Arun­d­ha­ti Roy C’è trop­pa vio­len­za: bi­so­gna ri­de­fi­ni­re la ri­cet­ta del­la fe­li­ci­tà

La Lettura - - Il Di­bat­ti­to Del­le Idee - da Lon­dra PAO­LO GIOR­DA­NO

Una del­le pro­ta­go­ni­ste del ro­man­zo di Arun­d­ha­ti Roy, Il mi­ni­ste­ro del­la su­pre­ma fe­li­ci­tà, è un er­ma­fro­di­to. Si chia­ma An­jum, un no­me che de­ri­va da An­ju­man, «as­sem­blea». For­se non esi­ste un mo­do al­tret­tan­to pre­ci­so di de­scri­ve­re an­che Arun­d­ha­ti Roy: un’as­sem­blea, un ra­du­no di vo­ci, do­ve tut­to e tut­ti de­vo­no tro­va­re ac­co­glien­za. Im­pos­si­bi­le se­pa­ra­re in lei ciò che è let­te­ra­rio da ciò che è po­li­ti­co, il rea­le dall’im­ma­gi­na­to. L’ho in­con­tra­ta a Lon­dra in un al­ber­go vi­ci­no a Co­vent Gar­den, si è pre­sen­ta­ta da so­la, nes­sun ad­det­to stam­pa co­me guar­dia del cor­po. Al­la fi­ne del no­stro dia­lo­go ha de­fi­ni­to la co­la­zio­ne che ve­ni­va ser­vi­ta al pia­no di sot­to «im­pe­ria­li­sta». Po­treb­be sem­bra­re un com­pli­men­to per una co­la­zio­ne, ma non lo era di cer­to nel suo vo­ca­bo­la­rio per­so­na­le.

Do­po la pub­bli­ca­zio­ne di Il dio del­le pic­co­le co­se (1997), Roy si è de­di­ca­ta al­la sag­gi­sti­ca mi­li­tan­te. Si è op­po­sta al­la co­stru­zio­ne di una di­ga sul fiu­me Nar­ma­da in In­dia. Ha so­ste­nu­to i mu­sul­ma­ni nel­la guer­ra per la se­ces­sio­ne del Kash­mir. Si è uni­ta ai ri­bel­li del Jhar­khand e del Ch­hat­ti­sga­rh con­tro le com­pa­gnie mi­ne­ra­rie, che vo­glio­no cac­cia­re le tri­bù dal­le fo­re­ste per ave­re ac­ces­so ai gia­ci­men­ti di bau­xi­te. Ha de­nun­cia­to il si­ste­ma on­ni- pre­sen­te del­le ca­ste e osa­to cri­ti­ca­re il Ma­hat­ma Gan­d­hi. Di tut­to que­sto ha scrit­to. E tut­to que­sto è il ter­re­no nel qua­le si è ra­di­ca­ta la sua se­con­da ope­ra di nar­ra­ti­va, ar­ri­va­ta do­po vent’an­ni.

La sto­ria è in­tri­ca­ta, af­fol­la­ta, inquieta tan­to nel­lo spa­zio quan­to nel tem­po (e nel­lo sti­le). L’al­tro per­no del­la vi­cen­da, ol­tre all’ec­cen­tri­ca An­jum, è Ti­lo, in­tor­no al­la qua­le gra­vi­ta­no pa­rec­chi uo­mi­ni, ognu­no con il suo ruo­lo spe­ci­fi­co nel pa­no­ra­ma so­cia­le in­dia­no: il gior­na­li­sta Na­ga, l’agen­te dei ser­vi­zi se­gre­ti Gar­son Ho­bart, il ri­bel­le Mu­sa e il suo an­ta­go­ni­sta, Am­rik Sin­gh, det­to il «Ma­cel­la­io» per la bru­ta­li­tà con cui tor­tu­ra e uccide i com­bat­ten­ti del Kash­mir. La que­stio­ne mu­sul­ma­na è quel­la che oc­cu­pa più spa­zio, ma non è af­fat­to l’uni­ca. Ci so­no an­che la di­ga, i ri­bel­li del­la fo­re­sta, l’oc­ci­den­te ipo­cri­ta e i crea­to­ri di no­ti­zie fal­se.

