Nel fi­lo­so­fo Mel­vil­le la pa­ro­la è mi­ste­ro

La Lettura - - Libri Narrativa Straniera - IDA BOZZI

Una na­vi­ga­zio­ne fi­lo­so­fi­ca nei ca­po­la­vo­ri di Her­man Mel­vil­le, co­me Mo­by Dick e Bar­tle­by, è pro­po­sta dal vo­lu­me di sag­gi Mel­vil­le’s

Phi­lo­so­phies, usci­to ne­gli Sta­ti Uni­ti e cu­ra­to da Bran­ka Ar­sic e K. L. Evans (Bloom­sbu­ry, pp. 410, $120). Se­di­ci stu­dio­si ri­flet­to­no in al­tret­tan­ti ca­pi­to­li sul­la ri­cer­ca che Mel­vil­le con­du­ce co­me nar­ra­to­re (già com­men­ta­to da Blan­chot, De­leu­ze, Der­ri­da e al­tri), ma an­che co­me pen­sa­to­re. Un Mel­vil­le fi­lo­so­fo, che si in­ter­ro­ga sul rea­le af­fron­tan­do­ne uno dei con­fi­ni vi­si­bi­li, quel­lo del­le pa­ro­le. E che cri­ti­ca il ri­du­zio­ni­smo dell’epo­ca: non la scien­za, ben­sì il fat­to di sem­pli­fi­ca­re le co­se del mon­do ai mi­ni­mi ter­mi­ni em­pi­ri­ci. La con­sa­pe­vo­lez­za, ad esem­pio, che la «ba­le­na» di cui egli scri­ve non è rea­le (an­zi è so­lo «qual­co­sa» cui per uso dia­mo un no­me) apre die­tro il vo­ca­bo­lo (e die­tro il rea­le ) scor­ci im­per­scru­ta­bi­li. Ed è a quell’im­per­scru­ta­bi­le che Mel­vil­le aspi­ra, e for­se at­tin­ge.

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