­sì una real­tà pre­sen­te, e pro­prio in quei pae­si ai qua­li Egli ave­va ma­ni­fe­sta­to la sua vi­ci­nan­za par­ti­co­la­re». E nei gior­ni e nel cli­ma di que­sta Pa­squa che al­lun­ga i suoi ri­ti al­la bea­ti­fi­ca­zio­ne, Pa­pa Be­ne­det­to pro­prio in Wo­j­ty­la ha in­di­ca­to il se­gno di spe­ran­za di una chie­sa che ha bi­so­gno, più che mai di gran­di te­sti­mo­ni. Gio­van­ni Paolo II non si è ti­ra­to cer­to in­die­tro e, an­zi, ol­tre a pren­der­si cu­ra di co­lo­ro da­van­ti ai qua­li l’im­ma­gi­ne di Cri­sto co­min­cia­va ad ap­pa­ri­re sfo­ca­ta, si è mes­so in cer­ca, ai quat­tro an­go­li del mon­do, di quan­ti non lo ave­va­no ad­di­rit­tu­ra mai co­no­sciu­to. Ha vis­su­to per que­sto e ha fat­to vi­ve­re la sua chie­sa di un’an­sia mis­sio­na­ria che è di­ven­ta­ta il suo re­spi­ro or­di­na­rio.

Era ine­vi­ta­bi­le che un Pa­pa co­sì met­tes­se le ma­ni nel­la sto­ria, fi­no al pun­to, tal­vol­ta, di mo­del­lar­la egli stes­so. Il pen­sie­ro cor­re subito al­la ca­du­ta del mu­ro dei Ber­li­no e al­la dis­so­lu­zio­ne dell’im­pe­ro so­vie­ti­co. Ma è sta­to Wo­j­ty­la per pri­mo, e più vol­te, a fre­na­re su que­sto pun­to. Il mu­ro, af­fer­ma­va, è crol­la­to su se stes­so, a cau­sa dell’er­ro­re in­si­to nel si­ste­ma co­mu­ni­sta. Ave­va vi­sto crol­la­re, e dal vi­vo, pa­gan­do di per­so­na il prez­zo di mol­te sof­fe­ren­ze, l’im­pe­ro del ma­le di stam­po na­zi­sta che pro­prio dall’in­va­sio­ne del­la sua ter­ra, ave­va sca­te­na­to la sua più mi­ci­dia­le fol­lia. Ka­rol Wo­j­ty­la è sta­to pre­so subito dai gor­ghi del­la sto­ria e cer­to non si è ac­con­ten­ta­to di non es­ser­ne tra­vol­to; ha ac­cet­ta­to il con­fron­to, ha lan­cia­to la sua sfi­da. Una e definitiva: quel­la del Van­ge­lo, la so­la com­pa­ti­bi­le ai suoi oc­chi, l’uni­ca ca­pa­ce di por­tar frut­ti. Un «Pa­pa ca­ri­sma­ti­co» l’ha de­fi­ni­to An­drea Riccardi nel­la sua re­cen­te «Bio­gra­fia», che ha aper­to, di fat­to, il cor­so de­gli stu­di sto­ri­ci sul nuo­vo bea­to. Ma, Van­ge­lo al­la ma­no, la sua fer­ma con­vin­zio­ne è sta­ta quel­la che il cri­stia­ne­si­mo rap­pre­sen­tas­se una for­za di li­be­ra­zio­ne per gli uo­mi­ni e i po­po­li. E qui il pen­sie­ro non de­ve cor­re­re lon­ta­no e può fer­mar­si, in­ve­ce, al­la cro­na­ca vi­va di que­sti stes­si gior­ni.

