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Il Messaggero - - Cronache -

RO­MA Vio­len­ze sot­to­va­lu­ta­te, de­nun­ce igno­ra­te, stu­pri con­si­de­ra­ti ca­si iso­la­ti e che in­ve­ce si ri­pe­to­no nel­le fe­di­ne pe­na­li di chi abu­sa e ag­gre­di­sce. Con­trol­lan­do i ca­sel­la­ri giu­di­zia­ri dei pro­ta­go­ni­sti dei cri­mi­ni ses­sua­li più ef­fe­ra­ti, spes­so si scopre che so­no ric­chi di pre­ce­den­ti spe­ci­fi­ci. Non ba­sta­no con­dan­ne se­ve­re, ser­ve an­che la pre­ven­zio­ne, un mo­ni­to­rag­gio più ser­ra­to di chi ri­sul­ti pre­giu­di­ca­to per rea­ti si­mi­li. An­che per­ché, no­no­stan­te una le­gi­sla­zio­ne sem­pre più strin­gen­te, che pre­ve­de pe­ne da 5 a 10 an­ni di re­clu­sio­ne, e da 7 a 14 an­ni se la vit­ti­ma ha me­no di 10 an­ni, lo stu­pro ri­ma­ne uno dei rea­ti più dif­fi­ci­li da di­mo­stra­re in fa­se pro­ces­sua­le. Per i pm che coor­di­na­no le in­da­gi­ni, de­ter­mi­nan­te è so­prat­tut­to il fat­to­re tem­po. Quan­do si in­ter­vie­ne con mi­su­re cau­te­la­ri tem­pe­sti­ve, a ri­dos­so dei fat­ti, le con­dan­ne so­no pe­san­ti. Ma riu­sci­re a pro­va­re il cri­mi­ne nel­la sua com­ples­si­tà,

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