Sal­ly Roo­ney spo­glia i se­gre­ti del­le re­la­zio­ni

La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - Di PAOLO GIORDANO

Pic­co­le mae­stre Se­gna­te­vi que­sto no­me: Roo­ney, Sal­ly Roo­ney, ir­lan­de­se di Du­bli­no. È sta­ta un pic­co­lo fe­no­me­no di ora­to­ria, vin­ce­va com­pe­ti­zio­ni in tutt’Eu­ro­pa. Poi, a 26 an­ni, se n’è usci­ta con un ro­man­zo. Rea­liz­za­to con una ma­tu­ri­tà im­pen­sa­bi­le. La pro­ta­go­ni­sta, Fran­ces, è una gio­va­ne poe­tes­sa che non si cu­ra di pub­bli­ca­re i suoi ver­si, ha un’ami­ca che è sta­ta an­che più di un’ami­ca, co­no­sce una cop­pia, s’in­va­ghi­sce di lo­ro, va a let­to con lui. E non è fi­ni­ta

Pri­mo te­ma L’au­tri­ce è con­sa­pe­vo­le, ta­len­tuo­sa e pre­co­ce. E la con­sa­pe­vo­lez­za del ta­len­to e la sua pre­co­ci­tà so­no ele­men­ti fon­dan­ti del li­bro

Sal­ly Roo­ney: ec­co un no­me da ri­cor­dar­si in que­sto ini­zio an­no. All’uni­ver­si­tà era una cam­pio­nes­sa di di­bat­ti­to stu­den­te­sco. Viag­gia­va da Du­bli­no in tut­ta Eu­ro­pa per par­te­ci­pa­re a com­pe­ti­zio­ni ora­to­rie, in­tor­no ad ar­go­men­ti co­me l’in­ter­ven­to ar­ma­to in Iraq, il pa­triar­ca­to, il gen­der e i ri­fu­gia­ti po­li­ti­ci. Si è fat­ta no­ta­re nel mon­do dell’edi­to­ria rac­con­tan­do di quell’espe­rien­za in un sag­gio ap­par­so sul­la «Du­blin Re­view». Poi, a 26 an­ni, ha ri­ver­sa­to tut­ta la sua abi­li­tà espo­si­ti­va in un ro­man­zo, Par­lar­ne tra ami­ci, che l’ha fat­ta no­mi­na­re Be­st Young Wri­ter del 2017 dal «Sun­day Ti­mes». Di­ce di aver­lo scrit­to in tre me­si, ma io mi ri­fiu­to di cre­der­ci.

In real­tà, che sia­no sta­ti tre op­pu­re tren­ta, non ha dav­ve­ro im­por­tan­za. Sal­ly Roo­ney ha un do­no na­tu­ra­le, e dir­lo, per una vol­ta, non è inu­ti­le af­fet­ta­zio­ne. La con­sa­pe­vo­lez­za del ta­len­to e la sua pre­co­ci­tà, in­fat­ti, so­no ele­men­ti fon­dan­ti del li­bro. La pro­ta­go­ni­sta e vo­ce nar­ran­te, Fran­ces, è co­sì in gam­ba da di­sprez­za­re sot­til­men­te le pro­prie qua­li­tà. A suo av­vi­so, la rea­liz­za­zio­ne in­tel­let­tua­le è «nel mi­glio­re dei ca­si mo­ral­men­te neu­tra», an­zi la mag­gior par­te del­le vol­te è il se­gno di una col­pa, quel­la di es­se­re una ra­gaz­za ir­lan­de­se, bian­ca e istrui­ta, e di non aver fat­to nul­la per me­ri­tar­si un si­mi­le pri­vi­le­gio. Fran­ces ap­par­tie­ne a quel­la cer­chia di stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri li­be­ra­li e in­sop­por­ta­bil­men­te bril­lan­ti che Sa­lin­ger de­scris­se in Fran­ny e Zooey. Per mol­ti ver­si, an­che per la cri­si per­so­na­le pro­fon­da a cui va in­con­tro, ri­cor­da da vi­ci­no pro­prio Fran­ny Glass, per­fi­no nel no­me. A 22 an­ni scri­ve poe­sie che re­ci­ta la se­ra nei lo­ca­li in­sie­me al­la sua uni­ca ami­ca, Bob­bi, ma non si dà la pe­na di pub­bli­car­le, pre­fe­ri­sce che si di­sper­da­no «ete­ree al suo­no de­gli ap­plau­si». Do­po aver­le let­te due o tre vol­te, si stan­ca e le di­men­ti­ca. Non mi­ra a ot­te­ne­re un po­sto nel­la ca­sa edi­tri­ce do­ve sta svol­gen­do un in­ca­ri­co part-ti­me e non vuo­le gua­da­gna­re, nem­me­no in fu­tu­ro, più del­la me­dia pro ca­pi­te del­la po­po­la­zio­ne mon­dia­le (16.100 dol­la­ri all’an­no, se­con­do la sti­ma di Roo­ney).

