L’in­cer­tez­za fe­con­da

La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - Di MAU­RO BONAZZI

Non era po­co quel­lo che gli Stoi­ci pro­met­te­va­no ai lo­ro al­lie­vi, e con lo­ro il fisico new­to­nia­no Pier­re-Simon La­pla­ce (17491827) o Eric Sch­midt, am­mi­ni­stra­to­re de­le­ga­to di Goo­gle, il 16 feb­bra­io 2010. Sa­pe­re tut­to: rac­co­glie­re in­sie­me tutte le in­for­ma­zio­ni co­sì da rag­giun­ge­re una conoscenza in­fal­li­bi­le del­la real­tà. «Co­no­sce quel­lo che c’è sul­la ter­ra e sul ma­re — si di­ce di Al­lah nel Co­ra­no — non ca­de fo­glia sen­za che Egli non ne ab­bia conoscenza». Que­ste co­no­scen­ze so­no ora a di­spo­si­zio­ne di tut­ti, ci ha spie­ga­to Sch­midt: «Pos­sia­mo let­te­ral­men­te sa­pe­re tut­to, se vo­glia­mo». E for­ti di que­ste in­for­ma­zio­ni po­tre­mo fi­nal­men­te rea­liz­za­re il so­gno di La­pla­ce: co­no­scen­do tut­to quel­lo che ac­ca­de in un da­to istan­te e le re­la­zio­ni re­ci­pro­che di tutte le co­se che ac­ca­do­no po­tre­mo sa­pe­re e pre­ve­de­re tut­to, quel­lo che è, quel­lo che è sta­to e quel­lo che sa­rà. «Nul­la sa­rà più in­cer­to». Il pre­mio per chi rag­giun­ge­rà questa con­di­zio­ne, spie­ga­va lo stoi­co Se­ne­ca, sa­rà la fe­li­ci­tà perfetta. Di­ven­ta­re Dio: dav­ve­ro, non ma­le co­me obiet­ti­vo.

Su ar­go­men­ti si­mi­li pro­ba­bil­men­te ri­flet­te­va an­che il po­ve­ro don Ab­bon­dio, nel­la quie­te del­la sua stan­za, la fa­mi­ge­ra­ta not­te de­gli in­gan­ni. Pec­ca­to che Ren­zo e Lu­cia lo ab­bia­no in­ter­rot­to, per­ché il Car­nea­de di cui par­la­va il li­bro che sta­va sfo­glian­do («Chi era co­stui?») non era sol­tan­to «un let­te­ra­to­ne del tem­po an­ti­co». Ere­de di Pla­to­ne nell’Ac­ca­de­mia e do­mi­na­to­re in­con­tra­sta­to del suo tem­po, fu uno dei fi­lo­so­fi gre­ci più bril­lan­ti. E sot­ti­li: Cli­to­ma­co, l’al­lie­vo più fe­de­le, scris­se quat­tro­cen­to li­bri per spie­ga­re il suo pen­sie­ro, e ri­co­no­sce­re al­la fi­ne che non era si­cu­ro di aver ca­pi­to che co­sa di­ce­va. Ep­pu­re la sua in­tui­zio­ne di fon­do era sem­pli­ce.

Cer­to, rac­co­glien­do in­sie­me tutte le in­for­ma­zio­ni di cui ab­bia­mo bi­so­gno, po­tre­mo ot­te­ne­re una conoscenza de­fi­ni­ti­va del­la real­tà. Pur­trop­po, pe­rò, mol­te del­le tan­te in­for­ma­zio­ni che ci rag­giun­go­no si ri­ve­la­no poi sba­glia­te, inat­ten­di­bi­li («ri­ce­via­mo ogni gior­no di­ver­se no­ti­zie, e tal­vol­ta con­tra­rie, e tut­ta­via tutte da­te per ve­re», scri­ve­va un let­to­re nel 1569, se­gno che i pro­ble­mi so­no sem­pre gli stes­si). E vi­sto che non sem­pre è pos­si­bi­le di­stin­gue­re con esat­tez­za un’in­for­ma­zio­ne ve­ri­tie­ra da una che lo sem­bra ma non lo è, il ri­schio è quel­lo di fon­da­re le pro­prie co­no­scen­ze su ba­si fra­gi­li. Ar-

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