Ne­ga­ta la pe­ri­zia a Bos­set­ti All’er­ga­sto­lo sen­za pro­ve

La Cor­te igno­ra le ri­chie­ste dell’im­pu­ta­to e con­fer­ma l’er­ga­sto­lo. «Non l’ho uc­ci­sa, po­te­va es­se­re mia fi­glia»

Libero - - Da Prima Pagina - di CRI­STIA­NA LODI

In pie­di. En­tra la Cor­te do­po la se­du­ta fiu­me pro­trat­ta fi­no a not­te. Ed è di nuo­vo er­ga­sto­lo per il car­pen­tie­re di Ma­pel­lo. Una pe­na sen­za fi­ne che ri­cal­ca in pie­no la sen­ten­za di pri­mo gra­do e piom­ba a mez­za­not­te e mez­zo nel si­len­zio dell’au­la 64 del Tri­bu­na­le di Bre­scia. L’ac­cu­sa ave­va chie­sto an­che sei me­si di iso­la­men­to (ri­get­ta­ti) per quel pre­sun­to ten­ta­ti­vo di sca­ri­ca­re la col­pa del de­lit­to su un col­le­ga mu­ra­to­re col pal­li­no (a suo di­re) per le ado­le­scen­ti. Com’era Ya­ra, che «po­te­va es­se­re mia fi­glia, la fi­glia di tut­ti noi» ave­va mor­mo­ra­to in­ve­ce lui al­la giu­ria in pro­cin­to di riu­nir­si «nep­pu­re un ani­ma­le avreb­be usa­to co­sì tan­ta cru­del­tà», ave­va ag­giun­to.

Quin­di­ci ore ad aspet­ta­re la de­ci­sio­ne, giù nel­la cel­la del Tri­bu­na­le di Bre­scia. Ave­va im­plo­ra­to che la sua sup­pli­ca ve­nis­se ac­col­ta: «fa­te que­sta pe­ri­zia». E quel­lo sguar­do al pub­bli­co, che tut­ti gli oc­chi ave­va pun­ta­to so­pra di lui: «io so­no in­no­cen­te, fic­ca­te­ve­lo be­ne in te­sta».

La sua ul­ti­ma di­fe­sa, il mu­ra­to­re già con­daan­to al mas­si­mo del­la pe­na in pri­mo gra­do, l’af­fi­da alle co­sid­det­te di­chia­ra­zio­ni spon­ta­nee. Un mo­no­lo­go scrit­to di suo pu­gno su fo­gli che ti­ra fuo­ri da una car­tel­let­ta ros­sa. Ave­va pro­va­to a con­vin­ce­re del­la sua in­no­cen­za il pre­si­den­te En­ri­co Fi­schet­ti, gli ave­va chie­sto di ri­pa­ra­re quel­lo che per lui è «il più gran­de er­ro­re giu­di­zia­rio di tut­ta la sto­ria». E non ha ri­spar­mia­to il suo ram­ma­ri­co per le mo­da­li­tà con cui fu por­ta­to in cel­la, quan­do il so­pet­to del de­lit­to cad­de su di lui per via del Dna ri­ma­sto su Ya­ra: «c’era ne­ces­si­tà di sco­mo­da­re un im­men­so eser­ci­to e umi­liar­mi da­van­ti ai miei fi­gli e al mon­do intero?» di­ce in mo­do ac­co­ra­to ri­fe­ren­do­si al suo ar­re­sto, il 14 giu­gno del 2014 nel can­tie­re in cui la­vo­ra­va a Dal­mi­ne. «Per­ché? Per­ché? Per­ché?» ha ri­pe­tu­to il mu­ra­to­re. E gi­ran­do­si ver­so il pub­bli­co in au­la per poi tor­na­re ai giu­di­ci ha ag­giun­to: «Io non so­no un as­sas­si­no, mettetevelo in te­sta. Quel Dna non è mio». Bos­set­ti ha an­che chie­sto scu­sa per il com­por­ta­men­to scor­ret­to in au­la, quan­do, men­tre par­la­va il so­sti­tu­to pro­cu­ra­to­re Mar­co Mar­ta­ni, lui era sbot­ta­to: «Vie­ne qui a di­re idio­zie». Per l’ac­cu­sa è «inec­ce­pi­bi­le» la sen­ten­za con cui la Cor­te d’As­si­se di Ber­ga­mo, un an­no fa, lo ave­va con­dan­na­to all’er­ga­sto­lo per l’omi­ci­dio del­la tre­di­cen­ne e dal­la pro­va del

