Mar­ga­ret Mit­chell una di noi

La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee -

Quel li­bro e la sua eroi­na — per­fet­ta com­bi­na­zio­ne di fem­mi­ni­li­tà del Sud e di for­za fem­mi­ni­le — han­no se­gna­to per sem­pre l’im­ma­gi­na­rio col­let­ti­vo. No­no­stan­te (o for­se an­che per) la bio­gra­fia scan­da­lo­sa del­la sua in­ven­tri­ce; no­no­stan­te l’am­bi­gui­tà di mol­ti suoi com­por­ta­men­ti; no­no­stan­te lo schia­vi­smo giu­sti­fi­ca­to e il ro­man­ti­ci­smo da «Cau­sa Persa» dell’ope­ra. Per­ciò for­se pos­sia­mo am­met­te­re...

Scar­lett O’Ha­ra era una del­le eroi­ne del­la mia in­fan­zia. Era la per­fet­ta com­bi­na­zio­ne di fem­mi­ni­li­tà del Sud e di for­za fem­mi­ni­le. Non so­no la so­la a pen­sar­lo. Si po­treb­be di­re che ognu­no può ve­der­vi quel che ama.

La Scar­lett O’Ha­ra di mia non­na era una vera si­gno­ra del Sud.

La Scar­lett del­la mia ma­tri­gna era una don­na d’af­fa­ri in­di­pen­den­te.

La mia era una tre­men­da fem­mi­ni­sta.

Chi ha so­lo vi­sto il film non ca­pi­sce quan­to il per­so­nag­gio di Scar­lett sia af­fa­sci­nan­te e pie­no di sfac­cet­ta­tu­re. Era un’eroi­na in un tem­po in cui le don­ne non lo era­no. Era co­sì for­te da la­vo­ra­re in un cam­po di co­to­ne o ge­sti­re un fio­ren­te com­mer­cio di le­gna­me men­tre ba­da­va al­la fa­mi­glia. Era spie­ta­ta. Era mo­ti­va­ta. Non era sim­pa­ti­ca co­me de­vo­no es­ser­lo mol­ti per­so­nag­gi let­te­ra­ri, so­prat­tut­to le don­ne. Non era nem­me­no bel­la.

Scar­lett O’Ha­ra non era bel­la, ma gli uo­mi­ni ra­ra­men­te se ne ac­cor­ge­va­no quan­do ve­ni­va­no cat­tu­ra­ti dal suo fa­sci­no…

Da­to che nel film è sta­ta im­per­so­na­ta da Vi­vien Lei­gh, nel no­stro im­ma­gi­na­rio col­let­ti­vo la man­can­za di bel­lez­za di Scar­lett si è persa. È ve­ro che un per­so­nag­gio, una vol­ta crea­to e man­da­to per il mon­do, non ci ap­par­tie­ne più, ma non rie­sco a im­ma­gi­na­re che Mit­chell po­tes­se ve­de­re il suo per­so­nag­gio co­sì ori­gi­na­le rap­pre­sen­ta­to da una don­na bel­la co­me Lei­gh. Ma que­sto è ciò che fa di Scar­lett O’Ha­ra una fi­gu­ra sen­za età. Per al­cu­ni, è un esem­pio del­la raf­fi­na­tez­za del Sud. Per al­tri è rac­chiu­sa in quel­la fa­mo­sa ul­ti­ma fra­se sul «do­ma­ni è un al­tro gior­no», una don­na ama­ra che non rie­sce a te­ner­si un uo­mo. Cu­rio­sa­men­te nes­su­no si sof­fer­ma mai su un trat­to del suo per­so­nag­gio che è ine­qui­vo­ca­bil­men­te ve­ro:

Scar­lett O’Ha­ra pos­se­de­va de­gli schia­vi.

Scar­lett O’Ha­ra si gio­va­va dell’isti­tu­zio­ne del­la schia­vi­tù. Lei stes­sa ave­va de­gli schia­vi. Sfrut­ta­va il lo­ro la­vo­ro. Li pic­chia­va, mi­nac­cia­va e de­ni­gra­va. Fu cau­sa, vo­lon­ta­ria­men­te, del­la cac­cia a (e dell’ese­cu­zio­ne di) schia­vi li­be­ra­ti.

Per mol­ti let­to­ri bian­chi — e non so­lo del Sud — la schia­vi­tù co­sì co­me è rap­pre­sen­ta­ta in Via col ven­to è so­lo un ele­men­to del­la tra­ma. Que­sto li­bro è uno dei gran­di ro­man­zi ame­ri­ca­ni e i no­stri eroi non pos­so­no es­se­re pro­prie­ta­ri di schia­vi. Era­no vi­ci­ni agli schia­vi. Era­no ri­lut­tan­ti a par­te­ci­pa­re. Han­no lot­ta­to per af­fer­ma­re i di­rit­ti dei lo­ro Sta­ti. C’era­no per­so­ne cat­ti­ve da en­tram­be le par­ti.

