CAL­CIO FEM­MI­NI­LE, VIA A UNA NUO­VA ERA

La Gazzetta dello Sport - - Opinioni - di ALES­SAN­DRA BOCCI

Non è l’era ze­ro, ma po­co ci man­ca. Og­gi par­te il cam­pio­na­to di cal­cio fem­mi­ni­le con uno spi­ri­to di­ver­so e una di­ver­sa tu­te­la da par­te del­la Fe­der­cal­cio. La stra­da or­mai è trac­cia­ta: le gran­di so­cie­tà so­no cal­da­men­te in­vi­ta­te a par­te­ci­pa­re e la Ju­ve ha rac­col­to l’in­vi­to. Al­tri club di al­ta fa­scia, si spe­ra, si met­te­ran­no pre­sto in re­go­la con le nor­me fe­de­ra­li: il set­to­re gio­va­ni­le or­mai è un ob­bli­go, e il re­sto do­vreb­be es­se­re un pia­ce­re. La Fio­ren­ti­na cam­pio­ne d’Ita­lia in­se­gna qual­co­sa: il cal­cio del­le ra­gaz­ze è sport bel­lo, pu­li­to, per ora ma­ga­ri po­co par­te­ci­pa­to, ma che co­sa suc­ce­de­reb­be se ci fos­se un cam­pio­na­to fem­mi­ni­le com­ple­to, da gio­ca­re ma­ga­ri in ab­bi­na­ta al ma­schi­le il sa­ba­to po­me­rig­gio o la do­me­ni­ca mat­ti­na, pri­ma dei gran­di match? Non è uto­pia, ma qual­co­sa che la Fe­der­cal­cio in fon­do spe­ra, e che a tut­ti quel­li che ama­no lo sport do­vreb­be pia­ce­re. Ba­sta con cer­te inu­ti­li e ve­tu­ste bar­rie­re, ba­sta con pre­giu­di­zi pur­trop­po ben co­no­sciu­ti e spe­ri­men­ta­ti an­che da ra­gaz­zi­ne di 15 an­ni. Vi­ve­re nel pre­giu­di­zio è no­ci­vo per tut­ti, a tut­ti i li­vel­li.

Il cal­cio fem­mi­ni­le ha fac­ce bel­le. Ha fac­ce fre­quen­ta­te da­gli spon­sor in Pae­si co­me gli Sta­ti Uni­ti o il Bra­si­le, per non par­la­re del Nord Eu­ro­pa. Il cal­cio fem­mi­ni­le ha una sua ti­to­la­ri­tà in na­zio­ni che for­se so­no me­no nel pal­lo­ne, di­cia­mo co­sì, ri­spet­to all’Ita­lia, ma il da­to non de­ve in­gan­na­re. È vero che ne­gli Usa il cal­cio è uno sport da ra­gaz­ze più che da ra­gaz­zi, ma è al­tret­tan­to vero che si gio­ca dif­fu­sa­men­te, e be­ne, in Ger­ma­nia, la pa­tria dei cam­pio­ni del mon­do. L’Ita­lia è un pia­ne­ta a par­te, si sa, nel qua­le una don­na che par­la di pal­lo­ne sem­bra stra­na co­me un Do­do, ani­ma­le estin­to e va­ga­men­te mi­to­lo­gi­co. Ep­pu­re il cal­cio fem­mi­ni­le fun­zio­na per­fet­ta­men­te in In­ghil­ter­ra, Pae­se non esat­ta­men­te a mi­su­ra di don­na pal­lo­na­ra. Ma qui non si trat­ta di ideo­lo­gie da bar e fi­lo­so­fie da pub: l’In­ghil­ter­ra ha eso­ne­ra­to un com­mis­sa­rio tec­ni­co del­la na­zio­na­le ses­si­sta e bul­li­sta, il che già di per sé è un con­tro­sen­so. Un pa­ra­dos­so che le strut­tu­re fe­de­ra­li in­gle­si so­no sta­te ca­pa­ci di do­mi­na­re.

In Ita­lia non ab­bia­mo di que­sti pro­ble­mi: il cor­ret­tis­si­mo Ca­bri­ni è sta­to di­mis­sio­na­to per por­ta­re al­la Na­zio­na­le una gui­da fem­mi­ni­le, ma que­sto c’en­tra po­co con il cam­pio­na­to che va a co­min­cia­re. Il nuo­vo torneo è una pro­va im­por­tan­te per tut­ti quel­li che la­vo­ra­no nel mo­vi­men­to del cal­cio fem­mi­ni­le, ma non so­lo. Que­sta non è una bat­ta­glia dei ses­si, qui non ci so­no gua­da­gni gran­di o pic­co­li da con­fron­ta­re. C’è una pic­co­la ri­vo­lu­zio­ne da com­bat­te­re, e un bel cam­pio­na­to con le ma­glie dei club più co­no­sciu­ti sa­reb­be un be­ne per tut­ti. Sa­reb­be una ri­vo­lu­zio­ne de­li­zio­sa, sen­za spar­gi­men­to di dan­ni.

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