Dna è ar­ri­va­ta la «as­so­lu­ta cer­tez­za­del­la sua re­spon­sa­bi­li­tà», più una se­rie di indizi che fan­no da co­rol­la­rio: il suo fur­go­ne nel­le im­ma­gi­ni del­le te­le­ca­me­re nei pres­si del­la pa­le­stra da cui Ya­ra scom­par­ve, le fi­bre tro­va­te

sul cor­po del­la ra­gaz­za, com­pa­ti­bi­li con quel­le dei se­di­li del suo Fiat Dai­ly. Da qui la ri­chie­sta del­la con­fer­ma del car­ce­re per aver «in­col­pa­to» un col­le­ga.

Dal­la pre­sun­ta ca­lun­nia Mas­si­mo Bos­set­ti era sta­to assolto in pri­mo gra­do. Il mu­ra­to­re, pa­dre di tre fi­gli, an­cor più che scen­de­re in det­ta­gli pro­ces­sua­li ha vo­lu­to far ca­pi­re ai giu­di­ci «che per­so­na so­no». Ha vo­lu­to ri­vol­ge­re un «sin­ce­ro pen­sie­ro» a Ya­ra Gam­bi­ra­sio . «Po­te­va es­se­re mia fi­glia, la fi­glia di tut­ti noi - ha ri­pe­tu­to Bos­set­ti nean­che un ani­ma­le avreb­be usa­ti tan­ta cru­del­tà».

Ad at­ten­de­re fi­no a not­te fon­da l’esi­to dle suo de­sti­no la mo­glie, Ma­ri­ta Co­mi, sua ma­dre Ester Ar­zuf­fi che, in au­la ave­va pian­to. Bos­set­ti ha pro­va­to a de­scri­ver­si co­me un buon pa­dre di fa­mi­glia che «ha avu­to la vita di­strut­ta per del­la ac­cu­se da cui è estra­neo. Sul Dna at­tri­bui­to a Bos­set­ti ri­ma­sto su­gli in­du­men­ti del­la vit­ti­ma, si è gio­ca­to uno scon­tro du­ris­si­mo fra ac­cu­sa e di­fe­sa. Per i le­ga­li dell’im­pu­ta­to, Clau­dio Sal­va­gni e Pao­lo Cam­po­ri­ni, le ana­li­si ese­gui­te nei la­bo­ra­to­ri del Ris di Par­ma con­ten­go­no «più ano­ma­lie che mar­ca­to­ri». Una li­sta di er­ro­ri, a lo­ro di­re, in­ter­mi­na­bi­le tan­to da ri­te­ne­re che la trac­cia «non è di Bos­set­ti». E da­to che i «buchi e le in­cer­tez­ze so­no mol­ti», per i di­fen­so­ri l’uni­ca stra­da per­cor­ri­bi­le da par­te dei giu­di­ci è quel­la dell’as­so­lu­zio­ne. «Qui è in bal­lo la vita di un uo­mo» ha ri­pe­tu­to Sal­va­gni «e que­sto non vuol di­re di­men­ti­car­si di Ya­ra. Ma al con­tra­rio, si­gni­fi­ca vo­le­re per lei il ve­ro re­spon­sa­bi­le di que­sto omi­ci­dio». Sul fron­te op­po­sto, il pg Mar­co Mar­ta­ni, che ha de­fi­ni­to la sen­ten­za di pri­mo gra­do «inec­ce­pi­bi­le» e ave­va chie­sto di rin­ca­rar­la con sei me­si di iso­la­men­to, per la ca­lun­nia nei sua con­fron­ti.

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