Era­no bam­bi­ni a Ca­sa­blan­ca (e qual­cu­no an­co­ra non na­to) quan­do Gio­van­ni Paolo II in­con­trò, in uno sta­dio tut­to per lo­ro, i gio­va­ni che og­gi scen­do­no in piaz­za per la li­ber­tà e av­vi­ci­na­no l’Afri­ca del nord all’Eu­ro­pa che, pe­rò, non vuo­le sa­per­ne, anche se ora non in­cen­dia­no ban­die­re del mon­do oc­ci­den­ta­le e nep­pu­re sem­bra­no pre­da del fa­na­ti­smo re­li­gio­so. Ec­co una delle que­stio­ni al­le qua­li Wo­j­ty­la avreb­be vo­len­tie­ri mes­so ma­no; e per met­ter­ci so­prat­tut­to il cuo­re, lui co­strut­to­re di pon­ti tra gli uo­mi­ni e tra lo stes­so ter­ri­to­rio dell’Eu­ro­pa, quel­la che, nel­la sua vi­sio­ne, si espan­de dall’Atlan­ti­co agli Ura­li; l’Eu­ro­pa ca­pa­ce di re­spi­ra­re a «due pol­mo­ni», e at­tra­ver­so quel­la dop­pia ci­fra di spi­ri­tua­li­tà tra­smes­sa dai fra­tel­li sla­vi Ci­ril­lo e Me­to­dio.

Pa­pa Wo­j­ty­la guar­da­va al­la sto­ria scru­tan­do­ne gli an­go­li, ma aven­do di mi­ra, al­lo stes­so tem­po, i gran­di sce­na­ri. Era co­sì anche in al­tri cam­pi, e su que­sta scia so­no ve­nu­te via via al­lo sco­per­to le an­ti­no­mie del per­so­nag­gio fuo­ri da­gli sche­mi: Gio­van­ni Paolo II mi­sti­co con i pie­di per ter­ra, pre­cur­so­re sen­za mai da­re le spal­le al­la tra­di­zio­ne. E pa­sto­re uni­ver­sa­le stret­to, pe­rò, e qua­si av­vin­to al­le ra­di­ci di ca­sa, la sua Po­lo­nia e Cra­co­via, poi la se­con­da pa­tria, l’Ita­lia e Ro­ma do­ve è en­tra­to in ogni par­roc­chia co­me un buon par­ro­co nel­le ca­se dei suoi fe­de­li. Ha gi­ra­to il mon­do in lun­go e in lar­go, ma ha com­piu­to dall’al­tra par­te del Te­ve­re, var­can­do il tem­pio del­la Si­na­go­ga, il viag­gio che ha por­ta­to più lon­ta­no lui e la sua chie­sa, for­se an­co­ra in­ti­mi­di­ta dal­la sua au­da­cia.

Un Pa­pa co­sì non po­te­va che es­se­re se­gno di con­trad­di­zio­ne fi­no all’ul­ti­mo: è ac­ca­du­to al­lo­ra che al «gran­de co­mu­ni­ca­to­re» la sof­fe­ren­za fi­si­ca, che ave­va fat­to ir­ru­zio­ne nel­la vi­go­ria de­gli an­ni at­tra­ver­so i col­pi di pi­sto­la di Ali Ag­ca in piaz­za San Pie­tro, ha tol­to, in­fi­ne, la pa­ro­la. Il Pa­pa an­zia­no e ma­la­to si era af­fac­cia­to per l’ad­dio dal­la fi­ne­stra di piaz­za San Pie­tro. Lui per pri­mo sa­pe­va che era­no gli ul­ti­mi gior­ni. Non po­te­va, nè vo­le­va, na­scon­de­re gli sten­ti di un cor­po già lun­ga­men­te pro­va­to. Ma so­prat­tut­to non vo­le­va met­te­re da par­te pro­prio la sof­fe­ren­za, di­ven­ta­ta ul­ti­ma e più elo­quen­te cat­te­dra del suo ma­gi­ste­ro. Vo­le­va di­re a tut­ti, pro­van­do­lo su stes­so, che il do­lo­re non è dan­na­zio­ne, che il pa­ti­men­to non è con­dan­na. E tut­to per­ché il cri­stia­ne­si­mo, con lo scandalo del­la Cro­ce, ha ro­ve­scia­to e ca­po­vol­to, la lo­gi­ca del mon­do. C’era for­se bi­so­gno di chi ri­pren­des­se il fi­lo e cer­cas­se di spie­ga­re, con mag­gior for­za e vi­go­re, que­sta sto­ria un po’ stra­na e co­sì con­tro­cor­ren­te, ap­pe­na ri­vis­su­ta nei ri­ti del­la Set­ti­ma­na san­ta. Ec­co al­lo­ra Wo­j­ty­la.