Roy stes­sa lo di­ce: Il mi­ni­ste­ro del­la su­pre­ma fe­li­ci­tà «non è un li­bro: è una cit­tà. Ci vie­ne spie­ga­to in con­ti­nua­zio­ne di che co­sa par­la­no i li­bri, ed è co­sì an­che nel­la vi­ta rea­le: tut­to è di­ven­ta­to un “te­ma”. Ma, se scri­vi su un te­ma, il tuo ro­man­zo an­drà a ri­ca­de­re im­me­dia­ta­men­te in una del­le ca­te­go­rie pre­con­fe­zio­na­te. Sei un’esper­ta del Kash­mir? Sei un’esper­ta di ca­ste? Sei un’esper­ta di tran­sgen­der? C’è una gran­de mac­chi­na che ci spin­ge a

Vent’an­ni do­po «Il dio del­le pic­co­le co­se» l’au­tri­ce tor­na con un ro­man­zo quan­do sem­bra­va aver ab­ban­do­na­to per sem­pre la nar­ra­ti­va. «So­no la ra­gaz­za del li­mi­te — di­ce a Pao­lo Gior­da­no — tut­ti i con­fi­ni mi at­tra­ver­sa­no: geo­gra­fia, re­li­gio­ni, ses­sua­li­tà, po­li­ti­ca, vi­ta e mor­te», cioè vi­vi e mor­ti. Per que­sto non ha scrit­to un li­bro, ma de­scrit­to una cit­tà: tut­ta la sua mi­li­tan­za fi­ni­sce in que­sta epo­pea in­dia­na do­ve si in­con­tra­no le bat­ta­glie del Kash­mir e del­le tri­bù del­le fo­re­ste, con­tro le di­ghe e con­tro il si­ste­ma del­le ca­ste. Per­ciò quel ti­to­lo si­gni­fi­ca che...

pen­sa­re in que­sto mo­do. Per quan­to mi ri­guar­da, l’aria è il te­ma del ro­man­zo. Tut­to ciò che si muo­ve nell’aria». Quan­do ha com­ple­ta­to la pri­ma ste­su­ra?

«Non ho del­le ve­re ste­su­re. La­vo­ro in mo­do stra­no, svi­lup­pan­do il li­bro in mol­te di­re­zio­ni si­mul­ta­nea­men­te. Mi in­te­res­sa co­me i va­ri pez­zi si com­bi­na­no tra lo­ro. Pro­ce­do per stra­ti, dan­do via via pro­fon­di­tà. Que­sti vent’an­ni di viag­gi nel­la fo­re­sta e in Kash­mir: tut­to si è se­di­men­ta­to len­ta­men­te in me. Nei pri­mi an­ni di scrit­tu­ra ho ge­ne­ra­to so­prat­tut­to fu­mo, poi ho cer­ca­to len­ta­men­te di dar­gli una for­ma».

Ho sem­pre pen­sa­to che ave­re a che fa­re per trop­po tem­po con la real­tà po­tes­se ren­de­re l’im­ma­gi­na­zio­ne po­co in­te­res­san­te, per­fi­no fri­vo­la. In mol­ti de­vo­no es­ser­si con­vin­ti che non sa­reb­be più tor­na­ta al­la nar­ra­ti­va.

«Per me la fic­tion è sem­pre sta­ta la for­ma su­pre­ma. Co­sì su­pre­ma che non ave­va im­por­tan­za se scri­ve­vo o me­no un al­tro ro­man­zo. Do­po Il dio del­le pic­co­le co­se, do­po che so­no di­ven­ta­ta que­sta per­so­na as­sur­da­men­te fa­mo­sa nel mio Pae­se, l’In­dia ha co­min­cia­to a cam­bia­re mol­to ra­pi­da­men­te. Era il pe­rio­do dei te­st nu­clea­ri. C’era una gran­de ur­gen­za di in­ter­ve­ni­re». Non c’è sem­pre una gran­de ur­gen­za di in­ter­ve­ni­re, ovun­que nel mon­do?