De­scrit­ta co­sì, me ne ren­do con­to, Fran­ces non as­so­mi­glia a una per­so­na che vor­rem­mo fre­quen­ta­re in mol­ti. Ma tut­to quan­to in lei, fin dal­la pri­ma ri­ga del li­bro, de­nun­cia in­si­cu­rez­za. È con­vin­ta di non ave­re una per­so­na­li­tà de­fi­ni­ta, os­ser­va le rea­zio­ni de­gli al­tri per adat­ta­re le pro­prie di con­se­guen­za, e ve­de Bob­bi, il suo spec­chio da quan­do han­no 15 an­ni, enor­me­men­te più ca­pa­ce di lei. Al­le su­pe­rio­ri han­no avu­to una sto­ria e Fran­ces è ri­ma­sta in­ca­stra­ta là den­tro, in una ses­sua­li­tà in­de­fi­ni­ta, di­sin­ne­sca­ta gior­no per gior­no da con­ver­sa­zio­ni bril­lan­ti e teo­rie po­li­ti­che e astra­zio­ni e pa­gi­ne di Gil­les De­leu­ze e Sla­voj Ži­žek. As­so­mi­glia a mol­ti di noi, Fran­ces. È uno dei per­so­nag­gi let­te­ra­ri più mo­der­ni che pos­sa ca­pi­tar­vi di in­con­tra­re.

Una se­ra co­no­sce Me­lis­sa, e po­co più tar­di suo ma­ri­to Nick. So­no spo­sa­ti, già nei tren­ta, una di­stan­za ana­gra­fi­ca ri­si­bi- le all’ap­pa­ren­za, ma che dal­la pro­spet­ti­va di Fran­ces ap­pa­re in­su­pe­ra­bi­le. All’ini­zio s’in­va­ghi­sce di lo­ro due in­sie­me, del­la lo­ro ca­sa e del­la vi­ta bor­ghe­se che con­du­co­no, pro­prio quel ge­ne­re di vi­ta che è sem­pre sta­ta con­vin­ta di de­te­sta­re. Poi, tra fe­ste e in­nu­me­re­vo­li bic­chie­ri di vi­no, in una Du­bli­no che as­so­mi­glia a Broo­klyn, se non fos­se per una pre­sen­za re­si­dua, mol­to te­nue, di cat­to­li­ce­si­mo, si av­vi­ci­na sem­pre di più a Nick. È in­cu­rio­si­ta dai suoi si­len­zi, ma so­prat­tut­to dal suo cor­po pre­stan­te, per­ché Nick è un at­to­re, an­che se in un mo­men­to di fles­sio­ne del­la car­rie­ra. Du­ran­te una va­can­za esti­va in Fran­cia, a Éta­bles, fi­ni­sco­no a let­to in­sie­me. Fran­ces non era mai sta­ta con un uo­mo, non ave­va nem­me­no pre­so in con­si­de­ra­zio­ne di po­ter­ne es­se­re at­trat­ta, né tan­to­me­no ave­va im­ma­gi­na­to che an­che i ma­schi pos­se­des­se­ro un’in­te­rio­ri­tà af­fa­sci­nan­te. Nel frat­tem­po, in al­tre stan­ze del­la gran­de ca­sa sul ma­re, Bob­bi si in­trat­tie­ne con Me­lis­sa. Il cli­ma di­ven­ta si­mi­le a quel­lo del­le Af­fi­ni­tà elet­ti­ve, seb­be­ne mol­to più ero­ti­co: la pel­le bru­cia­ta dal so­le, al­tro vi­no e al­tri di­scor­si, an­co­ra più acu­ti, an­co­ra più iro­ni­ci, per ma­sche­ra­re le com­pli­ca­zio­ni sen­ti­men­ta­li e la