Gran­de in vi­ta, an­cor più gran­de nei lun­ghi mo­men­ti di com­mia­to dal­la vi­ta ter­re­na, Gio­van­ni Paolo II ha fat­to pre­va­le­re lo stu­po­re per ciò che ha fat­to per­fi­no sul do­lo­re di non aver­lo più con noi. Si è ca­pi­to per­ché di fron­te al­la mor­te del Pa­pa il mon­do si è fer­ma­to e ha trat­te­nu­to il re­spi­ro, co­me a de­cre­ta­re un tem­po di rac­co­gli­men­to do­vu­to, un pla­ne­ta­rio e spon­ta­neo at­to di omag­gio, per­ce­pi­to co­me mo­men­to di svol­ta in que­sto dif­fi­ci­le e tor­men­ta­to ini­zio di mil­len­nio. Se il mon­do è ri­ma­sto at­to­ni­to per­ché ha ca­pi­to, d’un trat­to, che ve­ni­va a tro­var­si più po­ve­ro, la Chie­sa, in quei gior­ni, è par­sa mi­ste­rio­sa­men­te ri­na­sce­re da que­sta mor­te, qua­si a pro­lun­ga­re il tem­po del mi­ste­ro pa­squa­le. E co­me so­mi­glia que­sta vi­gi­lia di bea­ti­fi­ca­zio­ne, al tem­po che, nel­la stes­sa in­cer­ta pri­ma­ve­ra di sei an­ni fa, de­cre­tò in­sie­me la mor­te e l’ini­zio di que­sta nuo­va vi­ta ver­so gli al­ta­ri. Anche og­gi, con l’eco del­la Pa­squa an­co­ra vi­vo, il nuo­vo bea­to – che, raf­fi­gu­ra­to in un araz­zo, tor­na ad af­fac­ciar­si dal­la Log­gia che per 27 an­ni è sta­ta - pro­va ad ac­cor­cia­re, al­la sua ma­nie­ra, le di­stan­ze tra la ter­ra e il cie­lo. l’inar­ri­va­bi­le li­vel­lo spi­ri­tua­le - a ren­de­re straor­di­na­rio Ka­rol Wo­j­ty­la, «nor­ma­le» la sua bea­ti­fi­ca­zio­ne a so­li sei an­ni dal­la mor­te e pre­ve­di­bi­le in tem­pi mol­to bre­vi la ca­no­niz­za­zio­ne vi­sto il di­lu­vio di se­gna­la­zio­ni su nuo­vi mi­ra­co­li che stan­no pio­ven­do da tut­to il mon­do in Va­ti­ca­no. Jo­se­ph Ra­tzin­ger co­no­sce­va Wo­j­ty­la me­glio di tut­ti es­sen­do­ne sta­to il teo­lo­go di ri­fe­ri­men­to per 24 dei 27 an­ni di pon­ti­fi­ca­to, co­me pre­fet­to del­la con­gre­ga­zio­ne per la Dot­tri­na del­la Fe­de. E se per la pri­ma vol­ta do­po un mi­glia­io d’an­ni as­si­stia­mo al­la bea­ti­fi­ca­zio­ne di un pon­te­fi­ce per ope­ra del suc­ces­so­re non è per­ché Ra­tzin­ger ha da­to ret­ta al­la fol­la che il gior­no dei fu­ne­ra­li gri­da­va «San­to subito», quan­to per­ché - al di là del mi­ra­co­lo tec­ni­ca­men­te ne­ces­sa­rio al­la pra­ti­ca - è sta­to un te­sti­mo­ne di­ret­to e au­to­re­vo­le del­la san­ti­tà di Wo­j­ty­la da vi­vo.

