Il bi­so­gno di una sto­ria va­le quan­to una sto­ria

Rac­con­ti Lu­ca Do­ni­nel­li de­di­ca quat­tro no­vel­le a «La co­no­scen­za di sé»: tre trat­ta­no il te­ma dell’omo­ses­sua­li­tà, una è la vi­cen­da di un se­gre­to non sve­la­to. L’im­pian­to ideo­lo­gi­co dell’au­to­re non è una li­mi­ta­zio­ne ma ci soc­cor­re. Co­me una map­pa

La Lettura - - Libri Narrativa Italiana - Di DA­NIE­LE GIGLIOLI

Il nar­ra­to­re mi­te, il to­no pia­no, i per­so­nag­gi per­ples­si ma ir­ri­du­ci­bi­li nel non ar­ren­der­si al pro­prio la­bi­rin­to, le si­tua­zio­ni su­bi­to de­li­nea­te in po­che fra­si, le do­man­de sen­za ri­spo­sta ma più an­co­ra le ri­spo­ste di cui non si sa quale fos­se la do­man­da, che fan­no la so­stan­za del­le quat­tro ter­se no­vel­le rac­col­te in La co­no­scen­za di sé, Lu­ca Do­ni­nel­li può per­met­ter­se­le per­ché è uno scrit­to­re di for­te im­pian­to ideo­lo­gi­co. Non ben­ché, ma pro­prio per­ché. In ge­ne­re si cre­de il con­tra­rio ma è un er­ro­re. Un for­te im­pian­to ideo­lo­gi­co non si­gni­fi­ca ave­re la ri­spo­sta pron­ta su tut­to, trin­cia­re giu­di­zi sen­za bi­so­gno di pen­sa­re. Si­gni­fi­ca invece ave­re una map­pa at­ten­di­bi­le, e sul­la map­pa ci so­no scrit­ti an­che i luo­ghi pe­ri­co­lo­si, quel­li do­ve non si vor­reb­be an­da­re, quel­li in cui ci si per­de­reb­be, i Pae­si di cui non si sa la lin­gua e quel­li in cui gli usi so­no estra­nei o ne­mi­ci. Una buo­na map­pa, una map­pa one­sta, com­pren­de quan­do è ta­le an­che i vuo­ti. Una map­pa non so­sti­tui­sce mai la de­ci­sio­ne di av­ven­tu­rar­ci­si, ma per­met­te di far­lo a ra­gion ve­du­ta, sen­za sgo­men­to.

Qua­li so­no dun­que i luo­ghi in cui Do­ni­nel­li si av­ven­tu­ra? Non le iso­le del te­so­ro o le fo­re­ste can­ni­ba­li, ma le pie­ghe mi­ni­me in cui il tes­su­to del vi­ve­re si sot­trae, cam­bia ver­so, ri­flet­te al­tre sfu­ma­tu­re di co­lo­re. Tre rac­con­ti su quat­tro di que­sta rac­col­ta ruo­ta­no in­tor­no al te­ma dell’iden­ti­tà ses­sua­le. Una ra­gaz­za scon­ten­ta reim­ma­gi­na la sua bio­gra­fia co­me se fos­se quel­la di un ado­le­scen­te pro­ble­ma­ti­co di un sob­bor­go in­gle­se, e co­strui­sce i suoi amo­ri e il suo per­cor­so ar­ti­sti­co a par­ti­re da un pas­sa­to scel­to, ac­cet­ta­to nei suoi do­lo­ri più che nel­le sue rea­liz­za­zio­ni. Una gio­va­ne le­sbi­ca sco­pre l’at­tra­zio­ne per il ses­so ma­schi­le (in­te­so co­me pe­ne prima che co­me psi­co­lo­gia) at­tra­ver­so l’in­con­tro con un ra­gaz­zo in­na­mo­ra­to di lei. Un in­tel­let­tua­le e scrit­to­re ses­san­ten­ne can­di­da­to al No­bel (e co­me mi­ni­mo al­lo Stre­ga) ve­de in­cri­na­ta la sua sod­di­sfa­zio­ne di sé per il fat­to di aver let­to su un gior­na­le free press una fra­se sen­za sen­so ap­pa­ren­te pro­nun­cia­ta da un poe­ta bar­bo­ne, e ini­zia una ri­cer­ca che lo por­ta a ri­ve­der­si col suo mae­stro di un tem­po — omo­ses­sua­le, ca­ri­sma­ti­co, un tem­po do­mi­nus del­la sce­na let­te­ra­ria e ar­ti­sti­ca ita­lia­na, da 35 an­ni ri­ti­ra­to­si a col­ti­va­re fio­ri in una val­le sviz­ze­ra — da cui era sta­to ri­pu­dia­to. Il se­gre­to su di sé, di cui è in cer­ca, si tro­va so­lo nel­le pa­ro­le dell’al­tro, il quale pe­rò non sa di pos­se­der­lo né di aver­glie­lo ri­ve­la­to, co­me già nel­le sto­rie pre­ce­den­ti.