«In In­dia ac­ca­de­va in una ma­nie­ra più cru­da. E io ave­vo que­sta vi­si­bi­li­tà, po­te­vo fa­re qual­co­sa, in­flui­re in quel pre­ci­so mo­men­to. Si trat­ta­va di un’ur­gen­za mol­to pra­ti­ca. Per esem­pio, quan­do ho scrit­to In mar­cia con i ri­bel­li c’era una ta­le en­fa­si nei me­dia, tut­ti si pre­pa­ra­va­no a en­tra­re in guer­ra. Ogni gior­no in te­le­vi­sio­ne ri­pe­te­va­no: “Ter­ro­ri­sti, ter­ro­ri­sti, ter­ro­ri­sti!”. Il sem­pli­ce fat­to di es­se­re pub­bli­ca­ta sul­la pri­ma pa­gi­na di un gior­na­le, di po­ter di­re: “Que­sto è ciò che sta dav­ve­ro suc­ce­den­do, que

ste so­no le com­pa­gnie mi­ne­ra­rie, que­sta è la gen­te” da­va al­le per­so­ne coin­vol­te una pau­sa. Non avreb­be fer­ma­to il pro­ces­so, ma con­ce­de­va lo­ro del tem­po. Non sei mai in to­ta­le con­trol­lo del tuo po­sto nel mon­do, e nem­me­no di ciò che puoi scri­ve­re, per­ché c’è co­sì tan­ta pres­sio­ne in­tor­no. In que­sto mo­men­to so­no sot­to pro­ces­so per ol­trag­gio al­la cor­te. Un pro­fes­so­re di­sa­bi­le è sta­to ac­cu­sa­to di es­se­re un ter­ro­ri­sta. È sta­to in­car­ce­ra­to, la sua se­dia a ro­tel­le è sta­ta di­strut­ta, co­sì do­ve­va stri­scia­re sul pa­vi­men­to del­la cel­la. Io lo co­no­sco mol­to be­ne. Ec­co, se suc­ce­de una co­sa co­me que­sta de­vi fer­mar­ti, de­vi agi­re per­ché lui ven­ga ri­la­scia­to. Al­me­no per una not­te de­vi fer­mar­ti e scri­ve­re».

Qual­co­sa di si­mi­le suc­ce­de an­che ai suoi per­so­nag­gi: non agi­sco­no qua­si mai in ra­gio­ne dei lo­ro de­si­de­ri, del­la lo­ro vo­lon­tà. Ven­go­no schiaf­feg­gia­ti da­gli even­ti ester­ni. Non tro­va fa­ti­co­so, a vol­te, che tut­ti que­sti ma­li dell’In­dia com­pri­ma­no la sua vi­ta?

«Non la com­pri­mo­no, la espan­do­no in­ve­ce. Per­ché ti in­se­gna­no che non hai tu il con­trol­lo. Che puoi so­lo ge­sti­re le si­tua­zio­ni». Ave­va una via di fu­ga do­po il suc­ces­so. Ha scel­to di re­sta­re a De­lhi.

«Ho mol­ti ami­ci che pos­so­no di­re: “Me ne an­drò a New York, me ne an­drò a Lon­dra”. Io ven­go da un pic­co- lo vil­lag­gio del Ke­ra­la (dov’è am­bien­ta­to Il dio del­le pic

co­le co­se, ndr) e mi so­no tra­sfe­ri­ta a De­lhi. So­no co­sì col­le­ga­ta al­le per­so­ne che amo. È sem­pli­ce­men­te im­pen­sa­bi­le che di­ca: “Scu­sa­te­mi, ho una via di fu­ga” a tut­ti lo­ro che in­ve­ce non ce l’han­no. L’an­no scor­so, men­tre sta­vo fi­nen­do il li­bro, le co­se han­no pre­so una brut­ta pie­ga, mi so­no spa­ven­ta­ta e so­no ve­nu­ta qui. Ma nean­che al­lo­ra vo­le­vo scap­pa­re. Vo­le­vo sem­pli­ce­men­te fi­ni­re il li­bro. E ades­so è suc­ces­so di nuo­vo. Due me­si fa, in Kash­mir, l’eser­ci­to ha le­ga­to un ci­vi­le kash­mi­ro da­van­ti a un car­ro ar­ma­to. I sol­da­ti han­no an­nun­cia­to che lo avreb­be­ro usa­to co­me scu­do uma­no. Ov­via­men­te la mag­gior par­te de­gli in­dia­ni di­ce­va: “Cer­to, do­vre­ste le­gar­li tut­ti ai car­ri ar­ma­ti!”, e il go­ver­no ha da­to un ri­co­no­sci­men­to d’ono­re al sol­da­to re­spon­sa­bi­le. Poi un si­to pa­ki­sta­no ha pub­bli­ca­to del­le no­ti­zie fal­se su di me, di­cen­do che ero an­da­ta in Kash­mir e... dei pet­te­go­lez­zi, in­som­ma. Un at­to­re di Bol­ly­wood è in­ter­ve­nu­to di­cen­do: “An­che Arun­d­ha­ti Roy do­vreb­be es­se­re le­ga­ta a un car­ro ar­ma­to”. Tut­ti i so­ste­ni­to­ri del­la de­stra gli so­no an­da­ti die­tro. In­fi­ne un al­tro si­to ha mo­stra­to che le ac­cu­se con­tro di me era­no sol­tan­to del­le men­zo­gne, ma or­mai mi­lio­ni di per­so­ne ci ave­va­no cre­du­to».