Del tut­to col­la­te­ra­le al per­cor­so spi­ri­tua­le è quel­lo sto­ri­co. Quan­do lo in­con­trai nel­la sua ca­sa di Cra­co­via nel no­vem­bre del ’77 per quel­la che è ri­ma­sta la sua uni­ca in­ter­vi­sta po­li­ti­ca, Wo­j­ty­la mi fe­ce un qua­dro mol­to lu­ci­do delle sot­ti­li rap­pre­sa­glie al­le qua­li i cat­to­li­ci po­lac­chi era­no sot­to­po­sti: man­can­za di car­ta e cen­su­re per i gior­na­li, ostacoli di ogni ge­ne­re al­la co­stru­zio­ne di nuo­ve chie­se no­no­stan­te fos­se­ro fi­nan­zia­te per in­te­ro dai cre­den­ti, cer­tez­za di non fare car­rie­ra per i gio­va­ni cat­to­li­ci. E mi dis­se, co­me ho ac­cen­na­to più so­pra, che sen­za li­ber­tà re­li­gio­sa non può es­ser­ci li­ber­tà. Wo­j­ty­la era un lea­der as­so­lu­to. Me ne ac­cor­si quan­do lo vi­di in mez­zo ai gio­va­ni che suo­na­va­no e can­ta­va­no du­ran­te la mes­sa: mai in vi­ta mia ave­vo vi­sto e avrei vi­sto una chie­sa tan­to af­fol­la­ta. Per que­sto il re­gi­me co­mu­ni­sta lo de­te­sta­va. Per que­sto il ca­po del par­ti­to e del go­ver­no, Ed­ward Gie­rek, do­po aver sa­pu­to del mio in­con­tro con lui, ri­fe­ri­to­gli dal­la po­li­zia po­li­ti­ca che non ci la­scia­va un istan­te, an­nul­lò il no­stro in­con­tro già pro­gram­ma­to. Per que­sto la real­po­li­tik va­ti­ca­na ave­va sug­ge­ri­to al­la se­gre­te­ria di Sta­to, co­me avreb­be ri­fe­ri­to l’am­ba­scia­to­re Duc­ci, di ga­ran­ti­re che al­la mor­te di Steg­fan Wyszyn­ski mai l’odia­to Wo­j­ty­la sa­reb­be di­ven­ta­to pri­ma­te di Po­lo­nia. An­dò co­me an­dò. L’uo­mo al qua­le nel no­vem­bre del ’77 ave­vo det­to: «Non sa­reb­be ora di ave­re un pa­pa po­lac­co?», lo sa­reb­be di­ven­ta­to un­di­ci me­si più tar­di get­tan­do nel pa­ni­co l’in­te­ro mon­do co­mu­ni­sta e anche le sue ap­pen­di­ci ita­lia­ne («Il Pa­pa ve­nu­to dal fred­do ci im­pen­sie­ri­va», mio con­fi­dò one­sta­men­te Mas­si­mo D'Ale­ma). E quan­do nell’ottobre del ’98, du­ran­te una tra­smis­sio­ne per i suoi vent’an­ni di pon­ti­fi­ca­to, il pa­pa te­le­fo­nò in di­ret­ta a «Por­ta a por­ta» per rin­gra­zia­re, lo fe­ce a mio giu­di­zio per­ché ave­va vi­sto po­co pri­ma Mi­chail Gor­ba­ciov e Mar­kus Wolf, il po­ten­tis­si­mo ca­po del­la po­li­zia se­gre­ta del­la Ger­ma­nia orien­ta­le, ar­ren­der­si di­nan­zi a lui e di­nan­zi al­la sto­ria. Chis­sà sen­za Wo­j­ty­la quan­ti an­ni avrem­mo do­vu­to aspet­ta­re per ve­de­re il crol­lo del Mu­ro di Ber­li­no... chi lo so­no, e non sem­pre per con­vin­zio­ne, mol­ti, fra que­sti po­chi, per con­ve­nien­za. Scri­ve il pa­dre dei lu­mi nel «Di­zio­na­rio fi­lo­so­fi­co»: «L'im­pe­ra­to­re Co­stan­ti­no co­min­ciò col pro­mul­ga­re un edit­to che per­met­te­va tut­te le re­li­gio­ni, e fi­nì col per­se­gui­tar­le».