Sei an­ni do­po l’as­se­gna­zio­ne del Pu­li­tzer a Mit­chell, Geor­ge Or­well scris­se nel sag­gio, As I Plea­se, che «la sto­ria è scrit­ta dai vin­ci­to­ri». La Guer­ra Ci­vi­le ame­ri- ca­na rap­pre­sen­ta un’ec­ce­zio­ne evi­den­te a que­sta re­go­la. Il Sud — di fat­to, la na­zio­ne — ha tro­va­to il mo­do, at­tra­ver­so la cul­tu­ra po­po­la­re, di ri­scri­ve­re la sto­ria del­la Guer­ra Ci­vi­le. In tut­to il Pae­se ci so­no stra­de, sta­tue ed edi­fi­ci sta­ta­li che pren­do­no il no­me di uo­mi­ni che han­no fat­to la guer­ra con­tro gli Sta­ti Uni­ti. Gli schia­vi de­gli Sta­ti Uni­ti del Sud fu­ro­no li­be­ra­ti nel 1863, ma al­la fi­ne de­gli an­ni Ven­ti e agli ini­zi de­gli an­ni Tren­ta, quan­do Mit­chell scri­ve­va la sto­ria che di­ven­ne Via col ven­to, sta­va­no co­min­cian­do a im­por­si al­tri fat­ti e im­prov­vi­sa­men­te una guer­ra in cui dei tra­di­to­ri cer­ca­va­no di se­pa­rar­si da­gli Sta­ti Uni­ti con la for­za as­sun­se il no­me ro­man­ti­co di Lo­st Cau­se («Cau­sa Persa»).

Le pa­gi­ne ini­zia­li di Via col ven­to so­no un per­fet­to esem­pio del­la teo­ria del­la Lo­st Cau­se. Si ve­do­no gli an­sio­si gemelli Tar­le­ton pron­ti a pren­de­re le ar­mi per di­fen­de­re il lo­ro ele­gan­te mo­do di vi­ve­re. Ashley Wil­kes rap­pre­sen­ta il sol­da­to ri­lut­tan­te che tro­va spia­ce­vo­le la schia­vi­tù, ma sen­te il bi­so­gno di pro­teg­ge­re l’au­to­no­mia del Sud. Poi c’è Rhett Bu­tler, a cui sem­bra non in­te­res­sa­re chi sia a vin­ce­re o per­de­re, se può trar­ne un pro­fit­to. Nes­su­no è par­ti­co­lar­men­te pre­oc­cu­pa­to del­la schia­vi­tù, men­tre in­di­vi­dui fe­li­ci e dal­la fac­cia scu­ra si dan­no da fa­re per ser­vi­re li­quo­ri, lu­ci­da­re gli sti­va­li, e s e mbra­no mol­to co nte nt i di e s s e re schia­vi, per­ché chi non vor­reb­be aiu­ta­re una se­di­cen­ne vi­zia­ta a striz­zar­si nel cor­set­to?

La schia­vi­tù fi­nì con la Guer­ra Ci­vi­le, ma il suo spi­ri­to per­si­stet­te nel­la for­ma del­le leg­gi di­scri­mi­na­to­rie det­te «Jim Crow», e an­che do­po il 1968, quan­do fu ap­pro­va­ta la leg­ge sui di­rit­ti ci­vi­li, il fla­gel­lo del­la se­gre­ga­zio­ne raz­zia­le so­prav­vis­se e con­ti­nua fi­no ai no­stri gior­ni.

Da ado­le­scen­te, Mit­chell re­ci­tò tra­ve­sti­ta da eroi­co mem­bro del Ku Klux Klan. Mol­ti dei li­bri che leg­ge­va da bam­bi­na raf­fi­gu­ra­va­no i bian­chi del Sud co­me vit­ti­me de­gli Yan­kee oc­cu­pa­to­ri e de­gli schia­vi li­be­ra­ti. Suo non­no e il suo bi­snon­no ave­va­no en­tram­bi fat­to par­te dell’eser­ci­to con­fe­de­ra­to. Mar­ga­ret Mit­chell è sta­ta nu­tri­ta fin da bam­bi­na con i luo­ghi co­mu­ni del­la Lo­st Cau­se, non c’è quin­di da stu­pir­si che ne ab­bia scrit­to in ma­nie­ra co­sì con­vin­cen­te.

