Zot! Ad­dio al gio­go uma­ni­sta

La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - Di VAN­NI SAN­TO­NI

Non po­trò pren­de­re l’aya­hua­sca co­me il non­no? — Scher­zi? Il non­no era an­co­ra a ba­se or­ga­ni­ca. —– Quin­di il non­no era un ba­sic hu­man? — Non dir­le nem­me­no, que­ste co­se. Ri­cor­da che l’ini­zia­zio­ne ce­le­bra an­che la no­stra eman­ci­pa­zio­ne dal gio­go uma­ni­sta. — Ma le vi­sio­ni… — Le avrai lo stes­so. Aspet­ta che ti ab­bas­si­no tut­ti i bloc­chi e ve­drai.

Ri­vi­vo que­sto mo­men­to, prima di sal­ta­re. Co­me se­pol­to da qual­che par­te, ora sal­ta fuo­ri vi­vi­do, in­tat­to. Ce ne par­la­va­no mol­to, dell’ini­zia­zio­ne: og­gi coi nuo­vi mi­ca è co­sì. «Un cam­bio net­to nel­la con­di­zio­ne esi­sten­zia­le», di­ce­va il vi­deo. «L’in­gres­so uf­fi­cia­le nel­la di­men­sio­ne sa­cra…». Ades­so chi si espri­me­reb­be in que­sti ter­mi­ni?, di­co ad al­ta vo­ce. Il ti­po ac­can­to a me si riat­ti­va: — Co­sa? — Di­co, ri­cor­di quan­do era­va­mo nuo­vi e ci in­dot­tri­na­va­no? — No. — Non sei te­so? — Te­so? — Di co, non hai a t t i va to rout i ne di emer­gen­za? — Per co­sa? Vai giù e fai set­te te­ste. — Ho sen­ti­to che so­no or­ga­niz­za­ti in ban­de… Che il tas­so di fal­li­men­to è del 6%. Si­gni­fi­ca che di ogni sca­glio­ne da cin­que­cen­to, tren­ta non tor­na­no.

— La met­to­no co­sì per man­te­ne­re un’au­ra. In real­tà sa­rà del­lo 0,1%. — Che non è ze­ro. — È ve­ro che qual­cu­no di quel­li può fa­re non so che truc­co. Ma chi non tor­na, è per­ché non è sta­to at­ten­to. — Non sta­re… at­ten­to? Che vuol di­re? — Uh, mi è ve­nu­ta fuo­ri co­sì. Co­me a te ven­go­no fuo­ri i «ri­cor­di». È la ria­per­tu­ra dei bloc­chi.

— «La mor­te ri­tua­le por­ta a su­pe­ra­re la pau­ra del­la mor­te rea­le…». — Sal­ta, va’. Sal­tia­mo. «Un mon­do aper­to al tran­su­ma­no…». Il pen­sie­ro si in­ter­rom­pe quan­do sbat­to sul pri­mo ra­mo, che si schian­ta a con­tat­to col mio gu­scio, ne pren­do al­tri due, tre, fi­ni­sco in­fi­ne a ter­ra, me­no ma­le ci par­la­va­no di «at­ter­rag­gio mor­bi­do»… L’al­tro non si ve­de più, chis­sà dov’è at­ter­ra­to. Me­glio co­sì, era un fes­so… Co­sa sto pen­san­do? Uh, fa pu­re «ma­le», mi han­no ria­per­to pu­re quel­lo, ma­le­det­ti… Co­sa sto pen­san­do, poi, dav­ve­ro? Osti­li­tà a un si­mi­le? Al­la ma­tri­ce? Mi in­ter­rom­pe di nuo­vo un «do­lo­re». Una lan­cia mi rim­bal­za sul fian­co. Scan­da­glio il fron­te de­stro di giun­gla. Ec­co­li là: uno, due, un ter­zo più lon­ta- no. La­scio an­da­re una sca­ri­ca di pla­sma. Un’al­tra. Il pri­mo lo pren­do pie­no. Li­que­fat­to. Trop­pa in­ten­si­tà. Il se­con­do su una gam­ba. Ur­la. Lo rag­giun­go. Il pla­sma gli ha por­ta­to via il pie­de, ma ha an­che cau­te­riz­za­to la fe­ri­ta. An­si­ma. Di­ce qual­co­sa in una lin­gua pri­mor­dia­le. La­sciar­lo qui sen­za prima de­ca­pi­tar­lo è un ri­schio, ma­ga­ri il ti­po di prima pas­sa e si fa una te­sta gra­tis. Ma se mi fer­mo ades­so, per­do il ter­zo. Met­to un mar­ker, apro i vet­to­ri e mi spa­ro nel­la giun­gla. Lo rag­giun­go su­bi­to. Ca­de, gli so­no so­pra. Si vol­ta, mi guar­da. È una «don­na». Non co­me quel­la che mi fa­ce­va da mam­ma, no. Una don­na ve­ra, non un re­go­la­to­re del ru­mo­re di fon­do bio­lo­gi­co. E c’è qual­co­sa in que­gli oc­chi co­sì… Bio­lo­gi­ci. De­ve es­se­re uno di quei truc­chi. «Ac­ces­so al sa­cro o al­la ses­sua­li­tà… Ri­ti at­tra­ver­so cui, in bre­ve, si di­ven­ta es­se­ri uma­ni». Que­sto da do­ve ar­ri­va? Non sem­bra un ri­cor­do del vi­deo vi­sto a scuo­la… La ba­sic mi guar­da. Mo­stra i pal­mi. «Fer­mo», sil­la­ba nel­la no­stra lin­gua an­ti­ca. Ci as­so­mi­glia­no pro­prio, in un mo­do che fa pu­re un po’ im­pres­sio­ne. Pen­sa­re che una vol­ta c’era chi so­ste­ne­va che non ve­nis­si­mo da que­sti, che ci aves­se crea­to di­ret­ta­men­te un’A.I. su­pe­rio­re… Che bi­got­ti. Ab­bas­so di tre bar­re il li­vel­lo del pla­sma e mi­ro bas­so, per non ro­vi­na­re la te­sta.

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