Sen­za leg­ge la fe­de non ce la fa

La Lettura - - Il Dibattito Del­le Idee - Di MAR­CO VENTURA

Mark Gol­d­fe­der è rab­bi­no, av­vo­ca­to e giu­di­ce dei tri­bu­na­li ebrai­ci. Im­pe­gna­to con la Eu­ro­pean Aca­de­my of Re­li­gion di Bo­lo­gna, spie­ga a «la Let­tu­ra» co­me il di­rit­to strut­tu­ri e raf­for­zi il cre­do e co­me il cre­do dia ani­ma e giu­sti­zia al di­rit­to. Ne­gli Sta­ti Uni­ti di­fen­de i car­ce­ra­ti mu­sul­ma­ni che non vo­glio­no far­si ta­glia­re la bar­ba e as­si­cu­ra: se non mi­nac­cia le mi­no­ran­ze, l’or­go­glio na­zio­na­le non è il ma­le

Mark Gol­d­fe­der è un astro na­scen­te del­la re­li­gio­ne ame­ri­ca­na. Tren­tu­nen­ne, rab­bi­no, av­vo­ca­to, giu­di­ce nei tri­bu­na­li ebrai­ci di Chi­ca­go e To­ron­to, è ora pro­fes­so­re pres­so il Cen­tro per lo stu­dio del di­rit­to del­la re­li­gio­ne del­la Emo­ry Uni­ver­si­ty di Atlan­ta. Può es­se­re con­si­de­ra­to il più au­to­re­vo­le ere­de, nel­la sua ge­ne­ra­zio­ne, del ce­le­bre storico e giu­ri­sta Ha­rold Ber­man, che fu l’ani­ma del Cen­tro. Co­me il pro­te­stan­te Ber­man, gran­de at­to­re nel­le re­la­zio­ni rus­so-ame­ri­ca­ne do­po la caduta del co­mu­ni­smo, l’ebreo Gol­d­fe­der stu­dia e vi­ve la re­li­gio­ne pen­san­do in gran­de: ai con­flit­ti re­li­gio­si, al­la po­li­ti­ca glo­ba­le, al ruo­lo del­le fe­di nel nuo­vo mil­len­nio. Il suo ruo­lo di pri­mo pia­no nel­la Eu­ro­pean Aca­de­my of Re­li­gion sin­te­tiz­za una du­pli­ce am­bi­zio­ne: quel­la isti­tu­zio­na­le dell’Aca­de­my bo­lo­gne­se, at­to­re cul­tu­ra­le e po­li­ti­co in Eu­ro­pa, nel Nord Afri­ca, nel Me­dio Orien­te e nel Cau­ca­so; quel­la in­di­vi­dua­le di Gol­d­fe­der, cam­pio­ne di una nuo­va ge­ne­ra­zio­ne di pro­ta­go­ni­sti re­li­gio­si del sa­pe­re e dell’agi­re.

Mark Gol­d­fe­der, dal­la no­mi­na a giu­di­ce in un Be­th Din ebrai­co…

«Or­di­na­zio­ne».

«No, ap­pun­to. Da noi an­che per di­ven­ta­re giu­di­ci è ne­ces­sa­ria una or­di­na­zio­ne. Dun­que ho avu­to una pri­ma or­di­na­zio­ne co­me rab­bi­no e poi una nuo­va e di­ver­sa or­di­na­zio­ne co­me giu­di­ce».

C’è mol­ta leg­ge nel­la sua re­li­gio­ne.

«Che io sap­pia sia­mo l’uni­ca re­li­gio­ne in cui una di­scus­sio­ne sull’in­ter­pre­ta­zio­ne di un con­trat­to se­con­do le fon­ti ebrai­che può es­se­re con­si­de­ra­to un at­to di de­vo­zio­ne».

Pe­rò lei eser­ci­ta an­che fuo­ri dai tri­bu­na­li rab­bi­ni­ci.

«Di­fen­do la li­ber­tà re­li­gio­sa. Do­ve è ne­ces­sa­rio. An­che in Me­dio Orien­te e nel­lo Sta­to di Israe­le. E ne­gli Sta­ti Uni­ti, na­tu­ral­men­te. Ul­ti­ma­men­te ho aiu­ta­to al­cu­ni de­te­nu­ti mu­sul­ma­ni cui il re­go­la­men­to del car­ce­re im­po­ne­va il ta­glio del­la bar­ba. Ce l’ab­bia­mo fat­ta, i giu­di­ci di va­ri Sta­ti han­no in­giun­to al­le au­to­ri­tà pe­ni­ten­zia­rie di ri­spet­ta­re il pre­cet­to re­li­gio­so».