sen­sua­li­tà or­mai in­con­te­ni­bi­le. È in que­sta lun­ga se­quen­za a Éta­bles che Roo­ney com­pie il mi­ra­co­lo del suo ro­man­zo d’esor­dio.

Con il ri­tor­no a Du­bli­no, il li­bro s’in­scu­ri­sce. Fran­ces co­min­cia a sof­fri­re di do­lo­ri lan­ci­nan­ti al­la pan­cia, Bob­bi si al­lon­ta­na da lei e la re­la­zio­ne con Nick di­ven­ta più si­mi­le a quel­la con­ven­zio­na­le tra una gio­va­ne aman­te e un uo­mo spo­sa­to. Len­ta­men­te com­pren­dia­mo che, seb­be­ne il pre­sen­te di Fran­ces sia fra i suoi coe­ta­nei o qua­si, il mo­to­re oscu­ro del­la sua esi­sten­za è an­co­ra nel rap­por­to con i ge­ni­to­ri, com’era per qua­si tut­ti noi a vent’an­ni, che fos­si­mo di­spo­sti ad am­met­ter­lo o no. Ogni vol­ta che ri­com­pa­io- no i ge­ni­to­ri, Fran­ces si sen­te eva­po­ra­re, per­de con­tat­to con il mon­do e con sé stes­sa. Si trat­ta di una sen­sa­zio­ne no­ta a mol­ti, la pro­via­mo en­tran­do nel­la no­stra ca­sa d’in­fan­zia, no­tan­do cer­ti ge­sti mi­ni­mi ai pran­zi di fa­mi­glia: un’ero­sio­ne del­le fon­da­men­ta che to­glie si­gni­fi­ca­to a tut­to, e che un pa­dre e una ma­dre so­no in gra­do di pro­dur­re con una so­la pa­ro­la. «Ho chiu­so gli oc­chi e sen­ti­to che tut­ti i mo­bi­li del­la stan­za co­min­cia­va­no a scom­pa­ri­re, co­me una par­ti­ta di Te­tris al con­tra­rio, che scor­re ver­so l’al­to del­lo scher­mo e poi sva­ni­sce, e la pros­si­ma a sva­ni­re sa­rei sta­ta io». Par­lar­ne tra ami­ci è un ro­man­zo di se­con­da for­ma­zio­ne, se può esi­ste­re una ca­te­go­ria del ge­ne­re. Rac­chiu­de in sé tut­ta l’in­con­sa­pe­vo­lez­za lu­mi­no­sa dei vent’an­ni, la con­fu­sio­ne, il te­dio, l’in­de­ci­sio­ne e al tem­po stes­so l’ar­ro­gan­za che han­no ca­rat­te­riz­za­to ognu­no di noi a quell ’e t à . E c o g l i e l ’a t t i mo i n c u i s i a mo pas­sa­ti, qua­si all’im­prov­vi­so, dal­la teo­ria al­la pra­ti­ca dell’esi­sten­za, quan­do era­va­mo an­co­ra un bloc­co di espe­rien­ze mon­che e con­vin­zio­ni, che le ra­gio­ni sel­vag­ge del cor­po so­no ar­ri­va­te a scom­pi­glia­re.

Se­con­do te­ma Il mo­to­re oscu­ro dell’esi­sten­za è an­co­ra nel rap­por­to con i ge­ni­to­ri, com’era per qua­si tut­ti noi a vent’an­ni

CdS Fo­to: © Jon­ny L Da­vies

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