La tol­le­ran­za non ha mai avu­to vi­ta fa­ci­le per­ché ognu­no pen­sa che la pro­pria vi­sio­ne del­la vi­ta sia quel­la giu­sta, anche se è pa­le­se­men­te fal­la­ce, e non sop­por­ta che al­tri la met­ta­no in dub­bio. Ac­cet­ta­re, e quin­di le­git­ti­ma­re, i com­por­ta­men­ti po­li­ti­ci, re­li­gio­si, mo­ra­li di­ver­si dai no­stri do­vreb­be es­se­re un do­ve­re. Ma chi lo sen­te co­me ta­le? I più ri­co­no­sco­no i prin­ci­pi che gli fan­no co­mo­do ché a gui­da­re la vi­ta, a dar­le un sen­so, anche se sba­glia­to, so­no gli in­te­res­si e le pas­sio­ni. I buo­ni sen­ti­men­ti li pre­di­ca­no le Chie­se, che non sem­pre fan­no se­gui­re al­le pa­ro­le i fat­ti. Li pre­di­ca­no per­ché non po­treb­be­ro far­ne a me­no, per­ché i buo­ni sen­ti­men­ti so­no un ob­bli­go per chi vuo­le fare pro­se­li­ti in no­me di Dio.

L’in­tol­le­ran­za può es­se­re re­li­gio­sa, po­li­ti­ca, ideo­lo­gi­ca, et­ni­ca, cul­tu­ra­le. La più in­vo­ca­ta è sta­ta per se­co­li la pri­ma, quel­la re­li­gio­sa. La più in­vo­ca­ta ma la me­no pra­ti­ca­ta, so­prat­tut­to nel cam­po del­la fe­de. Non si con­ta­no le guer­re che si so­no com­bat­tu­te in no­me del Ver­bo cri­stia­no contro le set­te ere­ti­che, ree sol­tan­to di non ade­ri­re in to­to al­la dot­tri­na uf­fi­cia­le. Mai tan­to san­gue è sta­to spar­so, mai tan­te cru­del­tà han­no in­fa­ma­to la Sto­ria co­me nel Me­dioe­vo, e nel­la stes­sa età mo­der­na. Epo­che ma­le­det­te in cui il ri­fiu­to di un dog­ma o di una bol­la pa­pa­le si pa­ga­va, da­van­ti al san­to tri­bu­na­le dell’In­qui­si­zio­ne con la tor­tu­ra e il ro­go. Sta­gio­ni buie di cui la Chie­sa non ar­ros­si­rà e non si pen­ti­rà mai ab­ba­stan­za.

Ugual­men­te de­te­sta­bi­le l’in­tol­le­ran­za ideo­lo­gi­ca, can­cro del XX se­co­lo quan­do, do­po la Pri­ma guer­ra mon­dia­le ger­mi­na­ro­no in tut­ta Eu­ro­pa le gran­di dit­ta­tu­re. A quel­la so­vie­ti­ca del 1917, se­gui­ro­no quel­la fa­sci­sta nel 1922, quel­la na­zi­sta nel 1933 e quel­la spa­gno­la nel 1939. Fu la fi­ne del­la li­ber­tà in gran par­te del Vec­chio Con­ti­nen­te. E il trion­fo di tan­ti to­ta­li­ta­ri­smi fu il pro­lo­go al­la se­con­da apo­ca­lis­si pla­ne­ta­ria, con i suoi cin­quan­ta mi­lio­ni di mor­ti. Mor­ti in no­me di che co­sa? Di un’idea di­spo­ti­ca­men­te uni­ver­sa­li­sti­ca, di prin­ci­pi astrat­ti e ir­rea­liz­za­bi­li, di vo­ca­zio­ni mil­le­na­ri­sti­che, di pre­sun­zio­ni raz­zi­sti­che. Le co­se so­no an­da­te co­me so­no an­da­te, l’epi­lo­go è quel­lo che sap­pia­mo. Le de­mo­cra­zie oc­ci­den­ta­li han­no avu­to la me­glio sul­le ideo­lo­gie na­zi­fa­sci­ste, ma l’in­tol­le- ran­za è so­prav­vis­su­ta, in­car­na­ta in due bloc­chi che si di­chia­ra­ro­no la più sub­do­la delle guer­re: quel­la fred­da.