Pro­prio si­cu­ro che di­rit­to e re­li­gio­ne deb­ba­no sta­re co­sì vi­ci­ni?

«La re­li­gio­ne dà al di­rit­to l’ani­ma, il sen­so, la giu­sti­zia. Il di­rit­to strut­tu­ra la re­li­gio­ne, la di­fen­de, la raf­for­za».

«È una um­brel­la or­ga­ni­za­tion, un’or­ga­niz­za­zio­ne che fe­de­ra mol­ti cen­tri, in­di­vi­dui e iniziative. Mi pia­ce che con­ce­pi­sca lo stu­dio del­la re­li­gio­ne in mo­do am­pio, lar­go. Si pre­oc­cu­pa mol­to del­la re­li­gio­ne nel­lo spa­zio pub­bli­co. Di chi va di­fe­so per­ché ag­gre­di­to a cau­sa del­la sua re­li­gio­ne, e an­che di chi va di­fe­so dal­la re­li­gio­ne».

Un’ac­ca­de­mia per stu­dia­re le re­li­gio­ni. Ma si può dav­ve­ro stu­dia­re la re­li­gio­ne?

«Ne­gli ul­ti­mi de­cen­ni è cre­sciu­ta la ri­cer­ca com­pa­ra­ti­va. Si so­no com­pa­ra­te re­li­gio­ni di­ver­se».

Non sem­bra en­tu­sia­sta di ciò.

«Non lo so­no, in­fat­ti, se la ri­cer­ca è fi­na­liz­za­ta ad ar­mo­niz­za­re le re­li­gio­ni, a can­cel­la­re le dif­fe­ren­ze. A co­strui­re dall’ester­no una fin­ta re­li­gio­ne mo­de­ra­ta».

E al­lo­ra?

«È ne­ces­sa­rio che ogni co­mu­ni­tà si im­mer­ga nel­la pro­pria tra­di­zio­ne, ne ap­pro­fon­di­sca fon­ti, in­se­gna­men­ti e pre­cet­ti».

Dun­que uno stu­dio del­la re­li­gio­ne dall’in­ter­no, fat­to da «in­si­der».

«Fat­to da in­si­der, sì. La pro­spet­ti­va in­ter­na è fon­da­men­ta­le per­ché la re­li­gio­ne è una co­sa vi­va, è tra­di­zio­ne vi­ven­te. Se non la si stu­dia dall’in­ter­no, si per­do­no le sfu­ma­tu­re, le sot­ti­gliez­ze, il sa­po­re. La Eu­ro­pean Aca­de­my of Re­li­gion ha com­pre­so que­sto fat­to fon­da­men­ta­le».

Mol­ti stu­dio­si so­no in­ve­ce con­vin­ti che la ve­ra ri­cer­ca scien­ti­fi­ca sia quel­la dall’ester­no. Im­par­zia­le, neu­tra­le.

«Cre­do in uno stu­dio fat­to da in­si­der ma ac­ces­si­bi­le agli ou­tsi­der. Un ap­proc­cio cri­ti­co è ne­ces­sa­rio. En­tram­bi gli aspet­ti, in­ter­no ed ester­no, de­vo­no es­se­re com­po­sti in un sa­no equi­li­brio».

C’è an­che pre­oc­cu­pa­zio­ne tra gli ac­ca­de­mi­ci per uno stu­dio del­la re­li­gio­ne pie­ga­to al­le esi­gen­ze po­li­ti­che dei go­ver­ni e del­le stes­se re­li­gio­ni. In par­ti­co­la­re, og­gi, tut­ti in­vo­ca­no il dia­lo­go in­ter­re­li­gio­so.

«Se i go­ver­ni han­no un in­te­res­se sin­ce­ro per il dia­lo­go dob­bia­mo aiu­tar­li. La no­stra ri­cer­ca può for­ni­re agli at­to­ri ele­men­ti im­por­tan­ti sul­le ra­di­ci dei pro­ble­mi».

E sul­le so­lu­zio­ni ai pro­ble­mi?

«Nel mon­do glo­ba­le fac­cia­mo tut­ti i con­ti con le stes­se gran­di que­stio­ni. Ba­sti pen­sa­re al­la fa­mi­glia. So­no necessarie ri­spo­ste glo­ba­li. La Eu­ro­pean Aca­de­my of Re­li­gion ha il com­pi­to di ra­gio­na­re in pro­spet­ti­va, di iden-

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