An­che l’uni­co rac­con­to in cui la te­ma­ti­ca omo­ses­sua­le non com­pa­re è la sto­ria di un se­gre­to non sve­la­to (una vec­chia cie­ca, un’or­fa­na do­di­cen­ne, la ve­ra vi­cen­da del­la sua fa­mi­glia, che la cie­ca non le pa­le­sa pur met­ten­do­la in con­di­zio­ne di in­da­gar­la, sco­prir­la e sop­por­tar­la).

La ve­ri­tà è sem­pre nel­lo sguar­do dell’al­tro, ma non co­me un pos­ses­so o una po­ten­za. Piut­to­sto un even­to che si com­pie e si esau­ri­sce nell’at­to stes­so di ac­ca­de­re e di cui le pa­ro­le pos­so­no co­glie­re so­lo l’alo­ne cir­co­stan­te, lo sfon­do che tre­pi­da, l’istan­te so­spe­so prima che il pen­nel­lo ini­zi a di­pin­ge­re. L’es­sen­zia­le è al­tro­ve ma l’al­tro­ve è qui, qui vi­ci­no, a due pas­si da noi. L’istan­te de­ci­si­vo è sem­pre, i mo­men­ti di ri­ve­la­zio­ne si di­stin­guo­no da­gli al­tri so­lo per­ché ri­ca­pi­to­la­no una sal­vez­za già dis­se­mi­na­ta dap­per­tut­to, an­che se mai ga­ran­ti­ta. Nien­te con­ver­sio­ni, nien­te truc­chi dia­let­ti­ci. L’omo­ses­sua­li­tà non è l’op­po­sto ma il ro­ve­scio, la pie­ga, il pos­si­bi­le del rap­por­to tra i ses­si. Il pas­sa­to non ha di­rit­ti ul­ti­ma­ti­vi su nul­la, ma nem­me­no il fu­tu­ro può far sì che ciò che è sta­to non sia sta­to. La pro­sa di Do­ni­nel­li per­se­gue la con­ti­nui­tà, non lo strap­po — co­sì di­ver­sa, in que­sto, da quel­la di un au­to­re per lui im­por­tan­te co­me Gio­van­ni Te­sto­ri, for­se adom­bra­to nel­la fi­gu­ra del mae­stro ri­nun­cian­te in fu­ga sui mon­ti.

E con­ti­nuo e sen­za co­stu­re è an­che il pae­sag­gio, il mon­do fi­si­co, una Mi­la­no re­sa in una pit­tu­ra to­na­le, mai afo­sa e mai fred­da, mai mi­se­ra e mai chias­so­sa­men­te, sfac­cia­ta­men­te opu­len­ta, al­me­no nel «se­mi­cen­tro» in cui si am­bien­ta­no i rac­con­ti. Ar­te dell’hu­mi­li­tas crea­tu­ra­le (co­sì dif­fi­ci­le da ren­de­re in un con­te­sto me­tro­po­li­ta­no), do­ve agli sfon­di estre­mi del suo pre­ce­den­te ro­man­zo apo­ca­lit­ti­co, Le

co­se sem­pli­ci (Bom­pia­ni), è co­me se ve­nis­se con­ces­sa un’al­tra pos­si­bi­li­tà, più som­mes­sa ma non me­no vi­vi­da pur tra i suoi chia­ro­scu­ri. An­che in que­sto gio­va a Do­ni­nel­li che il suo im­pian­to ideo­lo­gi­co sia sal­do: l’in­si­cu­rez­za ama e odia gli stril­li a cui è co­stret­ta, il con­vin­ci­men­to può pren­der­si ca­ri­co di tut­to, an­che di ciò che par­reb­be trop­po co­mu­ne per es­se­re nar­ra­to.

C’è un pas­so mol­to bel­lo del­la prima no­vel­la in cui la pro­ta­go­ni­sta ca­pi­sce che se la sto­ria del suo al­ter ego Wil­liam le cor­ri­spon­de co­sì tan­to è per­ché, più che una sto­ria ve­ra e pro­pria, è piut­to­sto «il bi­so­gno di una sto­ria». Lo stes­so si può di­re de­gli al­tri per­so­nag­gi. Le man­can­ze, le in­sod­di­sfa­zio­ni, i di­lem­mi so­no rea­li, ma non spaz­za­no mai via in no­me di un’al­te­ri­tà ra­di­ca­le la con­si­sten­za, in pri­mo luo­go fi­si­ca, di ciò che c’è. Quel­lo di Do­ni­nel­li è un rea­li­smo at­mo­sfe­ri­co in cui non si scor­go­no porte soc­chiu­se su­gli in­fe­ri o sui cie­li. La pros­si­ma vol­ta che rim­pro­ve­re­re­mo all’ideo­lo­gia l’ec­ces­so di sod­di­sfa­zio­ne ir­rea­le che pro­met­te ai suoi de­ten­to­ri, po­tre­mo tor­na­re a que­ste pa­gi­ne per ve­de­re di quan­ta con­cre­tis­si­ma real­tà la sua cri­ti­ca ri­schi di pri­var­ci.

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