La ca­du­ta del mu­ro di Ber­li­no, l’im­plo­sio­ne dell’Urss, sui­ci­da­ta­si po­li­ti­ca­men­te ed eco­no­mi­ca­men­te, han­no po­sto fi­ne al con­flit­to Est-Ove­st, tra­sfor­man­do in fra­gi­li de­mo­cra­zie quel­le po­po­la­ri sa­tel­li­ti. Poi qual­co­sa è cam­bia­to e nuo­vi sce­na­ri han­no in­fo­schi­to, rab­buian­do­li, gli oriz­zon­ti. Se la Vec­chia Eu­ro­pa, che ne ave­va vi­ste tan­te, e tan­te anche fat­te, po­te­va spe­ra­re in un gra­dua­le re­cu­pe­ro del sen­ti­men­to di tol­le­ran­za, l’11 set­tem­bre, co­me un ful­mi­ne, ha fol­go­ra­to le il­lu­sio­ni. L’Eu­ro­pa non ar­ma­va più i pro­pri eser­ci­ti per au­to­di­strug­ger­si, le ideo­lo­gie sem­bra­va­no aver fat­to il pro­prio tem­po, ma ri­na­sce­va la più esi­zia­le, la più spa­ven­to­sa delle in­tol­le­ran­ze: quel­la re­li­gio­sa.

Sta­vol­ta non era la cri­stia­ni­tà a pren­de­re l’ini­zia­ti­va e a lan­cia­re le sue sco­mu­ni­che e i suoi bi­got­ti e fe­ro­ci agit-prop contro i dis­si­den­ti. Era un’an­ti­ca fe­de del vi­ci­no Orien­te, poi dif­fu­sa­si in mez­zo mon­do: l’Islam. La pre­di­ca­zio­ne de­gli in­ter­pre­ti e dei se­gua­ci di Mao­met­to non co­no­sce la tol­le­ran­za, al­me­no nel­le con­fra­ter­ni­te estre­mi­ste che mi­ra­no non so­lo al pa­sco­lo delle lo­ro ani­me, non so­lo al­la con­ver­sio­ne di quel­le che si ri­chia­ma­no ad al­tri Ver­bi, ma anche al­la con­qui­sta e al go­ver­no de­gli uo­mi­ni. Quel­la isla­mi­ca è una re­li­gio­ne im­pe­ria­li­sta, che vuo­le espan­der­si ol­tre i pro­pri con­fi­ni. E per far­lo non ri­cor­re ne­ces­sa­ria­men­te a me­to­di or­to­dos­si, ma anche ad at­ti ter­ro­ri­sti­ci, fra cui lo spi­ci­nio delle Tor­ri Ge­mel­le di New York è sta­to il più spa­ven­to­sa­men­te em­ble­ma­ti­co e am­mo­ni­to­re.

L’Islam fon­da­men­ta­li­sta, che gra­zie a Dio e a Al­lah, non è mag­gio­ri­ta­rio, esi­ge di per sé la tol­le­ran­za ma non è di­spo­sto a fare al­cu­na con­ces­sio­ne, con­si­de­ra­ta una ri­nun­cia a un idea­le di su­pre­ma­zia as­so­lu­ta e in­con­te­sta­bi­le. Mu­ta­tis mu­tan­dis, vor­rem­mo anche noi scri­ve­re co­me Vol­tai­re: «Al­la Bor­sa di Am­ster­dam, di Lon­dra, di Su­rat, di Bas­so­ra... l’ebreo, il mu­sul­ma­no, il bra­mi­no, il cri­stia­no gre­co, il cri­stia­no ro­ma­no, il cri­stia­no pro­te­stan­te, il quac­che­ro, traf­fi­ca­no in­sie­me; nes­su­no di lo­ro le­ve­rà il pu­gna­le l’uno contro l’al­tro per gua­da­gna­re ani­me al­la pro­pria re­li­gio­ne. Per­ché, al­lo­ra, ci sia­mo scan­na­ti a vi­cen­da, qua­si sen­za in­ter­ru­zio­ne, dal pri­mo Con­ci­lio di Ni­cea in poi?».

Ai let­to­ri La ru­bri­ca «Ri­spon­de Lu­bra­no», per mo­ti­vi di spa­zio, è rin­via­ta a do­me­ni­ca pros­si­ma

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