Quan­do è di­ven­ta­ta «as­sur­da­men­te fa­mo­sa» era­va­mo in un tem­po pre-so­cial me­dia. Og­gi la dif­fu­sio­ne di no­ti­zie fal­se è mol­to più ra­pi­da. An­che le con­se­guen­ze so­no più vio­len­te?

«Mol­to più vio­len­te. Ma i so­cial me­dia so­no so­lo una par­te del pro­ble­ma. Ades­so io ven­go chia­ma­ta bu­giar­da, ma so­no una pri­vi­le­gia­ta a es­se­re chia­ma­ta bu­giar­da. Ci so­no fol­le di in­dù che am­maz­za­no a bot­te le per­so­ne per stra­da, con ac­cu­se co­me: “Ha man­gia­to car­ne di muc­ca”, op­pu­re: “L’ho vi­sto col­pi­re una vac­ca”. Ven­go­no mas­sa­cra­ti per stra­da, in cit­tà. In pre­sen­za dei po­li­ziot­ti. Nes­su­no com­pren­de che si­tua­zio­ne spa­ven­to­sa di sta crean­do. E i so­cial me­dia ven­go­no usa­ti co­me uno stru­men­to. Sa che cos’è Wha­tsApp?». Be’, sì...

«In In­dia è mol­to po­po­la­re. Su Wha­tsApp ci so­no que­sti grup­pi: qual­cu­no man­da la fo­to di un mu­sul­ma­no che pic­chia una per­so­na, una fo­to fal­sa, ma­ga­ri di un fat­to che è suc­ces­so mol­to lon­ta­no, co­sì esplo­de una ri­vol­ta. A vol­te la con­se­guen­za è che ven­ti­mi­la mu­sul­ma­ni ven­go­no cac­cia­ti da un vil­lag­gio. Con le don­ne è an­co­ra peg­gio. Se una don­na co­me me di­ce qual­co­sa ba­sta­no po­chi se­con­di per­ché mi­glia­ia di per­so­ne co­min­ci­no a scri­ve­re: “Do­vreb­be es­se­re uc­ci­sa, do­vreb­be es­se­re stu­pra­ta, do­vreb­be es­se­re le­ga­ta a un car­ro ar­ma­to!”. Es­se­re ce­le­bre è una pro­te­zio­ne, ma è an­che il con­tra­rio di una pro­te­zio­ne. In que­st’era di tweet un li­bro co­me que­sto, scrit­to in die­ci an­ni, è una pe­sca for­tu­na­ta per le fran­ge vio­len­te. Ba­sta che pren­da­no una fra­se a ca­so per an­nun­cia­re: “Ec­co, Arun­d­ha­ti Roy ha scrit­to que­sto. Do­vreb­be es­se­re uc­ci­sa, e il suo li­bro proi­bi­to”. Ma poi­ché l’In­dia è un “mer­ca­to aper­to”, poi­ché è con­si­de­ra­to un luo­go di in­ve­sti­men­to fa­vo­re­vo­le, nes­su­no vuo­le sa­pe­re que­ste co­se. Si con­ti­nua a di­re che l’In­dia è una gran­de

IL­LU­STRA­ZIO­NE DI AN­TO­NEL­LO SILVERINI

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