I n un a l t ro pun­to de l s uo s a g g i o , Or­well af­fer­ma: «Un cer­to gra­do di ve­ri­di­ci­tà era pos­si­bi­le se si am­met­te­va che un fat­to po­te­va es­se­re ve­ro an­che se non ci pia­ce­va».

Via col ven­to è una sto­ria fan­ta­sti­ca su una don­na che si fa stra­da nel mon­do. È an­che una sto­ria che igno­ra il ge­no­ci­dio pro­dot­to dal­la schia­vi­tù in Ame­ri­ca. La Guer­ra Ci­vi­le fu com­bat­tu­ta per af­fer­ma­re il di­rit­to di au­to­de­ter­mi­na­zio­ne dei sin­go­li Sta­ti. Fu com­bat­tu­ta an­che per sop­pri­me­re l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne per le per­so­ne di co­lo­re. Mar­ga­ret Mit­chell me­ri­ta­va di vin­ce­re il Pre­mio Pu­li­tzer. Mar­ga­ret Mit­chell ha scrit­to un li­bro che ha con­tri­bui­to a con­vin­ce­re mi­lio­ni di per­so­ne del­la no­bil­tà del Sud nel­la sua lot­ta per pro­teg­ge­re la no­stra «par­ti­co­la­re isti­tu­zio­ne».

Non sa­pre­mo mai co­me si sia evo­lu­to — o non si sia evo­lu­to — il pen­sie­ro di Mit­chell ne­gli an­ni suc­ces­si­vi a Via col ven­to. Fu uc­ci­sa nel 1949, a 48 an­ni, da un gui­da­to­re ubria­co sul­la Pea­ch­tree Street. Nei suoi ul­ti­mi an­ni, quel­la che po­te­va for­se es­se­re con­si­de­ra­ta la più gran­de pro­ge­ni­tri­ce del­la Lo­st Cau­se fi­nan­ziò di­ver­se bor­se di stu­dio per la fa­col­tà di me­di­ci­na di una del­le uni­ver­si­tà sto­ri­ca­men­te ne­re di Atlan­ta. Die­de un am­pio con­tri­bu­to fi­nan­zia­rio per do­ta­re di un pron­to soc­cor­so per i ne­ri l’uni­co ospe­da­le pub­bli­co di Atlan­ta. Fin­ché Mit­chell fu in vi­ta, nes­su­no sep­pe di que­ste do­na­zio­ni. Il suo au­ti­sta, un uo­mo di co­lo­re, era in­ca­ri­ca­to di con­se­gna­re gros­se bu­ste di de­na­ro a sin­go­le per­so­ne. Nep­pu­re il suo com­mer­cia­li­sta ne sa­pe­va nul­la. Se nel suo en­tou­ra­ge fos­se cir­co­la­ta la vo­ce del­la sua ge­ne­ro­si­tà, sa­reb­be sta­ta ostra­ciz­za­ta — o an­che peg­gio — per aver aiu­ta­to la co­mu­ni­tà ne­ra.

A que­sto pun­to, do­po ot­tant’an­ni, se guar­dia­mo al­la vi­ta di Mar­ga­ret Mit­chell nel suo com­ples­so, pos­sia­mo con­si­de­rar­la una rap­pre­sen­tan­te dei buo­ni o dei cat­ti­vi? Raz­zi­sta o pro­gres­si­sta? Apo­lo­ge­ta o an­ta­go­ni­sta? Cro­ni­sta? Isti­ga­tri­ce? Ro­man­ti­ca?

La ri­spo­sta a que­ste do­man­de di­pen­de pro­ba­bil­men­te da quan­to ab­bia­mo ama­to — o odia­to — Via col ven­to. Mit­chell non scris­se mai un al­tro ro­man­zo. È se­pol­ta nel ci­mi­te­ro di Oa­kland ad Atlan­ta, l’uni­co ci­mi­te­ro do­ve i sol­da­ti unio­ni­sti e con­fe­de­ra­ti so­no se­pol­ti fian­co a fian­co. La sua tom­ba non è un mau­so­leo o un mo­nu­men­to gran­dio­so, ma una sem­pli­ce la­stra di mar­mo. Mol­ti non la no­ta­no, per­ché il suo no­me è scrit­to co­me lei stes­sa avreb­be vo­lu­to es­se­re ri­cor­da­ta: MAR­GA­RET MIT­CHELL MAR­SH. Da mor­ta pre­se fi­nal­men­te il no­me del ma­ri­to. In vi­ta rap­pre­sen­tò il mon­do non co­me era, ma co­me de­si­de­ra­va fos­se sta­to. For­se era una di noi, do­po tut­to.

( tra­du­zio­ne di

Ma­ria Se­pa)

ILLUSTRAZIONE DI BEP­PE GIACOBBE

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